Quando non sappiamo prenderci cura del nostro dolore
C’è una scena che mi torna in mente spesso. Una bambina cade, si sbuccia il ginocchio, piange. La madre la prende in braccio, soffia sulla ferita, dice “passa, passa.” La bambina si calma. Non perché il dolore sia sparito — il ginocchio brucia ancora — ma perché qualcuno ha accolto quel dolore, gli ha dato un posto, lo ha reso sopportabile.
Crescendo, questa scena scompare dalle nostre vite. Non dalla nostra memoria — da lì non esce mai del tutto — ma dalla nostra pratica quotidiana. Smettiamo di consolarci. Non perché il dolore diminuisca, anzi. Ma perché, a un certo punto, abbiamo deciso che consolarsi è qualcosa che appartiene all’infanzia. Che da adulti bisogna capire, analizzare, risolvere. Che le lacrime sono un lusso e la tenerezza verso se stessi una debolezza.
È uno degli errori più costosi che facciamo. E, come psicoterapeuta, posso dire che sta al centro di molte depressioni che vedo nel mio studio. Non depressioni causate da una grande perdita — quelle, per quanto dolorose, hanno una loro traiettoria naturale. Parlo di depressioni più sottili, più insidiose, che nascono dalla fatica cronica di vivere senza mai ricevere conforto. Nemmeno da se stessi.
Il trucco che ci siamo giocati
Abbiamo fatto un patto con noi stessi, in qualche momento della nostra storia, senza accorgercene. Il patto dice: se capisco perché soffro, smetterò di soffrire. È un patto seduttivo perché dà alla mente un ruolo eroico: lei, la mente, sarà quella che ci salverà. Basta pensare abbastanza, analizzare abbastanza, comprendere abbastanza, e il dolore se ne andrà.
Per molti anni ho creduto anche io a questo patto. Ero stata formata — come tanti psicoterapeuti della mia generazione — a lavorare sui contenuti. C’è chi ha imparato a farlo in maniera simbolica, interpretativa, chi in maniera esperienziale. Ma il presupposto era lo stesso: se il paziente comprende il perché della sua sofferenza, il cambiamento segue. È la promessa della razionalità.
Eppure quante volte ho visto persone che comprendevano perfettamente la radice del proprio dolore e continuavano a soffrire esattamente allo stesso modo? Quante volte io stessa ho capito benissimo qualcosa e ho continuato a fare esattamente la stessa cosa? Spesso comprendiamo tutto e non cambiamo niente. La comprensione, da sola, non consola.
È qui che è arrivata la rivoluzione MBCT nella mia vita professionale. Non una rivoluzione rumorosa — piuttosto un sussurro che diceva: e se smettessimo di guardare al contenuto dei pensieri e cambiassimo la nostra relazione con i pensieri stessi?
Le emozioni travestite da pensieri
C’è un inganno che la mente perpetra con straordinaria abilità: trasforma le emozioni in pensieri. Lo fa per proteggerci, perché delle emozioni abbiamo paura e dei pensieri no. Un’emozione ci attraversa il corpo, ci scuote, ci rende vulnerabili. Un pensiero, invece, possiamo maneggiarlo, girarlo, analizzarlo — ci dà l’illusione del controllo.
Così il dolore per una relazione finita diventa “devo capire dove ho sbagliato.” La paura della solitudine diventa “devo organizzare meglio la mia vita sociale.” La tristezza per qualcosa che non si è realizzato diventa “devo fare un piano migliore.” Notiamo cosa succede? Il sentire viene sostituito dal fare. L’emozione viene tradotta in un compito. E il compito attiva il nostro rilevatore di discrepanza — quel sistema mentale che misura continuamente la distanza tra dove siamo e dove dovremmo essere.
Il guaio è che con i pensieri possiamo far tornare a galla qualsiasi emozione in qualsiasi momento, anche se è passato tanto tempo dall’evento che l’ha scatenata. Le emozioni sono legate alle situazioni contingenti — passano, come nuvole. Ma i pensieri le ri-attualizzano, le tengono in vita, le trasformano da esperienza transitoria in condanna permanente.
E così, anziché consolarci, ruminiamo. Anziché piangere, analizziamo. Anziché sentire il dolore e lasciarlo passare, lo congeliamo in una storia che ci raccontiamo all’infinito.
La depressione perfezionistica: il dolore per ciò che non abbiamo avuto
C’è una forma di depressione che vedo crescere in modo esponenziale, anno dopo anno, nel mio studio. Non è la depressione da perdita — quella legata a un lutto, a una separazione, a qualcosa che c’era e non c’è più. È la depressione perfezionistica: il dolore per qualcosa che non si è mai avuto.
