L’unico squarcio sta nel rinunciare
alla trama che riannodi tutto.
Al bicchiere che da solo è enigma
offri le nuvole della tua fronte,
per l’istante che si fa uccello
stacca briciole dal pane.
Filippo Strumia
L’unico squarcio sta nel rinunciare
alla trama che riannodi tutto.
Al bicchiere che da solo è enigma
offri le nuvole della tua fronte,
per l’istante che si fa uccello
stacca briciole dal pane.
Filippo Strumia
Tu sai che c’è in questo momento nel tuo cuore, una qualche situazione di vitale importanza che non stai affrontando; un pericolo o una minaccia a cui non stai dando sufficiente attenzione, oppure una opportunità persa o qualcosa di ancora maggiore entità. Questi allarmi sono veri e hai bisogno di ascoltarli.
Se c’è qualcosa di urgente, come una bolletta inevasa, una lettera dell’Ufficio delle Entrate, un nodulo sotto un’ascella, la maggior parte delle persone se ne preoccupa immediatamente. Ma se qualcosa, pur essendo importante, non è urgente, come una questione o un obiettivo che puoi sempre rimandare ad un altro giorno, allora, facilmente lascerai che questi fuochi covino sotto la cenere. Alla fine, però, sono proprio quelli che, di solito, ti faranno pagare un prezzo più alto. Sai che ci sono ancora e che gettano un’ombra che puoi sentire fin dentro le tue viscere. Infine, le loro conseguenze prima o poi verranno a galla, magari durante la vecchiaia, quando guarderai indietro e considererai quello che, durante la tua vita, avresti voluto fare in modo diverso.
D’altra parte, invece, quando arrivi al punto di confrontarti con qualcosa d’importante, anche se non urgente, quel disagio che sentivi nelle viscere scompare. Ti senti bene con te stesso, facendo quello che puoi e rendendo la tau vita migliore
Apriti a qualcosa che hai messo in secondo piano e che ha bisogno di essere preso in considerazione. Può essere un aspetto economico, relazionale, di salute. Nota la tua riluttanza ad affrontare i tuoi bisogni significativi non soddisfatti: è normale provare sentimenti di colpa o di ansia al riguardo, considera se puoi lasciarli andare.
Chiede a te stesso: cos’è che mi impedisce di rivolgermi alle questioni importanti, anche se non urgenti, nella mia vita quotidiana? Che cosa tratti quotidianamente ma non risolvi mai una volta per tutte? O cosa continui a posticipare?
Elenca tutte le cose importanti che hanno bisogno di essere affrontate. Parlane ad una persona fidata. Convinciti che la questione in esame è veramente importante. Affrontala. Continua ad affrontarla.
Porta alla mente alcuni dei molti benefici che ti arriveranno se affronti una questione di questo genere. Fai in modo che i benefici ti siano ben chiari. Immagina il miglioramento che te ne può derivare. Vedi come miglioreranno i tuoi giorni, nota il modo in cui dormirai più profondamente. Lascia che il tuo cuore desideri questi benefici, lascia che ti attirino come il miele attira le api.
Considera il conto che, a breve o medio termine, ti arriverà se continui a trascurare quella questione. Quando decidi di confrontarti con questa scelta, apriti alla possibilità di percepirne i benefici.
Poi mettiti a lavorare. Per iniziare non hai bisogno di avere tutto il percorso chiaro in mente. Basta che tu sappia quale sarà il tuo prossimo passo, o al massimo i primi due, come ad esempio parlare di tale problema con un amico o un terapeuta, raccogliere le informazioni necessarie, fare una o due azioni positive al giorno, oppure accettare di ricevere un aiuto concreto da altri.
