È degno di ammirazione il Pi greco
.
Anche tutte le sue cifre successive sono iniziali,
, poiché non finisce mai.
Non si lascia abbracciare dallo sguardo,
, dal calcolo,
dall’immaginazione,
e nemmeno dallo scherzo, ossia dal paragone
con qualsiasi cosa
al mondo.
Il serpente più lungo della terra dopo vari metri s’interrompe.
Lo stesso, anche se un po’ dopo, fanno i serpenti delle fiabe.
Il corteo di cifre che compongono il Pi greco
non si ferma sul bordo del foglio,
è capace di srotolarsi sul tavolo, nell’aria,
attraverso il muro, la foglia, il nido, le nuvole, dritto fino al cielo,
per quanto è gonfio e senza fondo il cielo.
Quanto è corta la treccia della cometa, proprio un codino!
Com’è tenue il raggio della stella, che si curva a ogni spazio!
E invece qui due tre quindici trecentodiciannove
il mio numero di telefono il tuo numero di collo
l’anno millenovecentosettantatré sesto piano
il numero degli inquilini sessantacinque centesimi
la misura dei fianchi due dita sciarada e cifra
in cui vola e canta usignolo mio
oppure si prega di mantenere la calma,
e anche la terra e il cielo passeranno,
ma non il Pi greco, oh no, niente da fare,
esso sta lì con il suo cinque ancora passabile,
un otto niente male,
un sette non ultimo,
incitando, ah, incitando l’oziosa
eternità
a durare.
@Wislawa Szymborska, La gioia di scrivere, Traduzione di Pietro Marchesani
Argomento
I desideri e i semi di speranza
Ogni desiderio ha in sé un seme di speranza. E la speranza che nasconde è sempre la stessa. Segreta o palese, nascosta o evidente, grande come una montagna o come un seme di sesamo. La speranza è che la realizzazione di quel desiderio ci faccia felici.
È la speranza che dà al nostro desiderio la forza propulsiva. È la speranza che offre la nostro desiderio la spinta di realizzazione. In confronto il piacere è la parte finale ma senza quell’inizio legato alla speranza nessun desiderio avrebbe la forza di muoverci verso la realizzazione di qualcosa. Eppure quella speranza è anche ciò che ci spaventa di più. Temiamo il dolore per ciò che non è stato quasi di più del dolore per quello che è avvenuto. Perchè quando la speranza non si realizza sperimentiamo proprio quel dolore: il dolore che non ha storia.
È un dolore che sembra annulli il nostro desiderio di vivere e quindi, il desiderare stesso. È vero che la speranza, con la sua apertura al futuro, e all’imprevisto, ci espone alla delusione. È vero però che senza speranza non riusciremmo a stare nella catastrofe della nostra vita. È perchè continuiamo a sperare che quella catastrofe ci sembra tollerabile.
Allora forse l’unica cosa che possiamo fare è abbracciare la speranza, non accettare sostituti alla nostra speranza di felicità e riconoscere che la speranza non è una garanzia. Non è la certezza. È quello che rende l’imprevedibile tollerabile. Quello che rende la catastrofe sopportabile. Quello che ci ricorda che il cambiamento è sempre possibile. Non rinunciare alla speranza per non soffrire, non rinunciare al desiderio per non sbagliare. Il problema non è la speranza: il problema è la pretesa che le cosa vadano esattamente come avevamo sperato.
Rinunciare alla pretesa apre un mondo di speranza in cui non saremo soddisfatti o rimborsati però saremo vivi.
Un’emozione (un vuoto) soltanto osservata emergerà e svanirà da sé: la lasciamo lì buona, ne accettiamo la momentanea esistenza ed ecco che arriva la calma. Kankyo Tannier
Pratica informale di mindfulness: Per un minuto essere semplicemente attenti a ciò che cambia e a ciò che compare
Pratica formale di mindfulness: La consapevolezza del corpo
© Nicoletta Cinotti 2025 Primavera: ricominciare. Ritiro di bioenergetica e mindfulness
Auto – stima o self compassion?
