Un altro giorno verrà, un giorno femmineo,
alla metafora trasparente, compiuto,
diamantino, di visita nuziale, soleggiato,
fluido, allegro. Nessuno sentirà
alcun bisogno di suicidio o di migrazione.
Poiché ogni cosa, fuori del passato, è naturale e vera,
sinonimo dei suoi attributi originari.
Come se il tempo oziasse in vacanza… “Prolunga il bel tempo
della tua grazia. Illùminati nel sole dei tuoi seni di seta,
e aspetta l’arrivo della buona novella. Poi,
potremo crescere. Abbiamo ancora tempo
per crescere dopo questo giorno…”
Un altro giorno verrà, un giorno femmineo,
dal cenno canterino e dal saluto e verbo azzurri.
Tutto è femmineo fuori del passato,
l’acqua scorre dalle mammelle della pietra.
Nessuna polvere, nessuna siccità, e nessuna sconfitta.
E le colombe dormono in un carro armato abbandonato
quando non trovano un piccolo nido
nel letto degli amanti.
© Mahmud Darwish, Non scusarti per quel che hai fatto, Crocetti editore
Tipologia
Quando la gentilezza diventa pratica
Quando è scoppiato il COVID il mio modo di lavorare è cambiato. Ho lasciato un grande studio, molto amato per più di 12 anni, e ho scelto di passare a fare i protocolli online e di fare in presenza solo i ritiri residenziali. Sono passati cinque anni, il mondo e le cose sono cambiate e da più parti mi viene chiesto, “ma a Genova non fai nulla?” In effetti a Genova e a Chiavari continua il mio lavoro come psicoterapeuta ma non ho più fatto una pratica open come facevo regolarmente prima del COVID. Adesso però è il momento. Tutti noi siamo scossi dagli eventi degli ultimi due anni. Abbiamo visto atti di aggressività che credevamo assolutamente impossibili. Abbiamo capito che i confini non sono più un limite di rispetto ma qualcosa da varcare aggressivamente. Abbiamo protestato spontaneamente, riempiendo le piazze di tante città italiane. Allora, mi sono detta, “esci dalla tana e pratica all’aperto, santiddio!”
Lo stimolo è arrivato da Valentina Persico e Michele De Negri che mi hanno cercato per offrirmi una sala del Teatro Centrale Stradanuova a Palazzo Rosso, nel cuore di Genova. Mi sembravano Trilli e Peter Pan, che realizzavano il desiderio della vecchia fiammiferaia portandola a Palazzo. Insomma Trilli e Peter Pan, senza nessuna difficoltà devo dire, mi hanno convinto.
Dopo anni di pratiche online, torniamo finalmente a respirare insieme, nello stesso spazio, uno spazio dedicato alla gioia come il Teatro Centrale di Stradanuova. Con una pratica che è il cuore della mindfulness, la pratica di Gentilezza amorevole in occasione della Giornata Mondiale della Gentilezza, il 13 Novembre.
Gentilezza o cortesia? C’è una differenza sostanziale
Spesso confondiamo questi due termini, ma la differenza è profonda:
La CORTESIA è quel modo socievole di mettere a proprio agio gli altri. Deriva da “corte” e fa riferimento alle regole sociali del buon vivere. È forma, educazione, galateo.
La GENTILEZZA invece fa riferimento a una nobiltà d’animo sia ereditata che coltivata. È sostanza, è il modo per coltivare certe qualità del cuore.
La cortesia può essere fredda e calcolata. La gentilezza richiede presenza e autenticità.
Cosa dice la scienza sulla pratica di gentilezza
Le neuro-scienze hanno dimostrato che la pratica di gentilezza amorevole (Metta):
- Aumenta significativamente emozioni positive come gioia, speranza, gratitudine
- Incrementa le risorse personali: presenza mentale, motivazione, sostegno sociale
- Riduce i sintomi depressivi del 40%
- Attiva e rafforza le aree cerebrali connesse all’intelligenza emotiva
- Incrementa la materia grigia nelle aree della regolazione emotiva
Non è filosofia new age. È scienza pura.
La pratica che faremo insieme
Il 13 novembre alle 21 al Teatro Stradanuova (Palazzo Rosso, Via Garibaldi, ingresso da Vico Boccanegra), condurrò una pratica gratuita di mindfulness sulla gentilezza amorevole.
Non è una conferenza. È un’esperienza.
Alterneremo:
- Meditazione guidata di Metta
- Poesie sulla gentilezza
- Il suono dei cimbali tibetani ma anche del violoncello di Simone Cricenti
- Momenti di condivisione (per chi vorrà)
Cosa portare: cuore aperto.
Cosa lasciare a casa: aspettative di perfezione, paura di non essere all’altezza.
A beneficio di chi: la partecipazione prevede l’acquisto di un biglietto solidale a sostegno di Helpcode- Il diritto di essere bambini, che riceverà quanto raccolto attraverso Trustmeup, la raccolta fondi semplice e trasparente che assicura che arrivino a destinazione.
Un piccolo esercizio per questa settimana
Prima di vederci, ti propongo una mini-pratica:
Ogni sera, prima di dormire, poni la mano sul cuore e ripeti: “Che io possa essere felice” “Che io possa essere al sicuro” “Che io possa vivere con facilità”
Solo questo. Tre frasi. Un minuto. Ma fallo ogni sera. E osserva cosa accade.
Save the date
13 novembre 2025 Teatro Stradanuova, Genova ️ Biglietto solidale
⏰ Dalle 21 alle 22.30
Non sei di Genova? Puoi comunque partecipare online in streaming su Zoom
Ti aspetto. Davvero.
Con gentilezza (non solo cortesia!), Nicoletta
PS: Condividi questo articolo con qualcuno che potrebbe averne bisogno. La gentilezza si moltiplica quando viene condivisa.