Quando sei bloccato non hai bisogno di un piano perfetto; hai bisogno di intraprendere un’azione, anche se ancora imperfetta. La svolta si verificherà, infatti, nel momento in cui ti impegni per affrontare una determinata situazione e strutturi successivamente un percorso e una azione continui, focalizzati al raggiungimento di questo scopo. Rick Hanson
©www.nicolettacinotti.net “Addomesticare pensieri selvatici”
Tempo di valutazioni di qualità negli uffici e tempo di conclusione dell’anno scolastico a scuola. Il momento in cui, tradizionalmente siamo portati a paragonare i risultati. Il momento in cui l’ingiustizia delle differenze ci sembra più ingiusta e suscita rabbia e, qualche volta, piccole vendette.
C’è una modalità che molti genitori utilizzano per calmare la gelosia: pareggiare le differenze. Tanti biscotti prende Marco, tanti biscotti prende Patrizia. Sembra una strategia vincente, vista sulla carta, eppure molto spesso non funziona. Non funziona in ufficio, non funziona a casa perchè si basa su una logica di giustizia distributiva che afferma “siamo tutti uguali”.
Il problema vero è che non siamo tutti uguali, anche se questo può suscitare scandalo, siamo tutti diversi, tutti unici, tutti con bisogni personali. Avere tutti la stessa cosa non rende giustizia a questo sentimento di unicità e spesso non calma la competizione e non lenisce la gelosia. Eppure è una strategia tanto usata perchè ci fa sentire a posto, dà l’idea di aver fatto quello che era giusto. In realtà la vera differenza da pareggiare non nasce dal numero di biscotti. Il dubbio non è sull’avere ricevuto quanto ci aspettavamo. Il dubbio vero è sull’avere un posto sicuro nell’attenzione dell’altro.
Se non sentiamo di avere una base sicura, avere avuto esattamente quanto ha ricevuto l’altro non basterà a calmarci perchè non ci toglierà il dubbio di fondo. Rafforzare una logica di giustizia distributiva – a tutti la stessa cosa – alla lunga non è sostenibile perchè, effettivamente, non siamo uguali, e prima o poi questa differenza prenderà forma. Se davvero vogliamo la pace in ufficio, se davvero vogliamo la serenità in famiglia, non affrettiamoci a dare a tutti esattamente la stessa cosa. Insegniamo a tollerare le differenze, esprimiamo apprezzamento per le diverse qualità. Disegniamo un processo di crescita per ogni figlio, per ogni studente, per ogni persona, che tenga conto di quello che sono e non di quello che è – teoricamente – giusto. Non aspettiamo giugno per fare questo lavoro: iniziamo a settembre, durante tutto l’anno, a costruire una cultura che non è distributiva. Una cultura che ci fa crescere a partire dalle differenze. Allora potremo veramente dire ai nostri figli “non mi interessa di cosa fanno gli altri, mi interessi tu” e saremo creduti. Perchè non lo renderemo vero solo quando fa comodo a noi ma anche quando fa comodo a loro.
Alla fin fine, affrontare i problemi è solitamente l’unico modo per superarli. Jon Kabat Zinn
Pratica di mindfulness: Io sono qui
© Nicoletta Cinotti 2018 Radical Self expression
Photo by Annie Spratt on Unsplash
I miei genitori sono anziani. Forse potrei dire molto anziani. Vengo da una famiglia che, dentro di me, ho sempre definito “americana”: molta distanza geografica, molta fiducia nell’autonomia e nell’indipendenza, nel fare da soli. Forse anche l’orgoglio di fare da soli. Adesso, per la prima volta da quando li conosco, hanno bisogno. Bisogno di cure, vicinanza e affetto. Ovviamente non lo chiedono ma basta stargli accanto che i bisogni fioriscono con lo stesso suono imperioso dei bisogni dei bambini.