Non è insolito per me incontrare persone che affrontano una difficoltà e si rimproverano pure. Qualche giorno fa una donna che stava affrontando una difficile relazione sentimentale mi ha detto che si domandava perchè sceglieva sempre uomini difficili. Come se fosse colpa sua la difficoltà emotiva delle persone che incontrava.
Questa frase mostra tutta la dolorosa e paradossale sofferenza che è legata all’autostima. Per stimarci abbiamo bisogno di superare le prove che affrontiamo a testa alta. Abbiamo bisogno di vincere, di essere cool. Di essere al di sopra delle difficoltà rimanendo troppo a lungo in situazioni dalle quali dovremmo scappare a gambe levate. La vera domanda, secondo me, non è perché incontriamo uomini difficili o perché abbiamo un problema. Quella è una domanda che alimenta solo il senso di colpa e che cerca – attraverso il successo e la soluzione del problema – di ristabilire la propria autostima. A patto di una fatica e una sofferenza esagerate.
La vera domanda è un’altra: perché rimango in una situazione difficile, pur di risolverla, senza compassione e affetto per il dolore che mi provoca? Perché non lascio andare, dicendo a me stessa “non ha senso soffrire così?”. Non lo facciamo perché abbiamo barattato la self-compassion, la compassione verso se stessi, per l’autostima. Direi che è un cambio che non vale la pena fare. È un cambio che alimenta il dolore, nutre la sofferenza.
Se guardiamo alle nostre difficoltà invece che dall’ottica dell’autostima (e del senso di colpa che l’accompagna sempre) dall’ottica della self-compassion, qual è il prossimo passo che vorremmo fare? Fai quel passo.
È quel passo che cambierà la tua vita. Non sarà l’insistere fino allo sfinimento. Non sarà il lottare fino alla fine. Sarà il lasciar andare e il lasciar fiorire. Te stesso/a prima di tutto. E questo non è un atto di egoismo: è un atto di saggezza.
L’essenza della mindfulness è l’ascolto profondo – coltivare un rapporto di intimità con la tua stessa vita che sboccia, come se questo fosse ciò che conta. E lo è. Più di quanto pensi. E più di quanto tu possa mai pensare. Jon Kabat Zinn
Pratica di mindfulness: Self compassion breathing
Poesia del giorno: Lasciò andare
© Nicoletta Cinotti 2025 Primavera: ricominciare. Ultimi giorni in early bird
Pettinare nel verso del pelo
Ieri ero a Milano, speaker per un evento rivolto alle donne che lavorano in un gruppo internazionale. Una platea interamente femminile, tutte speaker donne ma il main speaker, ossia lo speaker più importante, era un uomo (e che uomo): Julio Velasco.
Ha detto molte cose interessanti e indubbiamente era l’uomo giusto al posto giusto, in un incontro perfetto per tempi, modi e interventi. In un piccolo e delizioso teatro nel cuore della città. Organizzato da donne, pensato per donne. Ha saputo parlare della specificità senza entrare mai in territori pericolosi e riassumo qui due o tre cose che mi sembra importante ricordare: le donne sono ubbidienti. Allenare una squadra di donne significa che quando dai loro un compito, lo fanno. Gli uomini no o se lo fanno ci aggiungono qualcosa di extra. Le donne sono affidabili, si impegnano ma hanno bisogno di sviluppare la loro autonomia, per cui è felice quando si auto-organizzano. Le donne non sanno reggere il conflitto: alzare la voce con una donna è sempre sbagliato e lui apprezza le donne che sanno protestare perché sono quelle che, quando la situazione è difficile, tirano fuori la grinta necessaria. E da una grande atleta e da una grande allenatrice ha imparato una cosa importante: dire brava alle persone che si sono impegnate, continuando a chiedere il massimo. Ha anche detto che la psicologia fa male (come dargli torto), almeno in ambito sportivo. Ha raccontato come risolve le tensioni interne al gruppo e altre amenità. alcune molto divertenti.
