Tipologia
L’ansia e il percorso della farfalla
L’ansia è una delle nostre emozioni di base, spesso un’emozione scomoda eppure necessaria.
Il suo ruolo è principalmente quello di funzionare come attivatore di fronte alle situazioni nuove o come rilevatore di pericolosità. Dal punto di vista fisiologico l’ansia si associa ad una risposta del ramo simpatico del Sistema Nervoso Autonomo e si accompagna ad un aumento di adrenalina e noradrenalina nel circuito sanguigno. E’ la scarica adrenalinica della mattina che ci sveglia e ci prepara a passare dalla notte al giorno, attivando la nostra attenzione e interrompendo la “paralisi muscolare” che protegge il sonno. E’ l’adrenalina che aumenta i nostri riflessi in situazioni di pericolo e ci rende più in grado di fronteggiarlo.
Se è tanto utile perché fa male?
Il problema è che possiamo continuare a sentirci minacciati anche in assenza di pericolo reale inducendo così il nostro organismo a continuare a produrre adrenalina.
L’adrenalina è stata ritenuta per anni il neurotrasmettitore principale del sistema nervoso simpatico, anche se viene liberata anche a livello di sinapsi del sistema nervoso centrale, dove svolge il ruolo di neurotrasmettitore.
In generale l’adrenalina è coinvolta nella reazione “combatti o fuggi” (fight or flight) e produce una risposta fisica che incide sul funzionamento gastrointestinale, bronchiale, cardiaco e, quindi, del flusso sanguigno.
Possiamo a buon diritto considerarla un neuroormone, ossia funziona come un neuromediatore ed ha effetti sul funzionamento dei neuromediatori cerebrali. Quindi, anche se la sua produzione può essere stimolata da situazioni rilevate a livello periferico, ha un effetto sul funzionamento globale e sul clima che si crea nei neurotrasmettitori. Questo comporta che una prolungata esposizione a quantità elevate di adrenalina produce effetti stabili sul nostro umore e anche sul nostro modo di rispondere agli eventi. Se dovessimo esemplificare con una frase, potremmo dire che l’adrenalina e l’ansia ad esso associata, rischiano di farci combattere un
uccellino con un cannone.
A cosa serve l’ansia
Dal punto di vista emotivo e di regolazione delle emozioni l’ansia funziona come un rilevatore di novità – positive o negative – e ci prepara a dare nuove risposte. Questo non sempre è accolto con soddisfazione. A volte temiamo le novità oppure abbiamo aspettative negative su quello che può arrivare e quindi finiamo per identificare la presenza dell’ansia non tanto con l’arrivo di una novità ma con l’arrivo di un problema.
Le novità possono anche essere osservate con sospetto se attivano dei dubbi sulla nostra capacità di fronteggiarle.
Inoltre l’ansia entra in azione anche in un’altra situazione: ossia quando il materiale emotivo rimosso vuole entrare di nuovo nel campo della consapevolezza.
Le difese e l’ansia
Le difese hanno essenzialmente un carattere inibitorio ossia hanno la funzione di proteggerci da emozioni che riteniamo pericolose e da situazioni esterne che potrebbero fare emergere tali emozioni. Nello stesso tempo noi abbiamo continuamente bisogno di crescere e cambiare e questo comporta un inevitabile necessità di aggiornamento delle nostre difese. Alcune andrebbero abbandonate, altre andrebbero aggiornate e altre ancora potrebbero aggiungersi. Ogni volta che abbiamo bisogno di compiere una di queste tre azioni sperimentiamo un sentimento di ansia che significa, semplicemente, che qualcosa sta cambiando. L’ansia segnala il cambiamento e la nostra paura del cambiamento. Tanto più entriamo in conflitto con questo cambiamento opponendoci, tanto più la nostra ansia cresce. Oppure, tanto più siamo abituati ad evitare l’introspezione e la riflessione, tanto più entriamo in una spirale difensiva che alimenta l’ansia. La riflessione e l’introspezione infatti, che sono gli strumenti naturali che servono per permetterci di comprendere noi stessi e il mondo, vengono ridotti quando proviamo ansia. Vengono ridotti proprio perché l’adrenalina, connessa all’ansia, attiva un meccanismo di fuga. Dovremmo fermarci a sentire e riflettere – che non è la stessa cosa di pensare – e invece abbiamo un fortissimo impulso all’azione che è l’equivalente dell’agire la fuga.
Tutto ciò che vediamo è un’ombra proiettata da quello che non vediamo. Martin Luther King Jr.
Questo ovviamente innesca un circolo vizioso: il nostro inconscio e preconscio vuole dirci qualcosa, ne abbiamo paura, proviamo ansia e ci distraiamo facendo qualcosa d’altro. In questo modo il nostro inconscio deve aumentare la segnalazione. Aumentare la segnalazione fa aumentare l’ansia e così via. Spesso la via d’uscita in questa situazione sta in forme proprie e improprie di regolazione: attività sportive, fumo, alcool, super lavoro e così via.