Così sto imparando delle cose rispetto all’autonomia, facendo un percorso alla rovescia. Da figlia a genitore anziché da genitore a figlio. E scopro che le regole sono le stesse e che sono valide in tutte le relazioni, tra amanti come tra amici, tra genitori e figli e tra figli e genitori. Eccole:
C’è un esperimento in psicologia che si chiama Visual Cliff. I bambini devono attraversare un abisso – coperto da un cristallo – per raggiungere un gioco o il genitore. Dalla prospettiva di un bambino che ha meno un anno d’età quell’abisso è vero e non una illusione ottica. I bambini non attraversano l’abisso per prendere il gioco perchè hanno paura del vuoto. L’attraversano però se dall’altra parte c’è un genitore che li aspetta sorridendo, perchè l’amore ci insegna il coraggio
Essere amato profondamente da qualcuno ti dà forza, mentre amare profondamente qualcuno ti dà coraggio. Lao Tzu
Pratica di mindfulness: La classe del mattino
© Nicoletta Cinotti 2018 Radical Self expression Photo by Harshil Gudka on Unsplash
Forse la migliore strategia con la rabbia è preventiva. In molti casi infatti è possibile sapere che si sta formando una tempesta. Vediamo nubi che si addensano all’orizzonte e sentiamo aumentare la tensione. In questi casi può essere davvero una buona idea fare qualcosa prima che la situazione precipiti. Invece che aspettare l’esplosione scegliere un’azione – intenzionale – che ci protegga dalla possibile ferita o dalla possibilità che gli altri ci feriscano. In realtà facciamo già prevenzione con l’evitamento ma è una prevenzione poco efficace. La rabbia è una emozione con molta carica e l’evitamento non abbassa la carica della rabbia, riduce solamente l’esposizione fisica alla situazione difficile.
Prevenire significa scegliere di fare una serie di azioni che abbassino il livello della tensione tenendo conto del fatto che la nostra attenzione è rivolta ad evitare la deflagrazione e non ad evitare la situazione.
Cosa fare invece se l’esplosione è già avvenuta? Se il rapporto è solido possiamo avere un’opportunità costruttiva, di confronto. Possiamo avere la possibilità di riparare la ferita ed imparare dall’esperienza. Se invece il rapporto è già compromesso non trasformiamo questa persona in un nemico. Quando ci sentiamo feriti – e la rabbia molto spesso è la risposta ad una ferita – è facile pensare che la responsabilità sia di chi ci ha ferito. Entriamo così in un conflitto interiore che ci lascia stremati perchè diventa una guerra interna.
Non serve: abbiamo bisogno di curare e consolare la nostra ferita. Non abbiamo bisogno di un nemico da combattere ma di un amico da consolare e questo, intimamente, possiamo farlo solo noi.
La rabbia spesso ci ferisce più di un nemico. Il fatto che un nemico ci abbia ferito è già abbastanza negativo. Possiamo evitare di continuare a ferirci anticipando la ferita futura, rimanendo paralizzati dalla paura incapaci di incontrare quella persona al meglio delle nostre possibilità. Sharon Salzberg Robert Thurman
Pratica di mindfulness: Addolcire confortarsi aprire
© Nicoletta Cinotti 2024
Difficile non creare – dentro o fuori di sé – dei nemici. A volte sono persone che hanno fatto qualcosa che a noi è sembrato aggressivo, Altre volte hanno fatto qualcosa di realmente pericoloso, offensivo o ostile. A volte vediamo nemici attorno a noi perchè abbiamo paura. Altre volte perchè siamo arrabbiati. Quello che è certo è che è difficile rispondere ad una persona che consideriamo un nemico e spesso il nostro comportamento rende la situazione ancora peggiore di quello che è.
Molto del dolore che è collegato ai nostri “nemici” è un dolore emotivo che si intensifica a causa della nostra reattività. Ciononostante ci è difficile rinunciare all’arma a doppio taglio della rabbia e, visto che la lotta non si realizza più attraverso combattimenti fisici, passiamo all’uso dell’arma idella competizione per vincere quelli che consideriamo i nostri nemici.
