Capita molto spesso che le nostre emozioni si trasformino in domande: perché faccio così? Perché è capitato proprio a me? Cosa c’è che non va nella mia vita? Perché incontro sempre persone di un certo tipo?
Le domande sono molte e le risposte a queste domande non ci sono. Se facciamo attenzione, alla fine, tutte queste domande esprimono solo un senso di infelicità e il desiderio di uscire da questa sensazione, in un modo o nell’altro. Esprimono il nostro bisogno di comprendere e le trasformiamo nel nostro bisogno di capire. Comprendere e capire però non sono la stessa cosa.
Capire è legato alla speculazione intellettuale, segue le leggi della logica e non prevede gli aspetti emotivi e la loro fluidità e profondità. Comprendere ci permette di arrivare alla nostra mente cuore e di unire la riflessione alle emozioni. Comprendere non è un’operazione intellettuale: è portare la nostra esperienza al cuore e lasciare che la nostra compassione la trasformi. Allora possiamo trovare la risposta alla nostra domanda di felicità. Una risposta scevra da senso di colpa e rimprovero. Perché l’infelicità non è una colpa. E’ solo un movimento dell’anima che aspetta accoglienza.
Solo se comprendiamo quello che sta accadendo possiamo fare il passo fondamentale che è accogliere il nostro dolore. Questo è il luogo in cui possiamo letteralmente dirgli “si”, perché comprendiamo che tanto più resistiamo alla nostra esperienza, tanto più ci rimaniamo incastrati. Così la vera domanda è: posso dare il benvenuto a questo nel mio sentiero? Ezra Bayda
Pratica di mindfulness: Lasciar andare il paragone
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