Il bello e il brutto della psiche
Tutti noi, nel corso del nostro sviluppo, tendiamo a formarci una immagine di sé. Spesso un’immagine è qualcosa verso cui tendere più che una vera e propria realtà. Aspiriamo ad essere in un certo modo e questa aspirazione organizza la nostra intenzione e i nostri sforzi. Solo che, com’è normale, ogni tanto emergono situazioni che ci fanno accorgere che non siamo esattamente come vorremmo essere. Se guardiamo a questi aspetti con compassione e accoglienza ci offriamo tutto ciò che ci serve per crescere. In molti casi proviamo però una reazione avversativa di rabbia o paura verso queste parti. E le nascondiamo sotto il tappeto.
Dimentichiamo che il percorso della farfalla, per arrivare alla bellezza che ci affascina, attraversa momenti e fasi che non sono così graziose. La larva della farfalla, chiamata bruco o baco, ha un aspetto che non ha nulla a che vedere con quello dell’insetto adulto. Una differenza tanto notevole da aver fatto pensare, in passato, che bruco e farfalla non avessero alcun legame genetico. Una serie di trasformazioni accompagnano il bruco nel percorso che lo condurrà verso una trasformazione radicale, la metamorfosi. Anche i nostri aspetti difficili avrebbero bisogno dello stesso percorso di metamorfosi che richiede tempo, pazienza e sospensione dal giudizio.
E visto che sapete che non potete vedere voi stesso, se non per riflesso, io, il vostro specchio, modestamente svelerò a voi stesso ciò che di voi ancora non conoscete. W. Shakespeare, “Giulio Cesare”
Un cuore polveroso
Se nascondiamo la polvere sotto il tappeto alla fine non abbiamo né più ordine né più pulizia ma solo un cuore polveroso e arido e la paura che anche un soffio di vento sia sufficiente a lasciar uscire tutto quello che abbiamo nascosto, Ecco perché andiamo in ansia. A questo punto abbiamo bisogno di strumenti semplici che ci aiutino a pulire senza cambiare la nostra vera natura.
Il lavoro corporeo ha in questo caso una funzione essenziale: ci permette di scaricare quel surplus energetico connesso alla scarica adrenalinica e ci riporta alla consapevolezza corporea che è un inibitore naturale della proliferazione mentale, quei processi accelerati e rimuginativi di pensiero che conosciamo bene. Una volta scaricata la tensione possiamo aprirci alla consapevolezza di ciò che è presente con maggiore stabilità e pazienza perché abbiamo ridotto la nostra spinta all’azione. Ecco perché il corpo ha un ruolo così centrale nei protocolli mindfulness ed ecco perché, dopo la classe d’esercizi propongo la spazio di consapevolezza del respiro.
Questo non è chiaramente un processo istantaneo, così come non lo è la trasformazione da bruco a farfalla. La ripetizione, la sospensione del giudizio, l’osservazione della spinta all’azione ne sono elementi fondamentali.
Certamente se l’ansia è molto intensa può essere necessario ricorrere ad un ansiolitico che però ha, come effetto collaterale – se non ben dosato – di ridurre la lucidità mentale e di mettere in uno stato di torpore che non aiuta nella risoluzione dei problemi.
Gli schemi abituali di risposta
Quando siamo ansiosi la cosa più importante è trovare subito delle soluzioni. E’ per questo che l’ansia è un attivatore degli schemi maladattativi di risposta.
Uno schema maladattativo è una serie strutturata di pensieri e sentimenti negativi mantenuta nel tempo attraverso delle contrazioni muscolari croniche. Le sue strategie si sono strutturate perché sono state utili per rispondere alle difficoltà incontrate in un certo momento della nostra vita. La contrazione muscolare l’ha poi lasciate attive anche fuori dalla situazione – o dalla serie di situazioni – che l’hanno originata. Ogni schema può essere visto come un tentativo di realizzare uno dei 5 bisogni fondamentali della vita, che, se disattesi, possono dare origine a più di uno schema maladattativo di risposta. Il problema degli schemi è che forniscono risposte rapide, percepite come “sicure”, ma rischiano di essere delle profezie autoavverantesi. L’ansia quindi, in poche parole, rischia di infilarci in un circuito di frustrazione dei bisogni e ripetizione di false soluzioni che conosciamo molto bene e che clinicamente viene definito “coazione a ripetere”.
I bisogni a cui fa riferimento Young – creatore della schematherapy – non differiscono sostanzialmente dai 5 bisogni fondamentali descritti da Lowen, padre della bioenergetica.Young parla del bisogno 1) di appartenenza e di connessione con gli altri; 2) di autonomia, competenza, identità; 3) di libertà espressiva dei bisogni e delle emozioni; 4) di spontaneità e gioco; 5) di limiti realistici e autocontrollo.