© Nicoletta Cinotti 2025
Dall’immobilità alla cura consapevole
Il paradosso che trasforma la psicoterapia
Quando parlo di accettazione in terapia, vedo spesso nei miei pazienti quello stesso sguardo: una miscela di diffidenza e resistenza. “Dottoressa, ma se accetto, non significa che mi rassegno? Non è un invito alla passività?”
Questo malinteso è così diffuso che merita di essere affrontato con chiarezza: l’accettazione non è rassegnazione. È esattamente l’opposto.
Il meccanismo insidioso del giudizio
Viviamo costantemente attraverso il filtro del giudizio. Questo mi piace, questo no. Questo è giusto, questo è sbagliato. E quando giudichiamo qualcosa come “negativo” – sia un nostro aspetto che una caratteristica altrui – scatta un meccanismo insidioso: trasformiamo automaticamente la nostra preferenza nella convinzione di avere ragione.
Il non-giudizio non significa fingere che tutto ci piaccia ugualmente. Significa riconoscere ciò che ci piace distinguendolo da ciò che non ci piace, ma senza l’automatismo del “quindi devo eliminarlo”.
Quando giudichiamo negativamente un aspetto di noi o dell’altro, rischiamo di perdere proprio la motivazione alla cura. Come se ciò che riceve una valutazione negativa fosse qualcosa di cui dobbiamo liberarci, estirpare, combattere.
Ma la verità è un’altra: forse proprio perché è un aspetto che non apprezziamo, richiede ancora più cura.
L’invito alla curiosità
Il non-giudizio non è indifferenza. È curiosità verso il flusso della mente senza combatterlo.
C’è una famosa leggenda Cherokee che illustra bene questo punto. Un anziano racconta al nipote della battaglia interiore tra due lupi: uno cattivo (invidia, risentimento, orgoglio) e uno buono (compassione, gioia, verità). “Quale vince?” chiede il nipote. “Quello che nutri”, risponde il nonno.
Questa storia rivela la chiave: la consapevolezza non giudicante della presenza di entrambi. Non neghiamo il lupo cattivo. Riconosciamo la verità della loro coesistenza, e scegliamo quale nutrire.
La storia permette subito di svelare la chiave di questo processo: è la consapevolezza non giudicante, della presenza di entrambi, la verità della loro coesistenza e un’accettazione onnicomprensiva che permette di aprire la porta all’emergere dei sentimenti positivi, senza negare la presenza degli elementi negativi.
I cinque passi dinamici dell’accettazione
L’accettazione passa attraverso cinque passi che non sono affatto statici. Sono così dinamici che possiamo accorgerci dove il nostro andare si arresta, in cerca di qualche ragione per dire che non ne vale la pena.
1. Calmarsi e rallentare
Prima di tutto, usciamo dall’urgenza. Il respiro è il nostro alleato. Ogni respiro – come ci insegna la pratica meditativa buddhista – è un’opportunità per tornare al presente, indipendentemente da quanto la mente si sia distratta nel momento precedente.
2. Riconoscere e nominare
Dare un nome a ciò che proviamo crea distanza, crea spazio. “Questo è vergogna.” “Questo è autocritica.” “Questo è paura del giudizio altrui.” Nominare è già un primo atto di consapevolezza.
3. Tollerare
Riuscire a stare con ciò che abbiamo riconosciuto, senza doverlo immediatamente modificare o eliminare. È forse il passo più difficile. Siamo così abituati a voler risolvere, aggiustare, cambiare.
4. Prestare attenzione
Con curiosità, non con ostilità. Cosa mi sta dicendo questa parte di me? Di cosa ha bisogno? Come ci ricorda la tradizione contemplativa, portiamo consapevolezza momento per momento all’esperienza di essere in relazione con noi stessi.
5. Fare spazio
Lasciare che questa parte esista nel campo della consapevolezza, insieme a tutte le altre. Non relegata, non segregata, ma presente.
Impermanenza: la promessa nascosta nel dolore
Il concetto buddhista di impermanenza (anicca) può apparire inizialmente come una fonte di ansia. Se tutto cambia costantemente, come possiamo costruire stabilità?
Eppure, è proprio questa impermanenza che rende possibile la trasformazione. Una relazione ferita non è condannata a rimanere tale. Un pattern problematico non è scolpito nella pietra.
Come scrive la poetessa Jane Hirshfield:
“Niente dura”
Quanto è amaro il pensiero che accompagna ogni perdita
“Niente dura”
È anche una promessa di conforto
Pena e speranza tengono i due capi della corda
Figlie gemelle dell’impazienza
Thich Nhat Hanh ha sviluppato una pratica chiamata “iniziare di nuovo” specificamente pensata per le relazioni. Non si tratta di risolvere completamente i problemi passati, ma di creare le condizioni per un nuovo inizio nell’istante presente.
Ogni momento contiene in sé la possibilità di ricominciare.
Accettazione radicale: andare alla radice delle cose
Jon Kabat-Zinn parla di accettazione radicale: quella che va alla radice delle cose, che prende per vere le cose così come sono e si regola di conseguenza.
“Accettazione non significa rassegnazione passiva, neanche forzando il significato della parola. Vuol dire il contrario, piuttosto: ci vuole un’enorme quantità di forza morale e di motivazione per accettare ciò che è – specie quando non ci piace – e poi operare saggiamente ed efficacemente al meglio delle proprie possibilità nelle circostanze in cui ci si trova e con le risorse che si hanno a disposizione, interiori ed esteriori, per mitigare, guarire, riorientare le cose, cambiare ciò che può essere cambiato.”Jon Kabat Zinn
Questa accettazione richiede coraggio. Ci vuole forza per accettare ciò che è – specialmente quando non ci piace – e poi operare saggiamente nelle circostanze in cui ci si trova.
È difficilissimo riconoscere e lasciar cadere le storie che ci raccontiamo su “come dovrebbero stare le cose”, o su chi sia la colpa perché le cose non stanno in quel modo. Ma se adottiamo un atteggiamento di accettazione radicale ci diamo la possibilità di percepire nelle cose una loro verità più profonda.
