Per fare un prato bastano
Un trifoglio, un’ape
Un trifoglio, un’ape
E un sogno.
Può bastare il sogno
Se le api sono poche.
Emily Dickinson
Per fare un prato bastano
Un trifoglio, un’ape
Un trifoglio, un’ape
E un sogno.
Può bastare il sogno
Se le api sono poche.
Emily Dickinson
Ho vissuto pochi anni in casa, da figlia. Me ne sono andata via presto e sono andata lontano. Come chilometri e come esperienze. Eppure gli anni mi rendono sempre più simile a mia madre. Eppure, consapevolmente, non ho imparato da lei come comportarmi.
Potrei dare la responsabilità alla genetica ma dubito che ci sia un cromosoma della colazione. Com’è allora che il tempo ci rende sempre più somiglianti? Francois Dolto diceva che tutti i figli sono adottivi, per sottolineare come i figli non ci appartengano ma siano semi che spargiamo nel mondo. Eppure anche i figli adottivi a volte assomigliano ai genitori adottanti.
Alla fine credo che questa sia una conseguenza dell’amore che ti scrive dentro frammenti di gesti, sfumature di significati. Mette dentro una visione del mondo, non insegnata dalle regole e nemmeno dalla disciplina. Sono stata una disobbediente e faccio una vita che mia madre non farebbe mai. Ma il modo in cui mi ha tenuta in braccio, le nostre ore mattutine, quando all’alba eravamo insieme mentre tutti gli altri dormivano, hanno messo radice.
Non è genetica: sono le conseguenze imprevedibili dell’amore. Che ci entra dentro e dà forma ai nostri gesti. Sono un segno della vastità del cuore che non ci appartiene. Abbiamo un cuore in prestito, anche quello è adottivo. Appartiene all’umanità e ogni volta che amiamo coltiviamo quel cuore più grande di noi e impariamo da altri ad amare.
Se stai leggendo queste parole forse è perchè qualcosa ha bussato alla tua porta e sei pronto a cambiare. Non basta apprezzare il cambiamento da lontano, come se fosse qualcosa di astratto che succede agli altri ma non a te. Abbiamo bisogno di creare il cambiamento in noi stessi, come parte della nostra vita quotidiana. Sharon Salzberg
Pratica di mindfulness: La pratica di Metta per la relazione
© Nicoletta Cinotti 2024
La predominanza della mente è così forte che raramente siamo consapevoli di come le nostre tensioni fisiche condizionino e diano forma al nostro umore, ai nostri pensieri e al nostro modo di rispondere alla vita. Ce ne accorgiamo solo quando abbiamo delle preoccupazioni ipocondriache. In realtà il corpo e come lo percepiamo – anche se non lo sentiamo – è la base su cui si organizza tutto il resto del nostro funzionamento. Siamo abituati a prenderne atto solo quando il corpo crea un problema di dolore fisico o di malattia. Per il resto del tempo lo trattiamo come un servo muto che esegue gli ordini della mente.
Questo accade perchè siamo sicuri di poter superare tutto con il nostro impegno e la nostra volontà ma non abbiamo fiducia che l’ascolto serva per superare i problemi. Così non ascoltiamo il corpo: troppo lento, troppo primitivo, troppo semplice. Meglio trovare qualche elaborata soluzione mentale. Che poi fallisce. Perchè il nostro corpo, per quanto lento, primitivo e semplice è onesto e sostiene solo la verità. Se non sente autentica una soluzione, una scelta, troverà il modo di dircelo, magari con qualche atto mancato. Magari con qualche strano sintomo. Imparare ad ascoltarlo ci permette di non arrivare alla soluzione solo con la volontà e lo sforzo: due ingredienti che sono a tenuta limitata.
Ascoltare il corpo – dargli lo spazio di espressione – ci permette di trovare delle risposte più lentamente. Quelle risposte però saranno autentiche. Perchè il corpo, dice il saggio, non mente.
I sentimenti positivi nascono dall’essere in contatto con se stessi. Nascono dall’arrendersi al corpo. Alexander Lowen
Pratica del giorno: La classe del mattino
© Nicoletta Cinotti 2018 Radical self expression
Photo by Ahmad Odeh on Unsplash
Una canzone di qualche anno fa diceva “se stiamo insieme ci sarà un perchè…” In effetti c’è sempre una ragione per cui stiamo insieme a qualcuno. Una ragione per cui rimaniamo con un partner professionale o affettivo. Solo che, a volte, questa ragione cambia nel tempo. Magari iniziamo a stare insieme sulla base della speranza e del desiderio: la speranza di quello che potremmo diventare e il desiderio di esserlo. Si accende, dentro di noi la possibilità di un progetto futuro e così iniziamo a stare insieme. E già dall’inizio siamo in tre: io tu e il nostro progetto, a volte condiviso, a volte segreto.
Inevitabilmente il tempo dà una forma a quella possibilità: a volte la realizza e a volte la modifica, magari in maniera sostanziale. Lottare perchè le cose assomiglino alla speranza iniziale spesso è solo un modo per accendere il conflitto, per correggere la realtà, per rifiutare la semplice verità che non abbiamo controllo sulle cose del mondo e nemmeno sulla nostra stessa vita.