Lowen parla delle tre colonne del Sé corporeo che sono autoconsapevolezza (self awareness), padronanza di sé (Self possession) eautoespressione (Self expression) che si esprimono per realizzare i 5 diritti fondamentali di ogni essere umano: il diritto di esistere; il diritto di avere bisogno; il diritto di essere autonomo; il diritto di affermarsi e di amare ed essere amato sia sessualmente che come persona.
Questi bisogni/diritti sembrano comuni a tutti gli esseri umani ed è la frustrazione eccessiva di questi bisogni che struttura nel corpo la contrazione muscolare cronica e nella mente lo schema maladattivo che fornisce una sorta di significato precostituito per tutti gli eventi. Quando siamo ansiosi non abbiamo tempo di comprendere il significato di ciò che ci accade e andiamo a “pescarlo” tra i nostri schemi abituali di risposta. In questo modo però ci muoviamo in un labirinto dal quale non riusciamo più ad uscire. Per farlo dovremmo fermarci.
Non voltare la testa ….
Continua a guardare quel luogo ferito
Ecco da dove la luce entra in te.
Rumi
Il matrimonio con il tempo
Una delle caratteristiche peculiari dell’ansia è che tutto viene percepito con una fortissima spinta all’azione e al riempire: siccome abbiamo paura della novità e dell’imprevisto finiamo per stivare tutto e riempire fino all’inverosimile la nostra giornata di attività. In questo modo però alimentiamo ancora di più il circolo vizioso dell’ansia che ci fa correre e rincorrere dalle cose. Così possiamo dire che:
1) se abbiamo sempre fretta;
2) se ci sentiamo rincorsi e pressati;
3) se abbiamo paura del vuoto e della novità
possiamo soffrire di una forma indiretta di ansia della quale, come sempre, è meglio occuparsi. Noi siamo molto meglio e molto di più delle nostre difficoltà. Guardarle e portarle alla luce ci permetterà di riempire con l’oro della trasformazione le nostre ferite, mentre evitandole, continueremo a sentirci difettosi e limitati.
Al di là di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato, c’è un campo: ci incontreremo là. Rumi
© Nicoletta Cinotti 2014
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La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore
Certe mattine
al risveglio
c’è una bambina pugile
nello specchio,
i segni della lotta
sotto gli occhi
e agli angoli della bocca,
la ferocia della ferita
nello sguardo.
Ha lottato tutta la notte
con la notte,
un peso piuma
e un trasparente gigante
un macigno scagliato
verso l’alto
e un filo d’erba impassibile
che lo aspetta
a pugni alzati:
come sono soli gli adulti.
Chandra Livia Candiani “La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore”
“Niente di ciò che è umano mi è estraneo”
Uno dei nostri bisogni primari è il bisogno di sentirci sicuri. E’ in nome del bisogno di sicurezza che attiviamo le nostre difese: è in nome del mantenimento di un livello di sicurezza accettabile per noi che proviamo rabbia. Dietro la rabbia infatti si trova spesso una grande quantità di paura. Paura che può avere vari nomi a seconda delle diverse situazioni relazionali: paura di essere abbandonato, paura di sbagliare, paura di essere giudicato, paura di essere escluso, paura di subire delle discriminazioni, paura di non essere all’altezza.
Sia la rabbia che la paura sono emozioni primarie, ossia sono quelle emozioni di base che contribuiscono alla strutturazione della nostra personalità e anche della nostra razionalità.
Emozione e ragione intrecciate insieme
Emozione e ragione sono state a lungo considerate due aree, separate e spesso in contraddizione, che esprimono istanze diverse delle nostre motivazioni interiori. Questa posizione ha subito un radicale cambiamento con i risultati delle
neuroscienze affettive. Quello che oggi sappiamo è che abbiamo un sistema emotivo di base che è fondamentale per lo sviluppo del nostro sistema di pensiero. Non solo emozione e ragione sono connesse ma il nostro sistema cognitivo nasce dalla qualità delle emozioni di base che sperimentiamo nel nostro sviluppo. Emozioni di base che vanno a costruire un sistema di credenze e pensieri che può diventare piuttosto rigido e insindacabile, proprio perché rafforzato dalla nostra fiducia, spesso incondizionata, nella giustezza delle nostre idee.
Attivare o dis-attivare i sistemi difensivi?
Ovviamente questa domanda è in parte paradossale: i nostri sistemi difensivi sono inevitabilmente presenti e non sarebbe immaginabile una realtà diversa.