Il paradosso del cambiamento
Ed eccoci al cuore del paradosso: abbandonando il desiderio di essere qualcosa di diverso da ciò che siamo, sperimentiamo il cambiamento.
Un compito importante della terapia mindfulness based consiste nell’aiutare i pazienti ad abbandonare i loro tentativi di manipolazione di sé per muoversi verso l’accettazione.
Quando scegliamo di vedere le cose in modo più saggio e accurato, di conoscerle e accettarle per quelle che sono, si modifica già la dinamica della realtà. Spesso ne conseguono cambiamenti interessanti, che sono possibili solo perché vediamo una verità più profonda che prima ci restava nascosta: la storia che ci raccontavamo riusciva a chiuderci i sensi troppo bene perché vi potesse entrare qualcosa d’altro.
Dalla vergogna alla compassione
Molti di noi vivono con un critico interiore feroce. Tutti sperimentiamo, a diversi livelli, un senso di vergogna o inadeguatezza, che può emergere quando pensiamo di venir giudicati dagli altri o semplicemente di non “essere abbastanza”.
Comunemente queste sensazioni si accompagnano con una forma di autocritica e di attacco nei confronti delle parti di noi che percepiamo come insufficienti. Piuttosto che sentire sostegno, gentilezza ed entusiasmo per noi stessi e per le nostre difficoltà, proviamo rabbia, delusione, frustrazione e auto-condanna.
Quando falliamo, quando deludiamo, quando non siamo all’altezza, questo critico si scatena:
La vergogna ci dice: “C’è qualcosa di sbagliato in te. Sei indesiderabile.”
L’autocritica ci attacca: “Avrei dovuto fare meglio. Cosa c’è in me che non va?”
Ma questi non sono pensieri – sono l’espressione cognitiva di rabbia, frustrazione e condanna verso noi stessi. Sono emozioni travestite da idee.
I tre rischi della vergogna
La vergogna presuppone il sentirsi vicini a un’immagine di sé che non vogliamo avere. E non vogliamo avere quell’immagine di noi perché la identifichiamo con la minaccia di rifiuto, di perdita o di marginalizzazione.
Quando siamo vulnerabili alla vergogna, rischiamo tre reazioni:
1. Attaccare se stessi: emergono pensieri come “Avrei dovuto fare meglio. Cosa c’è in me che non va? Perché sono così? Perché non ho insistito?”
2. Attaccare gli altri: la delusione e il gap tra la realtà che vorremmo vivere e quella che ci ritroviamo a vivere ci porta a percepire gli altri come minaccia. “Perché non mi ha capito? Perché non ha fatto quella cosa che sa che mi è necessaria?”
3. Rinunciare: la sensazione emotiva che emerge è quella di sentire affondare il proprio cuore nella rinuncia. “Non c’è più niente da fare. Faccio sempre errori. Le cose non vanno mai come dovrebbero per me.”
Nessuna di queste risposte è compassionevole. Né verso noi stessi, né verso gli altri.
Il passo indietro compassionevole
Una delle cose che può essere utile in queste situazioni è fare un passo indietro e riconoscere la qualità del flusso dei pensieri. Provare a focalizzarsi sul respiro, ri-centrare la propria attenzione ed equilibrare i pensieri con alcune domande:
Davvero questo cambia tutta la mia vita?
Tra una settimana, un mese, un anno, rimarrà traccia di questo episodio?
Questo accade solo a me?
Avevo l’intenzione di produrre un fallimento?
Dipende solo dal mio comportamento?
Come reagirei se fosse successo a un amico?
Probabilmente, verso un amico, la nostra critica lascerebbe il posto a comprensione e sostegno.
Lasciare spazio mentale a queste domande può portare un senso di maggior calore, gentilezza e compassione verso noi stessi e verso gli altri.
Le resistenze come alleate
C’è un altro cambiamento di paradigma che l’accettazione ci chiede: smettere di combattere le nostre resistenze.
Già nel 1941 Fenichel affermava: “L’analisi deve sempre procedere secondo il livello che in quel momento è accessibile all’io. Quando un’interpretazione non ha efficacia ci si chiede spesso: ‘Come avrei potuto dare un’interpretazione più profonda?’ Spesso però il problema andrebbe posto in maniera più corretta: ‘Come avrei potuto interpretare in maniera più superficiale?'”
Prima ancora Reich, attraverso l’analisi del carattere, aveva avanzato l’ipotesi che le resistenze costituissero una protezione contro il pericolo psichico, fornendo al terapeuta informazioni essenziali rispetto al modo di funzionare nella realtà del paziente.
Questo significa che la resistenza è una parte del Sé con la quale è essenziale imparare a collaborare e ad allearsi.
I sé multipli
Nella psicologia buddhista, a cui la tradizione mindfulness fa riferimento, l’esperienza di un Sé unitario e statico è considerata un’illusione. La storia dei due lupi afferma anche la presenza dei “sé multipli” dove la coscienza ha la funzione di una coalizione di diversi stati del sé.
Considerare questi stati come sub-identità offre parecchi vantaggi:
Patologizza meno i sintomi, considerandoli aspetti parziali e non identitari
Rende possibile conoscere e nominare parti di noi
Consente di rispondere in maniera differenziata a bisogni che possono sembrare contraddittori
Lascia sempre attiva una parte sana, capace di curarci
Alcuni aspetti del Sé vengono tenuti fuori dalla coscienza attraverso aspetti dissociativi. Non esiste un Io che reprime gli impulsi inaccettabili ma piuttosto una direzione sistemica dell’attenzione che distoglie da quegli aspetti dell’esperienza del Sé che riteniamo inaccettabili.
La terapia consiste nell’integrare differenti parti del Sé e nel portarle a un dialogo reciproco attraverso la consapevolezza.
Il corpo non mente
L’accettazione non può essere solo “pensata”. Deve essere sentita.
Sotteso al tema dell’accettazione è il ruolo chiave delle resistenze che costruiscono il nostro modo di funzionare nella realtà. In questo alveo si comprende l’attenzione centrale ai processi corporei che ci permettono di riconoscere le nostre contrazioni fisiche, che sono sia modi di ridurre la consapevolezza, che aspetti corrispondenti a contrazioni mentali da esplorare.