Alla fine però, mi ha ricordato mio padre, che sapeva “pettinare nel verso del pelo”. Stare zitto quando parlare avrebbe voluto dire peggiorare la situazione. Farti credere che eri la persona più importante della stanza, anche se non era vero. Usare la tua ammirazione per le sue ragioni. Chi è consapevole del proprio potere sa pettinare nel verso del pelo perché sa che l’attrito aumenta solo la fatica e non il rendimento. Tutte cose che non ho mai imparato e che, per me, sono caratteristiche maschili che vorrei avere. Non per usarle sempre ma almeno qualche volta. Per non navigare sempre contro corrente, per non dover creare attrito per essere ascoltata. Invece, credo per molte donne, creare attrito è l’unico modo possibile per esistere, dove creare attrito significa spiccare, impegnarsi, rompere il soffitto di cristallo a testate. Quando non avremo più bisogno di creare attrito su quel palco, main speaker, sarà una donna. E che donna!
Ma cos’è questa salvezza? La salvezza è riconoscersi. Ci si salva ricordandosi di sé, scoprendo un talento, trovando una via. E quella via è illuminata da una luce forte. Quando mi perdo, quando il dubbio mi assale, quando gli eventi mi trascinano in basso, mi ricordo di quella luce e ritrovo la strada. Valerio Grutt
Pratica di mindfulness: Ti vedo, ti sento
© Nicoletta Cinotti 2025 Primavera: ricominciare. Ultimi giorni in early bird
La terapia invisibile, la pratica invisibile
Qualche giorno fai ho ricevuto una mail da una persona che ha concluso da tempo la psicoterapia. Mi aggiornava su come stanno andando le cose e mi diceva che il lavoro fatto insieme, in modo invisibile, la aiutava.
Inutile dire che sono stata contenta di ricevere sue notizie. Ma soprattutto sono stata contenta di quella parola “invisibile”. È una parola che amo tantissimo (e come sai prendo spesso delle cotte per una parola. Anche una sola parola che brilla nel vuoto della pagina, come In-visibile).
La amo perché molto di quello che è visibile al cuore è invisibile agli occhi. Non vediamo tangibilmente molte cose che, pure, esistono dentro di noi. Non vediamo l’affetto che abbiamo ricevuto, quello che ci nutre e ci ha nutrito. Non vediamo come nascono le emozioni, non vediamo come si sviluppano i pensieri.
Non vediamo come batte il cuore, come si muove l’ossigeno nel corpo. Eppure tutto questo invisibile è necessario.
Anche la pratica di mindfulness è, in buona parte, un cambiamento invisibile. Ci cambia ma non sappiamo come e dove avviene. Non possiamo dire il giorno in cui abbiamo smesso di chiuderci di fronte a certe emozioni e abbiamo cominciato ad aprirci. Nè il giorno in cui ci è stato facile dimenticare le offese. Eppure tutto questo cambia e ha cambiato, visibilmente, la nostra vita.
C’è un’altra invisibilità che amo: quella della psicoterapia. Se c’è un modo in cui vorrei che funzionasse la psicoterapia questo è invisibile. Non vorrei diventare un personaggio per nessuno dei miei pazienti: vorrei che sentissero come propria e personale ogni parola che dico. Vorrei che tutto ciò che accade diventasse parte della loro storia. Perché più io sono personaggio, attore del loro cambiamento, più ci sarà uno scalino che declina una dipendenza e declina una differenza digestiva.
Se qualcosa è lontano da noi diventa una differenza digestiva: magari ha un buon sapore ma richiede un po’ di tempo per essere digerito. Il pane lievita tra un impasto e l’altro. Avviene la stessa cosa per la pratica di mindfulness e la stessa cosa per la psicoterapia. Non è solo quello che avviene in seduta. È tanto quello che avviene tra un impasto e l’altro.
Così cerco ogni giorno di diventare un po’ più invisibile, di affinare le parole e cambiare vocabolario ogni volta che qualcuno di diverso entra nella porta. Questa pratica invisibile di riduzione dell’ego mi è cara. E ogni persona diventa il mio insegnante. L’insegnante di una lingua nuova che, senza di lui, senza di lei, non avrei mai imparato.