Ciononostante in alcune situazioni le nostre difese e la loro attivazione creano una situazione che è peggiore del pericolo che intendono combattere o dal quale intendono proteggerci. Sono situazioni in cui agiscono come parti dissociate di noi o come parti delle quali non abbiamo più la padronanza. In questi casi – più frequenti di quanto abbiamo pensato nella clinica psicodinamica passata – sperimentiamo una sorta di situazione “non me”2. Facciamo qualcosa sotto la spinta di un forte impulso e, una volta scaricata la tensione, non ci riconosciamo pienamente in ciò che abbiamo fatto e possiamo arrivare a pensare che non lo rifaremo più.
Anche se non è vero, l’intenzione è sincera.
Niente di ciò che è umano mi è estraneo
Questa frase, di Terenzio, declina una posizione fondamentale per affrontare veramente il tema della rabbia che supera i limiti “di sicurezza”. Pensare che ci siano aspetti che non ci riguardano, pensare che ci siano espressioni emotive che non ci apparterranno mai, contribuisce infatti a creare un clima di vergogna e omertà che rende difficile intervenire adeguatamente quando si
verifica un problema connesso alla rabbia. Un clima di vergogna e omertà che riguarda sia le vittime di violenza che chi agisce la violenza. Pensare che una cosa “non debba accadere” nutre un silenzio e una solitudine difficile da rompere anche solo per chiedere aiuto.
Il primo punto da cui partire è proprio questo: riconoscere che non ci sono aspetti emotivi estranei ad una specifica relazione. Spesso nutriamo l’idea che alcune emozioni difficili, come la rabbia, la violenza, la gelosia, l’odio debbano – per principio – rimanere estranee alle relazioni affettive. Che non possano esistere tra genitori e figli, tra partner e, tantomeno, tra i curanti e gli assistiti o i pazienti. Ma davvero niente di ciò che è umano ci è estraneo e qualunque emozione può far irruzione sulla scena della relazione.
Questo presupposto è basilare per poter comprendere che solo un atteggiamento di consapevolezza, di non giudizio, di equanimità possono arrivare in quelle aree che, per vergogna, teniamo nascoste.
E che la vergogna – che in gradi diversi è sempre presente nelle nostre difese – è un potente strumento di mantenimento del problema e della difficoltà ed è una emozione che richiede il formarsi di spazi e luoghi di elaborazione, interni alle relazioni e interni alle strutture.
Imparare da un errore: la storia di Martin Bromiley
Abbiamo già parlato, nelle scorse settimane, della storia di Martin Bromiley, la cui moglie morì per un banale intervento di adenoidi. Martin, in un momento in cui avrebbe avuto la ragione – come dicono i giornalisti – per chiedere giustizia – chiese invece un’altra cosa: la verità. Garantì ai responsabili del tragico errore la non denuncia ma chiese, in cambio, che tutti contribuissero alla ricostruzione di ciò che aveva costruito il terribile errore. Perché il suo obiettivo non era “chiedere giustizia” ma fare il possibile perché un simile errore non si ripetesse in futuro. Sapeva inoltre che i responsabili materiali e diretti di quell’errore probabilmente erano l’ultimo anello di una catena che aveva condotto a quella situazione. Se si fosse limitato alla denuncia, i responsabili sarebbero stati puniti ma non si sarebbe indagato sui molti fattori che avevano contribuito al crearsi di quella situazione e, probabilmente, non sarebbero state approntate misure preventive per evitare il ripetersi degli errori che avevano portato a quell’evento. Due anni dopo, su sua iniziativa, nacque il Clinical Human Factors Group, un gruppo che si occupa della prevenzione dell’errore umano nei processi di cura, una realtà attualmente molto influente in Gran Bretagna
Perché per Martin, questo lo sapeva, l’errore umano non è qualcosa che ci è estraneo e non è qualcosa che, per definizione, può essere considerato “estraneo” ai processi di cura. E’ una parte integrante di tutte le relazioni umane e ha costi dolorosamente alti. L’atto responsabile è dirlo, dirselo e muoversi nella direzione di comprendere, prevenire e riparare, piuttosto che andare direttamente alla punizione.
Questo non significa una facile assoluzione ma significa comprendere la complessità prima di banalizzarla e liquidare il problema con una soluzione. Come dice Ennio Flaiano ” Una volta credevo che il contrario di una verità fosse l’errore e il contrario di un errore fosse la verità. Oggi una verità può avere per contrario un’altra verità, altrettanto valida e l’errore un altro errore“. Ennio Flaiano conosceva personalmente cosa significa avere un figlio gravemente ammalato e, in uno dei suoi libri più belli, “La valigia delle indie”, parlerà della figlia Luisa – Lelè – affetta dall’età di 8 mesi da una gravissima forma di encefalopatia.
Cosa possiamo imparare dagli errori e dalle situazioni di difficoltà che incontriamo è quindi la prima domanda che possiamo farci per andare oltre e camminare verso una vera strada di riparazione.