Il principio di identità funzionale mente-corpo, di origine reichiana, afferma che a ogni stato corporeo corrisponde uno stato mentale e quindi a una contrazione cronica nel corpo, corrisponde una contrazione cronica nella mente, uno schema maladattativo di risposta.
Il lavoro sull’accettazione quindi non può prescindere da un lavoro corporeo perché, altrimenti, il rischio è che l’accettazione sia una scelta “pensata” ma non “sentita”.
Come ci ricorda la meditazione: non ci chiede di essere perfetti. Ci chiede solo di rimanere presenti, di dimorare nella nostra imperfetta realtà. E in quella dimora, con compassione e comprensione, la paura si trasforma in coraggio.
L’integrazione tra Oriente e Occidente
Il dialogo tra le tradizioni contemplative orientali e la psicologia occidentale ha prodotto approfondimenti preziosi sul tema dell’accettazione. Approcci contemporanei come la Terapia dell’Accettazione e dell’Impegno (ACT) e la Terapia Dialettico Comportamentale (DBT) hanno incorporato elementi della filosofia buddhista, adattandoli al contesto clinico occidentale.
Nella ACT, l’accettazione è intesa come la disponibilità a sperimentare pensieri ed emozioni difficili senza tentare di modificarli o evitarli, permettendo così di agire in direzione dei propri valori anche in presenza di esperienze interiori spiacevoli.
Nella DBT, sviluppata da Marsha Linehan (che ha studiato pratiche zen), troviamo la dialettica tra accettazione e cambiamento come principio fondamentale: è necessario accettare completamente la realtà presente mentre simultaneamente ci si impegna per il cambiamento.
Questi approcci occidentali condividono con il Buddhismo l’enfasi sull’accettazione come via di trasformazione, ma presentano alcune differenze significative. Nelle tradizioni buddhiste, l’accettazione è inseparabile dalla comprensione dell’impermanenza e della non-separazione; non è semplicemente una strategia per gestire il disagio, ma un riconoscimento della natura fondamentale della realtà.
L’integrazione di queste diverse prospettive può arricchire notevolmente la nostra comprensione delle dinamiche relazionali e terapeutiche. Possiamo attingere alla chiarezza metodologica degli approcci occidentali per sviluppare pratiche concrete che facilitino l’accettazione, mentre incorporiamo la visione buddhista dell’interconnessione per espandere la nostra comprensione di cosa significhi veramente accettare l’altro nella sua complessità e continua evoluzione.
La locanda che siamo
Voglio chiudere con le parole di Rumi, che meglio di me sanno descrivere cosa significa davvero accogliere ogni parte di noi:
Questo essere umano è una locanda.
Ogni mattina un nuovo arrivo.
Una gioia, una depressione, una cattiveria,
una consapevolezza momentanea arriva
come un visitatore inatteso.
Dà il benvenuto e intrattieni tutti!
Anche se sono una folla di dolori,
che violentemente spazzano la tua casa
vuota dei suoi mobili,
tratta ogni ospite onorevolmente.
Potrebbe starti preparando
per qualche nuovo piacere.
Il pensiero oscuro, la vergogna, la malizia,
incontrali alla porta ridendo,
e invitali ad entrare.
Sii grato per chiunque venga,
perché ognuno è stato mandato
come una guida dall’aldilà.
Che possiate, come quella locanda, imparare a incontrare ogni ospite alla porta ridendo. Anche il pensiero oscuro. Anche la vergogna. Anche la paura.
Perché ognuno porta con sé un insegnamento. Ognuno merita cura.
E l’accettazione – quella vera, radicale, coraggiosa – è il modo in cui apriamo quella porta.
© Nicoletta Cinotti 2025 Il protocollo MBCT online in early bird fino al 23 Ottobre
Il ciclo invisibile
Perché il tuo umore ti controlla (e come riprendere il controllo)
Conosci quella sensazione? Un momento stai galleggiando tranquillo nella vita, tutto scorre, il mondo sembra collaborare con te. L’attimo dopo, qualcosa di impercettibile scatta. Non sai bene cosa. E prima che tu possa dire “Ma che è successo?”, ti ritrovi sommerso da scadenze, richieste, una stanchezza che nemmeno il sonno riesce a cancellare.
La domanda sorge spontanea: come siamo passati da qui a lì?
Per decenni abbiamo creduto che lo stress e la depressione arrivassero dal nulla. Poi, negli ultimi trent’anni, la scienza ha scoperto la verità nascosta: questi stati d’animo non sono improvvisi. Sono preceduti da processi invisibili, da movimenti sotterranei che accadono nelle profondità della mente, lontano dai riflettori della consapevolezza.
E qui sta la parte affascinante: una volta compreso questo meccanismo, abbiamo accesso a qualcosa di straordinario. Possiamo uscire dal ciclo. Possiamo liberarci dall’ansia, dallo stress, perfino dalla depressione.
Le emozioni non sono semplici
Dimenticati l’idea che le emozioni siano semplici. Non lo sono.
Un’emozione è piuttosto un’orchestra complessa: pensieri, sensazioni fisiche, impulsi, sentimenti grezzi che suonano tutti insieme. Quando la mente li fonde, crea un “colore di fondo” – uno stato mentale dominante che permea tutto ciò che pensiamo e facciamo.
Immagina di sentire un’ondata di tristezza. Subito, tutti gli elementi entrano in gioco contemporaneamente:
- I tuoi pensieri diventano più scuri
- Il tuo corpo si appesantisce
- Un impulso ti spinge a isolarti
- Vecchi ricordi riemergono dal passato
Questi elementi non rimangono neutrali: si amplificano a vicenda, come un feedback loop emotivo.
Ecco il colpo di scena che la scienza ha rivelato negli anni Ottanta: il rapporto tra pensieri e emozioni funziona nei due sensi.