La competizione che viviamo nella nostra vita quotidiana credo che equivalga alle lotte sanguinarie degli uomini primitivi: non utilizziamo più il confronto fisico ma mettiamo in azione la mente e la lotta competitiva per vincere quelli che, momentaneamente, consideriamo i nostri nemici. A volte sono antagonisti professionali, altre volte potenziali amanti dei nostri partner. Altre volte semplicemente persone che hanno qualità che vorremmo avere. La prima a parlare di sindrome da ipercompetitività è stata Karen Horney che con questo termine intendeva definire tutte quelle strategie comportamentali che ci spingono a fare azioni contro qualcuno. Non dobbiamo andare molto lontano per vedere come nasce un avversario e come diventa facilmente un nemico. Basta leggere un quotidiano e scorrere le pagine di politica, economia, cronaca sportiva e cronaca nera. Abbiamo facilmente un riassunto di come sembri indispensabile avere un nemico per definire la propria posizione e di come spesso sia la forza della lotta a questo avversario la misura delle nostre capacità. Visto che siamo più raffinati non colpiamo con le armi ma usiamo parole di svalutazione, giudizi severi e atteggiamenti di superiorità basati sulla cultura, ceto sociale o caratteristiche personali e cerchiamo solidarietà nella nostra lotta, coinvolgendo più persone possibili nella rete di competizione, avversione e, a volte, odio.
La competizione è naturale ed è parte dell’arsenale umano di sopravvivenza ma quando serve per creare dei nemici dobbiamo chiederci che potere le diamo nella nostra vita. Sharon Salzberg, Robert Thurman
C’è una convinzione nascosta dietro alla sindrome da iper-competizione. È l’idea che se accade qualcosa di buono ad un’altra persona questo abbia un effetto che diminuisce – per confronto – il nostro valore. Non è così ma i nostri sentimenti di gelosia o invidia ci portano a ragionare così. Anche quando il successo di un altro non è riferito ad un campo in cui siamo direttamente interessati, la nostra competitività può farci sentire perdenti. La pratica di mindfulness invita a coltivare un sentimento di gioia compartecipe attraverso la pratica di Mudita proprio per attraversare le emozioni di invidia e gelosia. Se attraversiamo la vita dalla prospettiva deprivata di ciò che ci manca e che non abbiamo, qualsiasi persona che abbia qualcosa che desideriamo può essere percepita come un competitore e, in fine, addirittura come un nemico. La notizia sorprendente è che la sindrome da iper-competizione non è qualcosa che accade solo con gli estranei: può essere una fonte significativa di conflitto relazionale e può portare un prolungato clima di tensione affettiva.
Scopriamo così che, stranamente, la competizione ha una connessione con l’amore o meglio con una mancanza di amore percepita come qualità di inadeguatezza; lo racconta bene John Welwood parlando del sentimento di non amore
[box] Se il vostro scopo nella coppia è dimostrare in continuazione di esser sempre i più bravi, di guadagnare di più, di controllare la vita di tutti, allora non volete il bene della coppia, tanto meno quello del vostro partner. Nelle coppie che funzionano, si coopera per raggiungere obiettivi comuni mettendo a disposizione le proprie risorse, si sostiene l’altro nel raggiungimento di risultati propri. Caterina Steri[/box]
La nostra percezione degli altri come nemici non nasce oggi: nasce nella nostra storia. È da piccoli che impariamo la competizione e, soprattutto, che impariamo ad associare la competizione con l’amore.
Essere sorelle è probabilmente la parentela più competitiva all’interno della famiglia, ma una volta che le sorelle sono cresciute, diventa la relazione più forte. Margaret Mead
La frase di Margaret Mead è fiduciosa perchè immagina che, ad un certo punto, la competizione diventi solidarietà Non è sempre così ma è certo che impariamo ad essere competitivi da piccoli perchè la competizione è una componente del nostro atteggiamento verso il gioco. In questo senso è un aspetto salutare della nostra esperienza: da bambini impariamo e sperimentiamo che, giocando con gli altri, a volte perdiamo e a volte vinciamo. Sempre da bambini però impariamo a mettere in relazione la competizione con l’amore: vincere è essere amati, approvati. Ricevere riconoscimento e rinforzo. Perdere è, prima di tutto, una esperienza che associamo alla perdita dell’amore. Impariamo anche che le patatine vanno divise e che, se qualcuno ne ha 10 anche noi ne vorremmo almeno 10. Iniziamo così, se le nostre esperienze non sono elaborate (ho detto elaborate e non positive), a credere che dobbiamo competere per non perdere, per non attraversare una esperienza di deprivazione.