Uscire dall’accerchiamento
Spesso sottovalutiamo quello che vive la persona che agisce la rabbia. Una rabbia che nasce, molto frequentemente, dalla sensazione di accerchiamento e di impotenza. Nelle relazioni di cura i luoghi in cui più frequentemente si verificano episodi di violenza sono quei luoghi dove il bisogno è più alto e urgente: le sale d’attesa, i Pronto Soccorso, le strutture geriatriche. L’importanza del bisogno riduce la finestra di tolleranza delle nostre emozioni: ci fa sentire, impotenti e accerchiati. Non ci fa più vedere gli altri come esseri umani che lottano con difficoltà e fatica ma ce li fa apparire come “mostri” insensibili, in-umani o non-umani. E’ per uscire dall’accerchiamento che proviamo che esplodiamo. E’ perché abbiamo cercato di rinchiudere le parti di noi non accettabili ,che ne perdiamo il controllo; non sapendo percorrere la strada della consapevolezza, percorriamo la strada dell’esplosione improvvisa in cui alla fine, le persone dicono “Avevo ragione io” ma dicono anche ” Non mi riconosco quando faccio così”.
Spesso chi ha agito una violenza o ha costruito un clima di prolungata prepotenza giustifica il proprio comportamento con la ragione. E’ un tentativo di integrare quelle parti di se esplosive, di ridare interezza alla propria identità, negando le emozioni di paura e dolore che ha provocato nell’altro. Un altro che, anche se vittima, viene percepito come nemico.
Il 70-75% delle persone che agiscono atti di violenza familiare (Dati dell’Osservatorio Nazionale Violenza Domestica) non risulta affetto da un disturbo psichico evidente e/o diagnosticato. Questo non significa che il nostro apparato di Psichiatria territoriale è inadeguato. Significa piuttosto che la violenza nasce “in persone come noi” che “sarebbero normali”, “Se solo le cose fossero più facili”. Significa anche che il 25-30% di pazienti psichiatrici che usano violenza agiscono un comportamento che non è estraneo anche a chi è sano.
Sono dati che devono farci riflettere. Che possono indurci a comprendere che “rinchiudere la rabbia in una scatola” come suggerisce l’autrice di un libro per bambini sulla rabbia, non è e non può essere una soluzione né, tantomeno, una scelta educativa. La scelta educativa è riconoscere che qualsiasi sentimento ci appartiene e che la differenza sta nella nostra consapevolezza e capacità di acquisire strumenti di espressione e regolazione delle nostre emozioni.
Gli eventi sentinella
In Italia esiste un Sistema Nazionale di Monitoraggio degli Errori in Sanità (SIMES) che prevede la segnalazione, anche in caso di unico evento, di 16 diverse tipologie di errori che vanno dall’errore chirurgico, all’errore farmacologico e così via fino ad arrivare a “Atti di violenza a danno dell’operatore” e “Violenza su paziente”. Al 4° posto come numero di segnalazione si trovano “Gli atti di violenza a danno di operatore”. I numeri, quando parliamo di violenza, sono significativi ma non possono farci dimenticare che basta un unico atto di violenza perché sia troppo. E che gli “eventi sentinella” che siano errori strettamente clinici o errori legati alla rabbia, segnalano un problema che – come si legge nella scheda dell’Osservatorio nazionale sugli eventi sentinella – possono essere legati ad aspetti comunicativi, ad aspetti di formazione degli operatori e organizzazione del lavoro, a fattori ambientali, e a tecnologie sanitarie. In ogni caso richiedono l’attivazione di processi virtuosi che mettano in relazione le procedure di comunicazione, le procedure di intervento, gli aspetti regolazione emotiva, la supervisione, in modo che la consapevolezza del proprio stato mentale e dei fattori di rischio si accompagni a modalità comunicative strutturali e d’intervento efficaci e in grado di gestire sia la comunicazione verbale che non verbale, per non diventare ostaggio né della paura né della rabbia
Non essere ostaggi
Essere un ostaggio significa diventare preda della situazione e rimanere bloccati senza la forza o il potere di intervenire. E’ una situazione molto comune quando la situazione di violenza, prepotenza o rabbia ha un carattere di minaccia continua. La denuncia degli episodi è difficile e spesso le vittime si vergognano di ciò che vivono quotidianamente o hanno paura che la denuncia aumenti il rischio di subire ulteriori aggressioni dalle quali non si sentono in grado di difendersi. Essere ostaggi però è qualcosa che, prima che nella realtà, nasce nel nostro stato mentale. Come dice un noto mediatore di conflitti americano, George Kohlreiser – intervenuto come negoziatore in moltissime situazioni in cui c’erano ostaggi- “Viviamo una vita attiva in cui non dobbiamo sentirci ostaggio di ciò che ci accade intorno. Abbiamo bisogno di essere consapevoli che il nostro stato mentale condiziona gli altri e se noi non ci sentiamo ostaggio, nemmeno gli altri saranno un ostaggio”.