Per anni sapevamo che i pensieri influenzano le emozioni (la psicologia cognitiva ce l’aveva insegnato). Ma nessuno sospettava che anche il contrario fosse vero: le tue emozioni possono controllare i tuoi pensieri.
Cosa significa in pratica? Che un momento fugace di tristezza può diventare una trappola. Incupisce il modo in cui vedi il mondo, filtra ogni percezione attraverso una lente grigia, e di conseguenza attirai verso di te sempre più pensieri infelici. È come se la tristezza attivasse un radar che va a cercare altri momenti tristi, altri ricordi dolorosi.
E il ciclo si autogenera: la tristezza genera pensieri tristi, che intensificano la tristezza.
Lo stesso vale per lo stress, l’ansia, qualunque stato emotivo. Se ti senti stressato, quello stress diventa il direttore d’orchestra – convoca tutti gli altri strumenti a suonare la stessa nota sgradevole.
La buona notizia
La buona notizia? Ora che comprendiamo come funziona davvero questo meccanismo, non siamo più vittime passive. Possiamo riconoscere il momento in cui inizia il ciclo, possiamo intervenire nel loop, possiamo tornare in controllo.
Non è magia. È neuroscienza. Ed è alla tua portata.
Pratica di mindfulness: La meditazione del crocevia
© Nicoletta Cinotti 2025 Il protocollo MBCT in early bird
La disciplina della memoria
Ho avuto in dono per molti anni una memoria formidabile. Quasi fastidiosa. Ricordavo tutto, anche particolari assolutamente insignificanti. A volte ero disturbata dal mio ricordare. Le persone mi guardavano come se fossi un’aliena: loro non ricordavano e facilmente pensavano che raccontassi delle bugie. Invece ero solo sovraffollata da tanti ricordi. Non tutti belli. Ricordi che alimentavano grandi processi di pensiero. Grandi non perché geniali ma perché lunghissimi.
Amo molto quella che Kabat Zinn chiama “la disciplina della memoria”. Non ha il significato di ricordare come memoria biografica. Ha piuttosto il significato del tornare continuamente presenti al nostro oggetto d’attenzione, del non farsi distrarre dai nostri giudizi, per ricordarsi la consapevolezza e la presenza.
Io avevo tanta memoria ma non tanta “disciplina della memoria”. Eppure accorgermene non era un errore da punire. Come dice Jon “quando ci accorgiamo di essere distratti congratuliamoci con noi stessi perché questo è il momento in cui siamo tornati presenti”. Questo è un aspetto del non giudizio: non c’è nulla di sbagliato, ci sono solo esperienze dalle quali possiamo imparare. Moltissimo. In fondo giudicare è smettere di imparare. Abbiamo dato un’etichetta. Sospendere il giudizio è rendere il processo di apprendimento un atto continuo. E l’errore un momento di apprendimento.
Sospendere il giudizio è un’esercizio di intelligenza e di gentilezza.
L’intelligenza la esercitiamo esplorando e la gentilezza avendo la pazienza di continuare ad esplorare senza arrivare a conclusioni frettolose. Tratto da Destinazione Mindfulness 56 giorni per la felicità
Pratica di mindfulness: Un cerchio attorno al cuore
© Nicoletta Cinotti 2025 Ultimi due giorni per iscriversi in very early bird al protocollo MBCT online
Il Weekend che cambia lo sguardo
Tre giorni per attraversare i cinque pilastri dell’invecchiamento consapevole
Quando si entra nel ritiro, si lascia qualcosa fuori. Non sono solo telefoni e orologi. È qualcosa di più sottile: l’urgenza, la performance, l’idea che dobbiamo essere sempre in un certo modo per essere accettabili.
Ottobre, inizio autunno. Sedici persone che hanno attraversato i dieci incontri online e ora scelgono di incontrarsi davvero, non più attraverso schermi. Di guardarsi negli occhi. Di stare insieme nel silenzio e nella parola, nella pratica e nella condivisione.
Il tema era chiaro fin dall’invito: lavorare sui cinque pilastri dell’invecchiamento consapevole. **Confini. Nutrimento. Accettazione. Saggezza. Compassione.** Cinque parole che sembrano semplici, ma che quando le attraversi con il corpo e il cuore rivelano abissi e tesori che non immaginavi.
Primo giorno: Il futuro che ci spaventa (e ci libera)
Perché partiamo dal futuro?
La prima domanda quella sera di venerdì è stata disarmante: *cosa ti aspetti per il futuro?*
Il silenzio che è seguito era denso. Qualcuno ha parlato di preoccupazione. “Il futuro è la vecchiaia, e io non mi sono stupita,” ha detto una donna. Un’altra: “Quando uno è giovane il futuro è pieno di tante cose. Ho paura di avere poche cose.”
Ma perché partire dal futuro invece che dal presente, che è il territorio naturale della mindfulness?
La risposta è arrivata dalle condivisioni stesse. **Il fulcro dell’età è il futuro.** La qualità del futuro cambia quando invecchiamo. E mindfulness non è solo assaporare il momento presente – è anche lungimiranza. Dedalo attraversò il mar Mediterraneo perché aveva lungimiranza.
“Se mindfulness è solo il presente diventiamo terrapiattisti,” ho detto. E qualcuno ha riso, ma era una risata di riconoscimento. Sì, c’è un bisogno vitale di dilatare il presente. Ma dimenticare che l’incertezza fa parte di qualsiasi momento della vita – e che il futuro richiede scelte consapevoli oggi – è pericoloso quanto vivere solo proiettati in avanti.
I tre cerchi del tempo
La meditazione guidata ci ha portato a viaggiare attraverso passato, presente e futuro.
Il **passato** come biblioteca piena di scaffali – non negare i libri che contengono pagine difficili, ma cercare anche i volumi con i doni nascosti: resilienza, saggezza, forza.
Il **presente** come unico spazio dove puoi davvero agire. “Questo momento presente è il tuo punto di potere. È da qui che puoi scegliere. Non è perfetto, ma è reale.”