Io rimango io, eppure ognuno mi cambia.
Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.
“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa, che ha fatto la tua rosa così importante”.
“È il tempo che ho perduto per la mia rosa…”, sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
“Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”.
“Io sono responsabile della mia rosa…”, ripeté il piccolo principe per ricordarselo. Antoine de Saint-Exupéry. Traduzione di Chandra Livia Candiani
Pratica di Mindfulness: Compassione per il Sé ansioso
© Nicoletta Cinotti 2025 Primavera: ricominciare
Quando la mente diventa una prigione
Ti è mai capitato di chiederti perché, nonostante tutti i tuoi sforzi per risolvere i “problemi” della tua vita, continui a sentirti bloccato/a? Come se avessi risolto tutto ciò che dovevi risolvere, eppure quella sensazione di malessere persiste, testarda, come un’ombra che ti segue anche nelle giornate di sole?
C’è una spiegazione, e non ha niente a che fare con l’essere “sbagliate” o “difettose”.
Il punto è che la mente è il nostro tesoro più prezioso (e il nemico più nascosto)
La nostra mente è straordinaria. Un capolavoro evolutivo capace di creare arte, risolvere problemi complessi, immaginare universi interi. Eppure, è anche il nostro più subdolo antagonista.
Funziona così: la mente impara una modalità operativa, uno schema, basato sulle risposte emotive più frequenti che ha sperimentato. È come se venisse programmata da quelle esperienze ripetute. E poi continua a funzionare in quel modo, anche quando le circostanze cambiano radicalmente.
Pensa a un sentiero nel bosco. Più viene percorso, più diventa marcato e facile da seguire. La mente funziona allo stesso modo: crea percorsi neurali che diventano sempre più automatici con l’uso.
Una mia amica ha una capacità di entrare in relazione con gli altri che io non ho nemmeno nei miei giorni migliori – sempre circondata da amici, sempre al centro di reti sociali vibranti. Eppure, mi scrive spesso: “mi sento sola”.
E sai cosa? Dice contemporaneamente una verità e una bugia.
La verità è che sente realmente solitudine. La bugia è che non è effettivamente sola ora. È stata profondamente sola in passato, e la sua mente si è strutturata attorno a quella sensazione. Per cui, malgrado abbia sviluppato infinite strategie per non essere sola, continua a sentirsi così.
Il suo cercare più amici, più relazioni o più contatti non funzionerà mai. È come cercare di riempire un secchio bucato. È necessario cambiare la mente e la pratica di mindfulness funziona esattamente a questo livello: inizialmente ci calma. Poi ci permette di osservare come funziona la nostra mente. Infine ci aiuta a non rimanere catturati dalle solite trappole mentali
È come mettersi faccia a faccia con la propria mente e dire: “Va bene così: posso aprirmi anche a questa esperienza. Posso imparare a conoscere come funziono e non credere agli slogan che mi percorrono come una vecchia propaganda.”
Perché, paradossalmente, le persone più difese non sono le più sicure né le più felici: sanno solo come avere paura, non come funzionano realmente.
Come scrive magistralmente Alexander Lowen:
“Percepiamo indistintamente il dolore, l’angoscia, e la disperazione esistenti appena sotto la superficie, ma siamo decisi a vincere la debolezza, a superare le paure e sormontare le angosce. Per questo i libri su come migliorare se stessi o su come fare una data cosa sono così popolari. Purtroppo, questi sforzi sono destinati a fallire perché essere una persona non è qualcosa che si può fare; non è un atto definito: è un qualcosa che ci obbliga a interrompere il nostro lavoro frenetico, a prendere il tempo di respirare e sentire.”
E qui sta la chiave: usare la mente come strumento di conoscenza e non solo come strumento di difesa.
Non è un percorso facile, ma è infinitamente più liberatorio che continuare a correre in cerchio, cercando di risolvere problemi esterni quando il vero lavoro è dentro di noi.
Pratica di mindfulness: La sospensione del giudizio
© Nicoletta cinotti 2025 Primavera: ricominciare