Per non essere ostaggi abbiamo bisogno di ristabilire un legame di appartenenza con chi sta agendo violenza. Non condividiamo la sua posizione e il suo comportamento ma fino a che lo faremo sentire escluso non potremo stabilire con lui nessuna negoziazione della sua aggressività. Dal punto di vista dell’aggressore – per quanto questo possa sembrarci paradossale – noi siamo i nemici. O troviamo un modo di ristabilire un senso di appartenenza o continuerà a vederci come “oggetti nemici” da combattere, piuttosto che come esseri umani che, come lui, provano emozioni di paura, rabbia, sfiducia. Sentire e ristabilire la sensazione di appartenenza e di legame emotivo è il primo passo perché poi sia possibile calmarlo e calmarci.
Perché
sia possibile una strada in cui camminiamo liberi dalla rabbia e dalla paura.
© Nicoletta Cinotti 2014
Riferimenti bibliografici
*1. Siegel D. J., Mindsight. La nuova scienza della trasformazione personale. Cortina Ed.
*2.Bromberg P. M.; L’ombra dello tsunami, Cortina Ed., Milano 2012.
Kabat Zinn J., Mindfulness per principianti, Mimesis ed. Milano 2014.
Lowen Alexander, La Voce del Corpo,Il ruolo del corpo in psicoterapia,Astrolabio
Lowen Alexander, Il Narcisismo,l’identità rinnegata. Feltrinelli
Ogden P., Il corpo e il trauma, Istituto di scienze cognitive Ed.
Simeon D., Abugel J., Feeling Unreal, Oxford Press, 2006
Imparare dagli errori: la storia di Martin Bromiley
Nel 2005 Martin Bromiley accompagna la moglie Elaine in ospedale per un intervento al setto nasale. Lascia a casa Victoria di 6 anni e Adam di 5 anni. L’intervento prevede pochi giorni di degenza e la moglie sta bene, a parte le difficoltà respiratorie che la deviazione del setto nasale e le adenoidi le procurano.
Dopo l’intervento Elaine entra in terapia intensiva: durante l’anestesia c’erano stati dei problemi nel tenere aperte le vie respiratorie e così non aveva avuto una adeguata ossigenazione. Dopo pochi giorni decidono di staccare la spina, vista la gravità del coma, e dopo una settimana Elaine muore.
Inizia quindi la ricerca di Martin per comprendere cosa era accaduto: appare subito chiaro che c’è stato un errore da parte degli anestesisti che, non riuscendo ad intubare la paziente, non erano ricorsi in tempi adeguati alla tracheotomia. Ma la vera notizia è cosa fa Martin in questa situazione. Martin è un pilota dell’aviazione civile: sa bene che gli errori avvengono e che l’unico modo per evitarli è avere delle procedure di controllo. E così inizia a stilare un elenco dei fattori che avevano contribuito al crearsi di quel tragico errore.
La non punibilità
Martin inizia la sua ricerca da una considerazione semplice ma fondamentale: per lui è più importante arrivare a comprendere la verità e per questa ragione assicura, fin da subito, che non denuncerà le persone che hanno avuto una responsabilità in quanto accaduto. Chiede loro solo una estrema sincerità per comprendere come ciò che è successo, si sia reso possibile.
Martin fa una scelta che assomiglia a quella di Desmond Tutu e Nelson Mandela nella ricostruzione post apartheid del Sudafrica.
Quando si svolsero le prime elezioni multirazziali in Sudafrica nel 1994, Mandela, eletto Presidente, nominò Tutu presidente della Commissione Verità e Riconciliazione (TRC).
La “Commissione per la verità e la riconciliazione”, fu un tribunale straordinario istituito in Sudafrica dopo la fine del regime dell’apartheid. Lo scopo del tribunale era quello di raccogliere la testimonianza delle vittime e dei perpetratori dei crimini commessi da entrambe le parti durante il regime, richiedere e concedere (quando possibile) il perdono per azioni svolte durante l’apartheid, per riconciliare realmente vittime e carnefici, oppressori ed oppressi. Il tribunale ebbe una vasta eco nazionale e internazionale, e molte udienze furono trasmesse in televisione. L’elemento di forza di questa Commissione era proprio la non punibilità di chi fosse stato disponibile a dichiarare tutta la verità su quanto aveva commesso
La condizione di non punibilità svolgeva una funzione importante rispetto alla possibilità di ammettere la verità e consentiva di abbassare la soglia difensiva di coloro che avevano commesso dei crimini legati al regime dell’apartheid.
Ovviamente questo elemento è una sfida che spesso non è realizzabile, anche perché richiede prima di tutto l’autorizzazione delle vittime. Proprio per questo la storia di Martin Bromiley e di Desmond Tutu è così straordinaria.
Si può non sbagliare?