E il **futuro** come campo di possibilità, prato in primavera. “Quali semi vuoi piantare oggi? Quali intenzioni vuoi coltivare?”
Dopo la pratica, la condivisione è stata intensa. Una partecipante ha parlato del contrasto: “Sento con il corpo l’ansia e sento l’incertezza. Abbiamo bisogno di dilatare il presente perché il futuro è incerto. Ma nello stesso tempo è vero che ogni compleanno ci parla non solo del passato ma anche del futuro.”
Un’altra ha portato la dimensione collettiva: “Sono proiettata sul guardare quello che succede e ho colto una dimensione di preoccupazione generale soprattutto per le persone di una certa età. La situazione mondiale. Il mio futuro è legato a quello.”
E qui abbiamo toccato qualcosa di essenziale: **l’invecchiamento non è mai solo personale. È politico, è collettivo, è interconnesso con il destino del mondo che lasciamo.**
Gli atteggiamenti verso il tempo che ci danneggiano
Ho portato la ricerca di Zimbardo sui sei atteggiamenti rispetto al tempo. Due sono particolarmente pericolosi quando invecchiamo:
**L’atteggiamento troppo ancorato al passato** – quello del “ai miei tempi…”. Aumenta gli aspetti depressivi, ci blocca nel confronto nostalgico con ciò che è stato.
**L’atteggiamento fatalistico del presente** – il “ormai… cosa possiamo fare?”. È l’opposto della lungimiranza. Appiattisce il nostro senso di responsabilità. Ci fa arrendere prima ancora di provare.
“Bisogna stare con la quota di ansia che ci permette di essere svegli,” ho detto. Non tutta l’ansia è tossica. Quella giusta ci tiene vigili, ci spinge a scegliere, ci ricorda che abbiamo ancora potere.
Le persone della nostra vita: treni, lucciole, alberi
La sera, prima di lasciarci a cena, abbiamo letto insieme la poesia di Giovanna Mulas sulle persone che attraversano la nostra vita.
*Ci sono persone che nella nostra vita sono soltanto di passaggio. Ecco, queste persone sono treni che passano, e prima o poi arrivano, ti sfiorano e forse t’investono lasciandoti i pezzi di ciò che eri. E liberandoti un posto nello scompartimento per ciò che sarai.*
**Le persone-treno:** con cui fai un viaggio intenso ma poi uno scende. Si condivide un percorso, ma il loro viaggio non finisce con noi.
**Le persone-lucciola:** incontri luminosi, bellissimi, ma poi non ci si rivede più. Magari ci si rincontra dopo anni e fa piacere, ma sono incontri spezzettati.
**Le persone-albero:** quelle che credi avere per sempre. Non sono solo fuori, sono dentro. Diventano parte di te. Sono le radici.
Durante la pratica serale di Metta, qualcuno ha pianto. Non di tristezza, ma di riconoscimento. Sì, ci sono state persone-albero nella mia vita. E alcune le ho perse. E tuttavia, le porto ancora dentro.
—
Secondo giorno: Lo stormo che diventiamo
Le qualità che non vogliamo far rimpicciolire
Il sabato mattina abbiamo aperto con una domanda potente: *quale è la tua qualità unica? Quella che vuoi portare qui, nel gruppo? Quella che non vuoi permettere che la vita rimpicciolisca?*
Invecchiando diventiamo più piccoli per gravità – è un fatto fisico. Ma a volte facciamo la stessa cosa con le qualità interiori. Ci identifichiamo con delusioni e fallimenti invece che con le nostre capacità.
La condivisione di gruppo è stata un fiorire di qualità:
“Fine della pazienza – è viziante sia per gli altri che per se stessi.”
“Stupirmi.”
“La capacità di sorprendermi, guardare al mondo come quando ero piccola.”
“Semplicità e trasparenza.”
“Vivere con leggerezza, fuori dalla paura.”
“Energia di portare persone in un percorso di crescita.”
“Generosità, tenerezza.”
“Tenacia morbida.”
“Tenacia seria e giocosa.”
E qualcuno ha detto: “Mancanza di qualità. Forse coraggio.” L’onestà di riconoscere che c’è qualcosa che vuoi coltivare ma non ce l’hai ancora. Questa è già saggezza.
Perché lo stormo e non l’aquila
“A volte si pensa di voler essere un uccello solitario,” ho detto. “Ma quelli che fanno lunghi viaggi sono uccelli migratori che si spostano in stormi. Da giovani si può fare l’aquila, ma il futuro appartiene agli stormi, alla collettività, a coloro che mettono a disposizione degli altri la loro qualità unica.”
Le rondini – piccoli uccelli – percorrono distanze enormi proprio perché non sono sole. Volano in formazione, proteggendosi a vicenda dalle correnti, risparmiando energia, arrivando più lontano insieme.
Non è poesia. È sopravvivenza. È intelligenza collettiva. Ed è quello di cui abbiamo bisogno quando invecchiamo.
I confini che cambiano (e ci nutrono)
Abbiamo lavorato sui confini come pratica di autocompassione. Mettere dei confini significa rimanere in contatto con situazioni difficili senza rimanere invischiati in dinamiche di dolore.
“Trovare un equilibrio tra due estremi: il risentimento e il senso di colpa,” ho spiegato. “Quando permettiamo che gli altri non rispettino i nostri confini cadiamo nel risentimento. Quando mettiamo troppo i nostri confini possiamo cadere in senso di colpa.”
La chiave è mettere attenzione a ciò che ci nutre. I confini diventano allora come il nostro senso di sazietà. Quando ho mangiato abbastanza? Quando una relazione mi nutre e quando invece mi prosciuga?
E poi c’è l’altro modo: lasciar andare. Le cose non sono mai esattamente come vorremmo. Quello che accade spesso non dipende dalla nostra volontà. Possiamo controllare le nostre azioni, non sempre i risultati.