Come è possibile soffrire per qualcosa che non abbiamo avuto? Sembra strano, ma basta pensare al dolore per non essere riusciti ad avere figli. Al dolore per non aver completato un progetto importante. Al dolore per non aver raggiunto un traguardo che sembrava alla portata. Queste mancanze allargano la loro ombra fino a coprire il senso di sé: non soffriamo più perché qualcosa non si è realizzato — il fatto che non si sia realizzato diventa la conferma della nostra inadeguatezza.
Si innesca un circolo che conosco bene, e che forse conosci anche tu: ci sforziamo di raggiungere l’obiettivo, ci esauriamo nel tentativo, ci critichiamo perché non ce l’abbiamo fatta, ci forziamo a riprovare, e quando falliamo di nuovo, rinforziamo l’attacco contro di noi. La mente funziona come un rilevatore di discrepanza che non si spegne mai: misura la distanza tra chi siamo e chi dovremmo essere, e ogni volta che la distanza è troppa, produce dolore. È la modalità del fare applicata alla ricerca della felicità — e quando viene usata così, è disastrosa, perché riduce la percezione del presente a un’area molto ristretta: l’area dei successi e dei fallimenti. Perdendo, come dicono gli ideatori del protocollo MBCT, “lo splendore multidimensionale della vita.”
E sai cosa manca, in tutto questo circolo di sforzo e autocritica? Manca la consolazione. Manca qualcuno — e quel qualcuno siamo noi — che dica: “fa male, lo so. Non è colpa tua. Passa, passa.”
Perché la consolazione ci spaventa
Se la consolazione è così necessaria, perché la evitiamo? Ci ho pensato a lungo, anche nella mia esperienza personale, e credo che la risposta stia in qualcosa di paradossale: ci consolare significa ammettere che stiamo soffrendo. E ammettere che stiamo soffrendo significa smettere di negare, smettere di controllare, smettere di fare.
Significa passare dalla modalità del fare alla modalità dell’essere.
La modalità del fare è quella che ci tiene occupati: identifica il problema, cerca la soluzione, misura il progresso. È utilissima quando dobbiamo riparare un lavandino o organizzare un viaggio. È catastrofica quando la applichiamo alla nostra sofferenza emotiva, perché trasforma il dolore in un nemico da sconfiggere e la felicità in un obiettivo da raggiungere. E se non lo raggiungiamo, la colpa è nostra.
La modalità dell’essere è diversa. Non è connessa a obiettivi. Il suo focus è l’accettazione, il lasciar essere, la percezione momento per momento. Nella modalità dell’essere, il dolore non è un problema da risolvere — è un’esperienza da attraversare. E attraversarla significa, prima di tutto, riconoscerla. Darle spazio. Respirarci dentro.
La consolazione abita qui. Non nella comprensione — nella presenza. Non nella soluzione — nell’accoglienza. È la differenza tra dire a se stessi “devo capire perché sto male” e dire “sto male, e posso stare con questo.”
Tornare al corpo per tornare alla consolazione
La consolazione non è un atto solo mentale. È un atto che si fa con il corpo. Pensiamo a come consoliamo un bambino: lo prendiamo in braccio, lo culliamo, gli accarezziamo la schiena, soffiamo sulla ferita. Non gli spieghiamo perché è caduto. Non gli facciamo un’analisi delle cause. Lo tocchiamo. Lo scaldiamo. Lo conteniamo.
Per questo nel protocollo MBCT il corpo è sempre il punto di partenza. Il body scan — l’esplorazione consapevole del corpo — non è un esercizio di rilassamento. È un esercizio di contatto. Contatto con noi stessi, con le nostre sensazioni, con la realtà di quello che stiamo provando prima che la mente lo trasformi in un pensiero da analizzare.
Quando chiedo a qualcuno “cosa senti nel corpo?” e la risposta è “penso che…”, so che siamo ancora nella modalità del fare. Quando la risposta è “sento un peso qui, nel petto” o “ho le mani fredde” o “il respiro è corto”, allora qualcosa si è aperto. Non una soluzione — una porta. La porta attraverso la quale la consolazione può entrare.
Lowen diceva qualcosa di radicale: “la sola cura della depressione consiste nell’allargare il significato della vita aumentando il piacere della vita stessa.” Non il piacere come premio per aver risolto i problemi, ma il piacere come esperienza corporea fondamentale — il calore del sole sulla pelle, il sapore del cibo, il contatto con un’altra persona, il respiro profondo che scioglie qualcosa nel diaframma. Quel piacere semplice che la depressione perfezionistica ci rende incapaci di sentire, perché siamo troppo impegnati a misurare la distanza tra chi siamo e chi dovremmo essere.
I pensieri non sono fatti
C’è una frase che nel protocollo MBCT ripetiamo come un mantra, e non è mai abbastanza: i pensieri non sono fatti. Sono eventi mentali. La mente produce pensieri come i polmoni producono respiri — è il suo lavoro. Ma noi prendiamo per veri, per buoni, i nostri pensieri, e sottovalutiamo quanto sono condizionati dal nostro umore e dal nostro stato fisico.