Martin parte da un’altra posizione originale: sa che sbagliare non è un evento straordinario e che, per questa ragione, è necessario avere delle procedure che proteggano dall’errore. Questa posizione – perfettamente corretta – non è così frequente. Soprattutto nelle situazioni in cui l’errore umano è così gravido di conseguenze, sarebbe necessario partire dalla ovvia considerazione che siamo tutti soggetti ad errori. Invece tendiamo a partire dalla considerazione che l’errore non deve succedere e, in questo modo, creiamo un clima di paura e vergogna nei confronti delle persone che sbagliano. Un clima che, come prima cosa, fa nascondere e negare l’errore. E solo secondariamente affrontare la situazione.
Quali furono gli errori?
Martin inizia a ricostruire la situazione. Elaine era una paziente “semplice” e il suo intervento non prevedeva complicazioni. Quando arrivarono ad intubarla incontrarono una difficoltà inaspettata. Iniziarono ad insistere nel compiere la procedura, senza accorgersi che il tempo passava e che sarebbe stata opportuna una tracheotomia. Quando infine riuscirono ad intubarla erano trascorsi più di venti minuti e i danni che Elaine aveva subito al cervello erano ormai irreversibili. Solo le infermiere si erano accorte del tempo che passava e del pericolo che aumentava: l’avevano segnalato, avevano allertato la rianimazione ma non erano state ascoltate durante la procedura. Gli anestesisti, totalmente impegnati nel tentativo di “fare la cosa giusta” – ossia intubarla – avevano perso il senso del tempo e il pericolo che costituiva per la paziente rimanere senza ossigeno. Nessuna delle persone dell’equipé aveva avuto la forza o l’autorità per intervenire.
Proviamo a vedere insieme questi errori perchè sono comuni a molte relazioni di cura:
- Non piace pensare che l’errore sia possibile e quindi non ci sono sufficienti precedute di verifica. L’ipotesi che non fosse possibile intubare era considerata estremamente rara e quindi gli anestesisti non avevano alternative in mente;
- In sala operatoria – e in generale nei processi di cura – ci sono regole gerarchiche su chi può parlare: le infermiere si erano accorte della gravità della situazione ma non erano state ascoltate e/o avevano avuto paura a parlare. Spesso sono le persone più ai margini dell’equipe di lavoro che sono più consapevoli della situazione;
- Gli errori sono più frequenti quando si è stanchi: piuttosto che formare “operatori perfetti” è meglio progettare sistemi che riducano al minimo le conseguenze degli inevitabili errori umani. Eppure lo sforzo prevalente della nostra formazione è quello di eliminare l’errore e non di insegnare la riparazione dell’errore in tempi brevi e utili a limitare il danno.
- Tendiamo a fissarci su una cosa e facciamo fatica ad aprire il campo delle possibilità. Insistiamo quindi a realizzare una soluzione anziché aprirci ad altre prospettive. Gli anestesisti non si erano accorti che stava passando troppo tempo senza ossigenazione e non erano passati alla procedura di default della tracheotomia in tempi utili perché non l’avevano considerata necessaria per quell’intervento.
- Quando si verifica un errore non è quasi mai responsabilità di una sola persona. E’ frutto di una concomitanza di fattori – alcuni dei quali apparentemente poco importanti – e di un insieme di persone. Come un terremoto alcune sono più vicine all’epicentro, altre più marginali. Gli anestesisti erano all’epicentro ma gli altri, che hanno visto e non sono intervenuti efficacemente, erano altrettanto coinvolti
- La gerarchia, come presenza di un leader riconosciuto, è un aspetto positivo a condizione che il leader sia disponibile a riconoscere errori e incertezze. Le timide segnalazioni delle infermiere non erano state ascoltate perché non erano considerate significative.
- Bromiley è potuto arrivare alla verità perché – fin da subito – ha detto che comprendere cosa era successo per lui era più importante che denunciare i responsabili. I responsabili non sono stati denunciati e hanno partecipato alla ricostruzione dell’episodio e alla ricerca della verità dei fatti, ammettendo la loro responsabilità personale e la responsabilità dei diversi membri dell’equipé.
- Nel 2007 Bromiley ha dato vita al Clinical Human Factors Group per il miglioramento delle procedure di sicurezza nella sanità. Una organizzazione che riunisce direttori sanitari, infermieri, ricercatori e primari di chirurgia.
L’esercizio dei 9 Punti
Questo gioco psicologico prevede di unire questi nove punti con 4 linee rette, senza passare due volte dallo stesso tratto. E’ un esercizio impossibile da risolvere senza uscire “dallo schema”. Lo schema, in questo caso, è costituito dal fatto che i nove punti, per la loro disposizione, non ci appaiono come 9 punti ma come un quadrato. Nelle situazioni difficili tendiamo a fare lo stesso errore: diamo percettivamente una definizione del problema e, anche se questo non ci permette di arrivare alla soluzione, non ridefiniamo il problema.