In quel momento – nel momento in cui ci rendiamo conto della distanza tra la speranza iniziale e la realtà – abbiamo tre possibilità. Usiamo il buono che abbiamo condiviso insieme per disegnare un’altra possibilità, decidiamo di separare le nostre strade, oppure facciamo come il pesce che è rimasto nel palamito. Molti pesci, quando finiscono nella rete, iniziano a divincolarsi per cercare la libertà. E in quel divincolarsi finiscono ancora più incagliati dentro la rete dalla quale volevano scappare.
Spesso facciamo come quel pesce: nel tentativo – iperattivo quanto disperato – di trovare una via di fuga finiamo per complicare di più tutto. Per aumentare la rabbia, per aumentare la mancanza di libertà e l’impossibilità a trovare una soluzione.
Le vere soluzioni sono semplici come aspettare che il fango si depositi sul fondo. Nascono dal minimo sforzo perchè lo sforzo complica anziché sciogliere. Quando siamo in una situazione complicata e ci sentiamo spinti a fare qualcosa – anzi di tutto – pur di uscirne la risposta migliore è rimanere fermi finché non sorga, dalla nostra consapevolezza, la giusta azione. La nostra mente funziona per polarità: se vuoi sapere come agire, attraversa l’immobilità. Se vuoi sapere cosa dire, abita il silenzio. È per questo che nella pratica l’invito è a rimanere immobili e silenziosi: per imparare ad osservare con gentilezza e precisione, prima di agire, prima di parlare. Perchè le parole spesso hanno più forza delle azioni.
La felicità è più leggera di una piuma, nessuno sa afferrarla.
L’infelicità è più pesante della terra, nessuno sa lasciarla.Lao Tzu
Pratica di mindfulness: Il Body Scan
© Nicoletta Cinotti 2026
Attorno alla nostra storia passata c’è una confusione fondamentale. Da una parte vorremmo scappare dai dolori del passato, dall’altra torniamo continuamente – in modo diretto o indiretto – alle memorie difficili. Che siano relative al partner con il quale ci siamo appena lasciati o a qualcosa di più antico abbiamo sempre una posizione a metà: non siamo né totalmente dentro, né totalmente fuori. Il passato ci tiene prigionieri?
Credo che quando accade un evento doloroso la prima cosa che facciamo, tutti, è di iniziare a lottare contro quel dolore. Per farlo passare prima possibile. Siamo convinti che questa sia la priorità e rispondiamo a questa priorità con tutte le nostre energie. Questa lotta ci spinge avanti e il tempo, molte volte, cura il dolore. Lo diminuisce con il passare dei giorni. Allora perchè, visto che abbiamo vinto la battaglia contro il dolore, il passato ritorna, come ricordo o come ripetizione dell’evento? Perchè il passato tende a ripetersi nel presente?
Perchè ci siamo dimenticati una cosa importante: per combattere il dolore una parte di noi è rimasta imprigionata: è la parte che ha bisogno di consolazione e che è ancora lì, nel luogo in cui è successo l’evento doloroso, all’età di quando è successo quell’evento, che aspetta che qualcuno venga a liberarla. Non dal dolore ma dalla solitudine. Noi siamo scappati per combattere il dolore è lei/lui è rimasto lì, congelato che ci sta aspettando. Non aspetta che combattiamo il drago, che sconfiggiamo il mostro, che torniamo vincenti e pieni di successo. Non aspetta questo. Aspetta che qualcuno torni a consolare quel dolore. Ecco perchè il passato ritorna: perchè ci siamo scordati di consolare, tanto eravamo occupati a combattere.
A volte, in questa attesa, si aggancia un’altra confusione fondamentale: l’idea che la consolazione possa arrivare solo da qualcun altro. Qualcuno che ci ama così tanto che curerà, con la sua presenza, tutti i nostri mali (e tutti i mali del nostro mondo). Non è così: quel dolore va conosciuto per essere consolato e lo conosciamo, fino in fondo, solo noi. Il bambino congelato, la bambina congelata, l’adolescente immobilizzato, l’adulto traumatizzato aspetta noi. Aspetta che finalmente qualcuno gli dica “non è stata colpa tua”.
I modelli nevrotici vengono mantenuti dall’illusione che qualcuno possa fornire l’amore cercato tanto disperatamente ma nessuno può amarci veramente se siamo pieni di sensi di colpa e non amiamo noi stessi. Alexander Lowen
Pratica del giorno: Protendersi oppure la meditazione in diretta FB alle 7.30. In differita la trovi qui
© Nicoletta Cinotti 2018 Radical self expression un gruppo di bioenergetica e mindfulness 9 – 10 Giugno
Photo di jeremy-bishop-346059-unsplash
Su, coraggio, scivoliamo
ogni giorno più in basso;
che gioia nel correre
sempre più in basso.
È questa la legge più cara che conosciamo
felicità è scendere
Con dolce desiderio, con dolce volontà
scendiamo sempre più in basso.
Ascoltate l’invito che giorno e notte
ci sollecita ad andare.
Sgorghiamo dalle vette
per scorrere giù nelle vallate,
sempre rispondendo al richiamo
di raggiungere il luogo più basso.
Scendere e poi risalire:
ecco il desiderio più dolce e il più dolce dolore.
Hannah Hurnanrd
Photo by Andrew Bertram on Unsplash
Progetto finanziato con il contributo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR)
Programma Regionale Liguria 2021–2027 – Azione 1.2.3 “Supporto allo sviluppo di progetti di digitalizzazione nelle micro, piccole e medie imprese”.
CUP: G34E24003120005

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