Qual è la differenza tra esperienze elaborate ed esperienze positive? Non vorrei entrare in un campo troppo teorico però – rispetto alla competizione e alle emozioni ad esse collegate – il vero punto è imparare a stare nell’esperienza della perdita e del fallimento. Nell’inevitabile alternanza di vittorie e sconfitte. Non possiamo pensare che avere un’infanzia felice significhi che tutto è andato bene. Avere un’infanzia felice significa avere imparato a perdere e avere imparato che vincere e perdere fanno parte del gioco. Questo ci permetterà di uscire dall’infanzia senza uno schema mentale in cui sentirsi minacciati da qualsiasi persona stia giocando il nostro stesso gioco: che sia un collega, un amico, un partner.
Se volessimo solo essere felici, sarebbe facile. Ma vogliamo essere più felici degli altri, e questo è quasi sempre difficile, perché pensiamo sempre che gli altri siano più felici di quanto sono. Charles Montesquieu
L’ultima cosa che abbiamo voglia di sentirci dire è che siamo noi a co-creare un nemico: eppure è proprio così. Ogni persona è potenzialmente amabile e, anche, capace di ferirci. Non esiste una persona che è solo amabile, né una persona che è solo capace di ferirci. Se pensiamo alle persone che amiamo possiamo riconoscere che in qualche momento ci hanno ferito. La differenza è se, per quella ferita, le abbiamo trasformate in nemici oppure se – per sentirci al sicuro – abbiamo iniziato a fare di tutto per essere migliori di loro. Se ci accorgiamo che questo è quello che abbiamo fatto, è necessario prenderci la responsabilità di aver co-creato un nemico e co-costruito una competizione assurda. E lasciarla andare, anche se volesse dire accettare di perdere, è la cosa migliore che possiamo fare per noi.
La competizione e la rivalità sono un legame fortissimo. Davvero! Com’è possibile essere lontani da un rivale, da una persona con la quale siamo in competizione? Ogni passo fa lui, ogni passo guardiamo come farlo meglio. Così nella competizione – che sia sportiva o solo personale o professionale – abbiamo un legame molto stretto con il nostro avversario. Un legame stretto che disegna favolose storie e narrazioni sportive. Come dimenticare la rivalità tra squadre della stessa città e il pathos che attiva un derby? Come dimenticare la rivalità tra Federer e Nadal, tra la Kurnikova e la Hingis, Tra Lauda e Hunt. Tra Italia e Germania nel calcio (e non solo).
Il punto però rimane la soglia del gioco. Quando la competizione va oltre questa soglia diventa iper-competizione e diventa la co-creazione di un nemico che ci terrà legato a lui/lei a doppia mandata.
L’Iliade dà a volte l’illusione di essere la giustapposizione di più rivalità elette: ogni eroe trova nel campo avverso il suo nemico designato, mitico, quello che lo tallonerà finché non l’abbia distrutto, e viceversa. Ma questa non è la guerra: è l’amore, con tutto l’orgoglio e l’individualismo che presuppone. Amélie Nothomb
I vicini sono spesso i “migliori nemici“: abbastanza estranei da permetterci di esprimere ostilità e abbastanza simili da ri-attivare temi legati al rapporto con i fratelli. Hanno una casa come la nostra magari un po’ più grande – o più piccola – più bella o più brutta. Sono perfetti per scatenare la nostra avversione e la nostra competizione. In questo siamo aiutati da una mente che funziona per opposti e che è solita paragonare. Gli stereotipi ci aiutano: ci offrono un modo rapido per categorizzarli, per dire che noi siamo la normalità e loro no. Noi siamo lo standard e loro no. Per uscire da questo circolo vizioso di nuovo la pratica di mindfulness è importante: ci aiuta a praticare la gentilezza amorevole e ci aiuta ad essere consapevoli del fatto che il nostro cuore funziona a cerchi di familiarità. Abbiamo un atteggiamento verso i familiari e un altro atteggiamento verso le persone neutre. Un atteggiamento verso le persone difficili e un altro ancora verso l’umanità in generale. Con questa pratica possiamo ricordarci che generalizzare non serve. Il nostro cuore è vasto ma la generalizzazioni lo chiude anziché aprirlo.