Rispetto alla situazione della moglie di Martin, Elaine, il problema per gli anestesisti era intubarla. Non ci riuscivano e insistevano anziché ridefinire il problema e dire che il punto era garantirle di respirare e quindi fare la tracheotomia. Questa ristrettezza e rigidità di vedute è meno infrequente di quello che vorremmo, anche se raramente ha conseguenze così nefaste.
Cosa possiamo imparare?!
La storia di Martin insegna molto: la prima cosa è come elaborare in maniera costruttiva la rabbia. Avrebbe avuto molte ragioni per esprimere la rabbia attraverso una denuncia. Molte ragioni per vendicarsi. Ma, come ha detto, questo non avrebbe fatto nulla per prevenire il ripetersi di situazioni simili. Avrebbe consentito – cosa molto lecita – di avere giustizia, attraverso la punizione dei diretti responsabili ma non avrebbe impedito il ripetersi, in futuro, della stessa situazione con altri operatori. Martin ha preferito lavorare perché una situazione simile non si ripeta più nel futuro.
Ha riconosciuto che c’era stato un errore – grave, mortale – ma non l’ha ritenuto estraneo a lui. Anzi: ha riconosciuto che molte delle procedure che i piloti seguono – Martin è un pilota – sono proprio preventive della reale possibilità di un errore umano.
E si è domandato quali erano le procedure di prevenzione dell’errore applicate in sala operatoria, scoprendo, tristemente, che queste procedure erano scarse, per non dire assenti.
Ha trovato un modo, se non di perdonare (credo che il perdono sia un atto interiore conoscibile solo soggettivamente), di comprendere chi aveva sbagliato e individuato gli elementi chiave che hanno contributo, a vari livelli, come cerchi nell’acqua, al formarsi di quell’errore.
Ha compreso che non c’è un solo responsabile ma un insieme di fattori che lasciano i responsabili dell’errore nella condizione di sbagliare: fattori organizzativi, fattori di carattere, fattori formativi,
“Cosa posso imparare?”
Quando ci troviamo in una situazione difficile spesso facciamo, implicitamente, una domanda “Come mi sento? Come posso stare meglio?”. La domanda è lecita ma spesso offre risposte parziali. Per esempio possiamo pensare che far provare a qualcun altro quello che abbiamo provato noi contribuisca a farci stare meglio, attivando così la procedura della vendetta. Oppure può farci rimanere eccessivamente catturati dal dolore e passare il tempo intrappolati nelle proprie emozioni. Questa domanda lecita, necessita un’altra domanda: “Cosa posso imparare da questa esperienza?”. “Come posso far sì che questo dolore non sia inutile?”
Cosa possiamo imparare ci permette di pensare a procedure, ad alternative, a spazi di comunicazione e riflessione in cui aprire la comunicazione di ciò che rischia di rimanere nascosto. Cosa possiamo imparare organizza la speranza e la riparazione che sono necessarie per ristabilire quel clima di legame, di fiducia che è fondamentale perché la vita non sia un tormento; un clima che include una componente empatica e compassionevole, che non ci faccia rimanere ostaggi della difficoltà.
La fine è nota
Martin ha dato vita, nel 2007, al Clinical Human Factors Group, che si occupa dei fattori umani che possono intervenire nelle procedure sanitarie, allo scopo di migliorare le procedure di intervento e di diminuire i fattori di rischio in sanità. Questa attività occupa ancora una parte rilevante del suo tempo libero ed è una realtà che sta assumendo sempre più spazio e rilievo nel panorama inglese. Si è risposato e vive con la moglie e i loro quattro bambini: i due bambini avuti da Elaine e gli altri due figli nati dal successivo matrimonio.
Molte delle informazioni di questo articolo sono tratte dal numero n°1065, anno 21, pagg. 44 – 51 della rivista “Internazionale”.
© Nicoletta Cinotti 2014
L’intimità, le difese e l’abbandono
L’intimità è un bene prezioso: lo cerchiamo in tutte le relazioni che ci sono care. Soffriamo la sua mancanza e la inseguiamo come un assetato cerca l’acqua, come una lucertola cerca il sole.
Ne abbiamo bisogno per andare avanti perché la sensazione di isolamento ed esclusione è una delle sensazioni più difficili da tollerare.
Abbiamo solo bisogno di ricordarci che l’intimità è ridotta dalle nostre difese. Perché l’intimità chiama l’abbandono e l’apertura. Le difese chiamano la chiusura e il contegno. A volte ci raccontiamo che ci abbandoneremo a chi varcherà le nostre difese. Come nelle favole. Ma quando questo accade rimane il sospetto e il dubbio. Perché l’intimità – quella vera – ci coglie sempre di sorpresa.
L’intimità può manifestarsi in qualsiasi istante: è un atto di abbandono, un dono che non esclude niente. Jack Kornfield
Pratica del giorno: La consapevolezza del respiro
© Nicoletta Cinotti 2014 Mindfulness ed emozioni