La pratica di Naikan: dare, ricevere, danneggiare
Nel pomeriggio abbiamo fatto la pratica giapponese del Naikan, che ruota intorno a tre domande apparentemente semplici:
**Cosa ho ricevuto?**
**Cosa ho dato?**
**Che dolori o guai ho causato?**
Non è una pratica di giudizio ma di onesta osservazione. Il Naikan ci insegna che siamo tutti interconnessi e che la nostra vita è stata sostenuta da innumerevoli atti di gentilezza, spesso non riconosciuti.
Ci siamo concentrati sulla fase della maturità e responsabilità (35-60 anni) e sulla fase della saggezza e integrazione (60+ anni). Per molti è stato doloroso riconoscere le negligenze familiari, gli errori di leadership, le relazioni trascurate, lo stress trasmesso ad altri.
Ma non si tratta di senso di colpa. Si tratta di riconoscimento onesto della realtà dell’interdipendenza. Solo quando vediamo chiaramente possiamo scegliere diversamente.
Accettazione e il suo opposto feroce
Nel pomeriggio abbiamo affrontato un tema difficile: cosa succede quando i nostri bisogni non vengono soddisfatti? Quando ci sono ostacoli che non dipendono dalla nostra volontà?
“Quale è l’opposto dell’accettazione?” ho chiesto.
Le risposte sono arrivate a raffica: rifiuto, resistenza, negazione, ostinazione, fuga, rabbia, rancore.
“Va corretta la nostra non accettazione?”
No. Va accolta. Consolata. È parte di un cammino. Dietro c’è un dolore che ha bisogno di conforto. Dobbiamo esplorarlo, non combatterlo.
Lottare contro qualcosa che non possiamo cambiare non fa altro che rafforzare la resistenza. È un circolo vizioso che ci esaurisce.
Ho letto la poesia sulla sciarpa:
*Fare una lunga sciarpa che ti tenga caldo che ti protegga che ti dia un nome. Fatta di fili diversi in stagioni diverse in momenti felici in momenti difficili. È una sciarpa lunghissima fatta di soluzioni risposte abitudini. Poi ad un certo punto non sai perché inizi a disfarla tagli i fili. Disfi ciò che hai costruito in una vita e questa ti sembra l’unica costruzione possibile. Perché l’amore è essere senza soluzioni. La soluzione è amare la vita così come essa è.*
Il silenzio che è seguito era pieno.
La pratica degli sguardi e del Tonglen
Nel tardo pomeriggio abbiamo fatto una pratica che molti hanno trovato tra le più difficili e preziose: guardarsi negli occhi a coppie, in silenzio. Un minuto per volta, alternando partner.
“Guardarsi non è facile, non ci conosciamo,” ha detto qualcuno dopo. Un’altra: “Un lato diverso dall’altro. Sguardo diverso tra inizio e fine.”
L’esercizio aveva l’intenzione di misurare la capacità di stare in contatto. Lo sguardo è un attivatore di compassione o di difesa. Quando troviamo il dolore – nostro o dell’altro – togliamo lo sguardo.
Poi abbiamo praticato il **Tonglen**: la meditazione tibetana in cui respiri il dolore e espiri compassione. Non è una pratica facile. Va contro ogni istinto di evitare la sofferenza.
“Qualità del Tonglen,” ha detto qualcuno dopo. “Quando c’è un dolore ci insultiamo, invece nel Tonglen ‘tocco e vado’.”
È come dice Thich Nhat Hanh: tocchiamo il dolore come una farfalla. Tocchiamo e andiamo. Non ci installiamo nel dolore, ma non lo evitiamo neanche.
Una partecipante ha condiviso: “Prima non veniva niente, poi è venuto fuori: hai perso il tuo sé, la tua essenza. Poi è andata sulla compassione come trasformazione. Il pianto si è trasformato in un’emozione di accoglienza. Empatia e compassione per me stessa, forse per la prima volta.”
Parlare al dolore come a un cane randagio
La sera ho letto la poesia di Denise Levertov:
*Ah, dolore, non dovrei trattarti
come un cane randagio
che arriva alla porta sul retro
per una crosta, un osso spolpato.
Dovrei fidarmi di te.*
*Dovrei invitarti a entrare in casa
e darti un angolo tutto per te,
una logora stuoia su cui sdraiarti,
una ciotola per l’acqua.*
*Pensi io non sappia
che da un po’ vivi sotto il mio portico.
Desideri che il tuo vero posto sia pronto
prima che arrivi l’inverno.*
*Hai bisogno di un nome,
collare e targhetta.
Il dolore vuole avere il diritto
di allontanare gli estranei,
di considerare tua la casa.
E tu il suo custode.*
Abbiamo parlato di tre distinzioni utili per la pratica:
**Stanchezza come resistenza** – quando senti stanchezza, chiediti: a cosa sto resistendo?
**Riconoscere la sopraffazione** – se la pratica è troppo oltre la tua finestra di tolleranza, fermati. Questo è prendersi cura di sé.
**La zona della sfida** – tra la comfort zone e la sopraffazione c’è la zona della sfida. È lì che cresciamo. Ma se entriamo nella sopraffazione dobbiamo dire “basta” e radicarci: contatto con il corpo, ascolto dei suoni, presenza.
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Terzo giorno: Portare dentro ciò che vediamo fuori
I ritorni di fiamma che guariscono
La domenica mattina qualcuno ha raccontato un sogno: la casa dei genitori bruciava, era rimasta chiusa in bagno ma poteva uscire dalla finestra. I figli erano in casa ma al sicuro.
Abbiamo parlato di **ritorni di fiamma** – quella irrequietezza che emerge durante le pratiche profonde. Non è un problema. È una possibilità di guarire qualcosa che era rimasto non curato.
“Si usa la metafora dei vigili del fuoco,” ho spiegato. “Quando c’è un incendio in una casa bisogna fare attenzione ad aprire altre porte. Possono esserci ritorni di fiamma. Ma va bene perché possiamo guarire quello che riusciamo a sentire. Pensarlo non vuol dire guarirlo. Basta non tornare alla sopraffazione.”