Quando ho fatto questa domanda ad una anziana ed energica signora questa mi ha risposto “Se ho ragione sono anche felice!”. Non è così. Il fatto di avere ragione molto spesso è la base per iniziare una lotta. Contro le ingiustizie – ci diciamo – in realtà una lotta perchè la nostra ragione vinca. Cerchiamo di giustificare queste ragioni con argomentazioni razionali e che non tengono conto degli aspetti emotivi del nostro interlocutore e nemmeno dei nostri aspetti emotivi. Vogliamo avere ragione perchè associamo al successo la felicità. Perchè associamo la felicità al potere e alla dominanza. Quello che succede, quando abbiamo imposto la nostra ragione, il nostro punto di vista, è che spesso abbiamo rotto o incrinato il tessuto di una relazione. Anche questa è una forma di iper-competizione. Anche questa fa danno a noi e a chi ci sta intorno. Per paradossale che possa sembrare, più a noi che a chi ci sta intorno.
Dobbiamo essere grati ai nostri nemici perché ci insegnano la pazienza, il coraggio, la determinazione e ci aiutano a sviluppare una mente tranquilla. Dalai Lama
Il Dalai Lama racconta una storia al riguardo. Avevano una vecchia macchina da riparare, che era appartenuta al precedente Dalai Lama. Un suo aiutante non riusciva a farla funzionare. Era un buon meccanico ma dopo giorni e giorni la macchina sembrava non volerne più sapere di viaggiare. L’uomo perse la pazienza e il Dalai Lama lo trovò che batteva la testa ripetutamente contro la macchina. “La macchina non sentirà niente”, gli disse il Dalai Lama e la rabbia ferisce più noi dei nostri nemici. Il fatto di avere un nemico è già abbastanza un guaio, non migliora se rimaniamo intrappolati in questa situazione. A volte le persone sono ostinate più di noi: cerchiamo di avere ragione e ci comportiamo come l’uomo che batteva la testa sulla macchina. Alla fine sentirà male di sicuro e non avrà risolto il problema. Per uscire dal problema abbiamo bisogno entrambi di tornare ad una comunicazione che includa gli aspetti emotivi che nascondiamo dietro il fatto di avere ragione
La migliore strategia di tutte è agire preventivamente, consapevolmente e prima di diventare arrabbiati, per non dare ai nostri nemici l’opportunità di ferirci. Sharon Salzberg Robert Thurman
© Nicoletta Cinotti 2018 Photo by Quino Al on Unsplash
Colpisci il tuo cuore, Amelie Nothomb
Preferisci avere ragione o essere felice? Marshall Rosenberg
Love your enemies, Sharon Salzberg e Robert Thurman
Progetto finanziato con il contributo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR)
Programma Regionale Liguria 2021–2027 – Azione 1.2.3 “Supporto allo sviluppo di progetti di digitalizzazione nelle micro, piccole e medie imprese”.
CUP: G34E24003120005

Sede di Genova
Via XX Settembre 37/9A
Sede di Chiavari
Via Martiri della Liberazione 67/1
Mobile 3482294869
[email protected]
Iscrizione Ordine Psicologi
della Liguria n°1003
Polizza N. 505610972, Allianz Spa
P.IVA 03227410101
C.F. CNTNLT59A71H980F
Le fotografie di questo sito sono state realizzate da Rossella De Berti e Silvia Gottardi
Concept e design Marzia Bianchi
WebSite by Black Studio
Puoi iniziare subito: con l’iscrizione a "Con Grazia e Grinta", la mia newsletter, ti accompagnerò per i prossimi sette giorni in una pratica quotidiana di mindfulness.
Dopo potrai scegliere se continuare a ricevere i post del blog o la newsletter settimanale..