Parte della nostra difficoltà nei confronti della compassione è la sensazione che la generosità verso gli altri comporti una limitazione e un sacrificio di noi stessi. Come se la compassione fosse una torta con un numero limitato di fette: se ne diamo via la metà a noi rimane troppo poco.
E’ il dolore che chiude la nostra prospettiva: soffriamo e quindi pensiamo che gli altri ci debbano qualcosa in più e , soprattutto, che dobbiamo utilizzare tutte le risorse per noi stessi. Facendo così chiudiamo ancora di più quella sorgente di nutrimento che viene dallo scambio tra noi e gli altri, tra l’interno e l’esterno.
E’ una convinzione difficile a morire. Quando siamo in difficoltà spesso la strada contro-intuitiva è l’unica possibile: dare anziché prendere, stare anziché scappare. Amare anziché pretendere di essere amati.
La compassione riporta vitalità e attenzione a quella zona che abbiamo chiuso troppo strettamente e che, con la sua chiusura, aumenta la nostra fame d’amore. La compassione riporta aria nuova in una stanza chiusa.
L’amore non è dare ma essere aperti: Alexander Lowen
Pratica di mindfulness: Self compassion breathing
© Nicoletta Cinotti 2015
Foto di ©AnneliesW




Perché non c’è malattia che non trovi una sua radice anche nel corpo: può farcelo dimenticare oppure sentire troppo; può farlo cadere nell’oblio o diventare un’ossessione ma la nostra infelicità e felicità, la nostra salute e la nostra malattia si esprimono, necessariamente attraverso il corpo.