Una partecipante ha condiviso: “Ieri nella pausa pranzo ho sentito che qualcosa si era messo in moto. È ritornato in mente un film vecchio che ho appena rivisto con gli occhi dell’adulta. Le è rimontata la nostalgia per un periodo della vita che le sembrava sistemato. Poi le sono venute in mente le cose che allora non andavano. Il titolo che possiamo dare adesso è: ‘Come eravamo, tutto bello ma sta bene là dove sta’.”
Persone treno, lucciole, alberi: il passaggio dentro
Abbiamo ripreso la poesia della sera prima per andare più a fondo. Le persone treno e le lucciole rimangono fuori. Ma le persone albero rimangono dentro, diventano parte di noi. Ci insegnano ad essere alberi.
“Questo passaggio dall’esterno all’interno è importante,” ho detto. “C’è tantissimo che cerchiamo fuori ma il vero mondo è dentro.”
Gli alberi sono più longevi degli animali perché non si possono spostare. Gli animali scappano e hanno un grande stress. Siamo gazzelle e siamo alberi.
**Gli alberi sono modulari.** Hanno un tronco ma anche radici, rami, foglie. Possono perdere un ramo grande ma continuano a crescere. Quando perdiamo una persona importante, possiamo perdere un ramo grande ma possiamo continuare a crescere.
Portiamo la persona dentro di noi. È il ritiro delle proiezioni. L’invito che ci fa il cuore è di portare dentro quello che vediamo fuori. Non appartiene più agli altri e neanche appartiene solo a noi. Il nostro cuore diventa vasto come il mondo.
La saggezza attraverso la disidentificazione
Nel lavoro finale abbiamo esplorato come si coltiva la saggezza. Una delle chiavi è la disidentificazione.
**Prima forma: disidentificazione dai pensieri.** Non sono i miei pensieri. Sto pensando. Ma io non sono i pensieri.
**Seconda forma: disidentificazione dalla persona.** “Se mi arrabbio con qualcuno che amo mi diventa difficile validare la rabbia,” ho spiegato. “Ma se tolgo l’energia della persona e rimango con l’energia della rabbia, posso non coinvolgere l’altro. Questo mi permette di validare il mio diritto a provare quell’emozione.”
È particolarmente importante con i genitori. Ci hanno fatto male ma ci hanno anche fatto bene. Rimaniamo invischiati in questa ambivalenza. Se stacco il sentimento dai genitori ed esploro l’emozione “ho sentito male”, posso validarla e lasciarla andare.
“Se non stacco l’emozione,” ho continuato, “passo dalla vendetta al senso di colpa. Li punisco poi mi sento in colpa e faccio qualcosa che non soddisfa un mio bisogno. E vado avanti negando il mio bisogno. Questa cosa è reciproca. Tutto diventa un ingigantimento.”
Il corpo come strada di saggezza
Nelle mattine del ritiro abbiamo fatto lavoro corporeo. Non è decorazione. È fondamentale.
“Il corpo funziona malgrado le contrazioni,” ho spiegato. “Le contrazioni che tagliano il respiro sono circolari, non longitudinali.” Lavorare sull’arco e il grounding – la base – amplia il sentire e abbassa il pensare.
La lungimiranza fa parte della saggezza. Davanti alle scelte ragioniamo con la testa. Ma per coltivare la lungimiranza, immagina di fare una scelta A o B facendo attenzione a cosa dice il corpo. Le sensazioni di pancia. La lungimiranza non è previsione – è sentire cosa dice il corpo.
Il manifesto dello stormo
Nell’ultimo giro di condivisione abbiamo costruito insieme il manifesto dello stormo che invecchia:
– Reinventarsi sempre
– Divertirsi
– Non perdersi di vista
– Cambiare ruoli
– Fluire nell’essere insieme
– Distanza giusta
– Rispetto per le diversità
– Non avere paura di rimanere sospesi nel vuoto
– Non IO, ME, MIO
– Imprinting del non verbale
– Armonia di intenti
– Costruire qualcosa insieme
– Legittimarsi, darsi il permesso, ammorbidire
– Coltivare il seme della gioia ribelle
“Cultura assolutamente giovalinistica,” ha detto qualcuno. E tutti hanno riso. Non era un errore di battitura ma un neologismo perfetto: gioviale + vitalistica.
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L’ending che è un inizio
Ho letto la poesia di Pat Schneider sull’arte della fine:
*L’inizio della fine è un inizio.
La fine di qualsiasi cosa può essere un’arte.
Rinunciare all’avidità, alla brama di vincere
è la parte più difficile.*
*Per essere un artista della fine
bisogna lodare non solo ciò che è stato prima,
ma anche ciò che verrà.*
*Il fatto di finire è di per sé sorprendente;
le linee che la definiscono non vengono mai tracciate.
La fine può essere la completezza del cuore.*
Qualcuno ha chiesto: “Ma non serve il senso di colpa?” riferendosi al lavoro fatto con il Naikan, alla consapevolezza del dolore che abbiamo causato.
“No,” ho risposto. “Se per muovere uno stormo dobbiamo fare l’uccello solitario, va bene. Il senso di colpa ci paralizza. La consapevolezza ci libera.”
E poi abbiamo chiuso con la poesia di Pádraig Ó Tuama sul sé compassionevole:
*Non sono la somma di tutti i miei errori,
né il prodotto dell’odio degli altri.
Sono una storia in divenire,
una sinfonia ancora in composizione.*
*Non sono definito dalla mia sofferenza,
né limitato dalle mie ferite.
Sono un guaritore, un riconciliatore,
un portatore di pace al mio cuore.*
*Non sono perfetto,
ma sono degno di amore e compassione,
sia da parte mia che dagli altri.*
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Tre giorni che non finiscono. Perché ogni fine è un inizio. E lo stormo continua il suo volo.
© Nicoletta Cinotti
Prossima pratica gratuita di Mindful aging 18 Novembre 2025 dalle 20 alle 21
