Cuci una federa per ogni ricordo, mettili a dormire,
dai loro il sonno di un lenzuolo di lino.
L’edera rende la notte verde.
Una mela cade sull’erba ma tu imbastisci e cuci.
Servono aghi e forbici. Serve precisione.
Cuci una federa per ogni ricordo, mettili a dormire,
dai loro il sonno di un lenzuolo di lino.
L’edera rende la notte verde.
Una mela cade sull’erba ma tu imbastisci e cuci.
Servono aghi e forbici. Serve precisione.
I quadretti del tovagliolo,
il cemento tra le piastrelle,
la coda arrotolata
attorno al gatto,
i fiori disegnati
e i cuscini sul divano,
le crepe nel muro,
i fili appesi
dei tram.
Cose piccole,
che conosco.
Arikita
Amico mio,
tu e io rimarremo estranei alla vita, e l’uno all’altro, e ognuno a se stesso,
Fino al giorno in cui tu parlerai e io ascolterò,
ritenendo che la tua voce sia la mia voce;
e quando starò zitto dinanzi a te
pensando di star ritto dinanzi a uno specchio.
Kahil Gibran
Non dormo, ho gli occhi aperti per te.
Guardo fuori e guardo intorno.
Com’è gonfia la strada
di polvere e vento nel viale del ritorno…
Quando arrivi, quando verrai per me
guarda l’angolo del cielo
dov’è scritto il tuo nome,
è scritto nel ferro
nel cerchio di un anello…
E ancora mi innamora
e mi fa sospirare così.
Adesso e per quando tornerà l’incanto.
E se mi trovi stanco,
e se mi trovi spento,
sei il meglio è già venuto
e non ho saputo
tenerlo dentro me.
I vecchi già lo sanno il perché,
e anche gli alberghi tristi,
che il troppo è per poco e non basta ancora
ed è una volta sola.
E ancora proteggi la grazia del mio cuore
adesso e per quando tornerà l’incanto.
L’incanto di te…
di te vicino a me.
Ho sassi nelle scarpe
e polvere sul cuore,
freddo nel sole
e non bastan le parole.
Mi spiace se ho peccato,
mi spiace se ho sbagliato.
Se non ci sono stato,
se non sono tornato.
Ma ancora proteggi la grazia del mio cuore,
adesso e per quando tornerà il tempo…
Il tempo per partire,
il tempo di restare,
il tempo di lasciare,
il tempo di abbracciare.
In ricchezza e in fortuna,
in pena e in povertà,
nella gioia e nel clamore,
nel lutto e nel dolore,
nel freddo e nel sole,
nel sonno e nell’amore.
Ovunque proteggi la grazia del mio cuore.
Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore.
Ovunque proteggi, proteggimi nel male.
Ovunque proteggi la grazie del tuo cuore.
Tra oggi e giovedì termineranno due protocolli. E ogni volta è un’occasione per esplorare il processo del saluto. Per me e per gli altri. Alcuni scivolano via, in silenzio, con un misto di leggera indifferenza o una vena di solitudine. Altri invece si attardano, fanno immediatamente progetti per proseguire, salutano calorosamente e scherzosamente.
Spesso con l’impegno di rivedersi presto. Come se questa fosse la garanzia e il salvacondotto necessario per poter salutare. Io rimango sempre sorpresa della ventata di vitalità che ogni volta attraversa i saluti. Sempre grata di quello che le persone mi insegnano. Nessuno mi lascia uguale a prima. Con stupore sento, ogni volta, il gusto del saluto.
E così mi sembra che, in ogni momento della nostra vita, il processo del saluto sia una vera e propria pratica. il saluto quando iniziamo. Il saluto quando finiamo. In questa continuità ricca di sfumature il saluto prende spazio per riconoscere la differenza tra essere insieme e tornare a casa. Questo stesso saluto è quello che rivolgiamo a noi stessi con la pratica della mattina e con la pratica della sera. Riconosciamo le onde della nostra presenza. E la natura impermanente del nostro umore e della nostra vita. Riconosciamo che ciò che ha un inizio ha una fine. E smettiamo così di evitare la nostra più grande paura. Ne prendiamo una piccola e quotidiana consapevolezza.
Non voglio sentir parlare Della saggezza dei vecchi, bensì della loro follìa, La loro paura della paura e della frenesia, la loro paura del possesso, Di appartenere ad un altro, o ad altri, o a Dio.
La sola saggezza che possiamo sperare di ottenere la saggezza dell’umiltà. L’umiltà è sconfinata. T. S. Eliot
Pratica di mindfulness: Geografia del lasciar andare
© Nicoletta Cinotti 2022
L’arte di perdere non è difficile da imparare;
così tante cose sembrano pervase dall’intenzione
di essere perdute, che la loro perdita non è un disastro.
Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta il turbamento
delle chiavi perdute, dell’ora sprecata.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.
Poi pratica lo smarrimento sempre più, perdi in fretta:
luoghi, e nomi, e destinazioni verso cui volevi viaggiare.
Nessuna di queste cose causerà disastri.
Ho perduto l’orologio di mia madre.
E guarda! L’ultima, o la penultima, delle mie tre amate case.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.
Ho perso due città, proprio graziose.
E, ancor di più, ho perso alcuni dei reami che possedevo, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è stato un disastro.
Ho perso persino te (la voce scherzosa, un gesto che ho amato). Questa è la prova. È evidente,
l’arte di perdere non è difficile da imparare,
benché possa sembrare un vero (scrivilo! ) disastro.
Pratica di Mindfulness: Self compassion breathing
© Nicoletta Cinotti 2016 Cambiare diventando se stessi
Foto di © Acchiappanuvole74
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