Quando siamo stanchi, i pensieri diventano cupi. Quando abbiamo fame, diventano irritabili. Quando siamo tristi, diventano catastrofici. Non è la realtà che cambia — è il filtro attraverso cui la guardiamo. Osservare l’andare e venire dei pensieri, tornando ripetutamente all’esperienza presente, diminuisce la loro presa su di noi e ci rassicura su qualcosa di essenziale: tutto passa. Anche questo passerà.
I pazienti che lottano con la depressione spesso dimenticano quanto siamo soggetti a continui e mutevoli stati mentali. Tendono a considerare il loro malessere stabile e costante, come se fosse una proprietà permanente del loro essere. Riportare l’esperienza del costante mutare decolpevolizza dalla presenza di pensieri negativi e apre uno scenario nuovo: non sono io che sono sbagliato — è la mente che sta facendo il suo lavoro di produrre pensieri, e in questo momento ne produce di scuri perché il mio umore è scuro.
Questa consapevolezza non è la consolazione stessa. Ma è lo spazio in cui la consolazione diventa possibile. Perché se i pensieri non sono fatti, allora “sono inadeguato” non è la verità — è un pensiero. E con un pensiero posso avere una relazione diversa da quella in cui ci credo ciecamente.
Pratica: Tre passi verso la consolazione
Tempo: 25-30 minuti
Cosa ti serve: un luogo tranquillo, un quaderno, una penna
Parte A — Tornare al corpo (7 minuti)
Siediti comodamente. Chiudi gli occhi o abbassa lo sguardo. Porta l’attenzione ai piedi — senti il contatto con il pavimento. Poi sali lentamente: le caviglie, le gambe, il bacino, la pancia, il petto, le spalle, le braccia, le mani, il collo, il viso.
Non cercare niente di speciale. Nota semplicemente cosa c’è: calore, freddo, tensione, morbidezza, nulla. Ogni sensazione è benvenuta. Anche l’assenza di sensazione è un’informazione.
Quando arrivi al petto, fermati un po’ di più. Metti una mano — o entrambe — sul cuore. Senti il battito sotto le dita. Questo battito non ha mai smesso, dalla tua nascita. Non ha mai smesso di prendersi cura di te, anche quando tu te ne sei dimenticata.
Parte B — Incontrare il dolore senza trasformarlo in pensiero (8 minuti)
Ora porta alla mente qualcosa che ti fa soffrire. Può essere una mancanza, un obiettivo non raggiunto, una delusione verso te stessa. Scegli qualcosa che puoi sostenere adesso.
Nota cosa succede nel corpo quando questo pensiero arriva. Dove lo senti? Che forma ha? È caldo o freddo? È pesante o vuoto?
Ora nota cosa fa la mente: probabilmente sta già cercando di spiegare, analizzare, risolvere. “Dovrei fare così”, “è colpa mia perché”, “se solo avessi…”. Nota questi pensieri senza seguirli. Sono la mente che fa il suo lavoro. Non sono fatti. Non sono la tua verità.
Torna al corpo. Torna alla sensazione. Respira con lei — non contro di lei.
Parte C — La lettera di consolazione (10-15 minuti)
Prendi il quaderno. Immagina di scrivere a qualcuno che ami profondamente — un’amica cara, una figlia, una persona che stimi — e che sta vivendo esattamente il tuo stesso dolore. Cosa le diresti?
Scrivi quella lettera. Con tutta la tenerezza che sai offrire agli altri e che così raramente offri a te stessa.
Non scrivere consigli. Non scrivere soluzioni. Scrivi conforto. Scrivi quello che avresti voluto sentirti dire.
Quando hai finito, rileggi la lettera. E ricorda: la persona a cui l’hai scritta sei tu.
C’è un dolore — legato a qualcosa che è accaduto o a qualcosa che non si è realizzato — che necessita, come prima cosa, della consolazione. Non della comprensione. Non della soluzione. Della consolazione. Del conforto che viene da una comprensione emotiva, non intellettuale. Possiamo soffrire per ragioni molto irrazionali, ma la consolazione può arrivare in ogni piega del nostro dolore. Non la consolazione degli altri — che pure desideriamo — ma la nostra consolazione. Quella che rimandiamo lungamente di darci. Quella di cui abbiamo bisogno per essere felici.
Qualcuno — e quel qualcuno siamo noi — deve tornare a soffiare sulla ferita. E dire: “passa, passa.”
Quello che condivido qui è un’anteprima del lavoro che faremo insieme nel protocollo MBCT. Durante il percorso avremo lo spazio e il tempo per abitare davvero queste esplorazioni, con il supporto del gruppo e delle pratiche.
© Nicoletta Cinotti 2026 Il protocollo MBCT online
