La bellezza non ha causa: esiste.
Inseguila e sparisce.
Non inseguirla e rimane.
Sai afferrare le crespe
del prato, quando il vento
vi avvolge le sue dita?
Iddio provvederà
perché non ti riesca
Emily Dickinson
La bellezza non ha causa: esiste.
Inseguila e sparisce.
Non inseguirla e rimane.
Sai afferrare le crespe
del prato, quando il vento
vi avvolge le sue dita?
Iddio provvederà
perché non ti riesca
Emily Dickinson
Se esiste un’autorizzazione a sbagliare quella viene dal sentirsi provocati. Qualcosa o qualcuno ci è sembrato aggressivo o irrispettoso o qualsiasi altra sfumatura a cui siamo sensibili e noi ci sentiamo autorizzati a reagire. D’altra parte siamo tutti un insieme di aggressività e gentilezza, durezza e vulnerabilità, chiusura e disponibilità.
Dietro a tutto questo sta la nostra reazione all’imprevedibilità. Perché la provocazione è sempre un evento inaspettato: non credevamo che le cose avrebbero preso quella forma, sarebbero andate in quella direzione. E, a quel punto, ci difendiamo sulla base delle nostre preferenze personali.
La fonte della provocazione è sempre percepita come un attacco che merita risposta perché ci sia possibile tornare, più velocemente possibile, in una condizione di sicurezza
Non veniamo incoraggiati a stare in questa imprevedibilità e la sostituiamo con una risposta a binario unico: una risposta apparentemente forte eppure basata sulla paura.
Proprio come succede nel ciclone, qualsiasi tormenta ha un angolo di quiete. Se ci troviamo nel ciclone della rabbia, dell’indignazione, possiamo spostarci nel punto fermo, nell’occhio del ciclone prendendo pausa, facendo stop prima di reagire. Non aggiungiamo energia all’incendio che divampa già nella nostra mente, nel nostro cuore. Non lo facciamo per amore dell’altro: lo facciamo per amore di noi stessi. Per non mettere altra legna sul fuoco, rischiando di bruciarsi. Si è già esposto impropriamente l’altro: perché farlo anche noi?
Questo approccio è semplice quanto radicale. Immergersi in quello che stiamo vivendo, senza disperdere energia nella reattività. Fermarsi, osservare, respirare. Pochi secondi, pochi minuti, poche ore: dopo, se vorremo ancora, daremo una risposta. La nostra risposta. Avremo scelto però cosa dire, cosa fare. Non sarà bastato provocarci perché scoprissimo il lato di noi che ci ferisce. Ci siamo voluti bene. Almeno un po’: quel tanto che basta per non farsi sempre male da soli.
Quando mi sento provocata lo considero un momento neutro, un momento nel corso del tempo, un istante di verità che può imboccare entrambe le strade: la strada della libertà o quella dell’oscuramento. Pema Chodron
Pratica di mindfulness: Io sono qui
© Nicoletta Cinotti 2026 Il protocollo di mindfulness interpersonale
A volte ci sembra di essere dentro una tempesta di sabbia o di neve. Una situazione nella quale tutto vortica attorno a noi così velocemente che sembra impossibile riuscire a vedere in che direzione andare.
In quelle situazioni è facile pensare che non possiamo fare niente se non aspettare che la tempesta passi. Raramente ci viene da pensare che quella tempesta è legata alla confusione che abbiamo dentro di noi. Nei momenti in cui non sappiamo dove andare, non sappiamo quale direzione prendere, nei momenti in cui ci siamo persi perché quello che credevamo certo si è rivelato insicuro, l’unica cosa che possiamo fare è fermarsi e calmare la tempesta dentro.
Per alcuni la semplice azione del calmarsi è legata ad un’altra persona. Ci sono persone che possono calmarsi solo se qualcuno le calma, solo se sono in compagnia. E questo le spinge a cercare di attraversare la tempesta per trovare soccorso. Per altri invece solo la solitudine permette di ritrovare la lucidità necessaria per andare avanti. Queste diverse modalità di relazione con il dolore e con la sofferenza le impariamo da piccoli e segnano il nostro modo di stare con gli altri. Segnano, come una impronta, il nostro bisogno di relazione. Così possiamo trovare persone che si isolano per stare meglio e altre che escono di casa per stare meglio. Nessuna delle due scelte è sbagliata e nessuna è giusta. La differenza sta nella possibilità di scegliere. Se sono scelte compulsive, senza alternative, abbiamo bisogno di andare nella direzione opposta per portare un po’ di novità. Se scegliamo compulsivamente la solitudine abbiamo bisogno di sperimentare com’è cercare conforto con gli altri. Se cerchiamo compulsivamente gli altri abbiamo bisogno di sperimentare com’è farsi compagnia e calmarsi da soli quando siamo agitati. Perché quello che rende non salutari le nostre decisioni non è sbagliare. È fare scelte che non hanno alternative. È procedere come se la nostra vita fosse disegnata dalle rotaie di un treno.
Se ci sentiamo senza alternative raramente lo siamo. È la chiusura della mente che ci fa credere di dover percorrere sempre la stessa strada.
L’incertezza è l’habitat naturale della vita umana, sebbene la speranza di sfuggire ad essa sia il motore delle attività umane. Zigmunt Bauman
Pratica di mindfulness: Sentirsi al sicuro, navigare l’incertezza
© Nicoletta Cinotti Il protocollo MBCT
La settimana scorsa ho parlato del senso di appartenenza: il bisogno di sentirci parte di qualcosa, di non essere sole. Il senso di appartenenza non è solo un elemento di connessione. Sappiamo che l’essere o sentirsi esclusi incide sulla salute fisica e su quella emotiva in maniera rilevante. Una ricerca americana su 3,4 milioni di partecipanti afferma che la solitudine percepita aumenta il rischio di morte prematura del 26%, l’isolamento sociale del 29%. Numero davvero impressionanti
Qui sotto trovi la registrazione della diretta che ha un filo rosso, la frase del poeta irlandese Padraig O’Tuama, “È nel rifugio l’uno dell’altro che la gente vive”.
Oggi esploriamo però esploriamo l’altra faccia: la solitudine. Perché appartenenza e solitudine non sono opposti. Sono due movimenti dello stesso respiro: inspiro e torno a me, espiro e torno al mondo. Ci sentiamo
La casa della mia infanzia aveva due giardini. Uno sul retro — nascosto, protetto, silenzioso. E uno davanti — sulla strada, dove passavano i bambini, dove si poteva parlare con i vicini.
Mia madre preferiva che stessi nel giardino dietro. Diceva che non bisogna essere sfacciati. Io da bambina pensavo che ‘sfacciati’ volesse dire stare sulla facciata della casa. Poi ho capito che il significato era diverso, ma non di molto.
Col tempo ho imparato ad amare quel giardino segreto. Potevo stare lì indisturbata per ore, fino a che non veniva freddo o fino a che non arrivava il buio. È stato un compagno di giochi ricco, che ha dato voce alla mia fantasia. Mi ha insegnato il gusto tiepido e soddisfatto che può avere la solitudine.
Ma in quel momento avrei preferito il giardino davanti. Avevo sempre voglia di parlare. Nel tempo le cose sono cambiate e in adolescenza, all’opposto, facevo fatica a uscire.
La solitudine è così: ci si abitua a quel senso di protezione che offre, e poi ci sembra troppo faticoso uscire fuori. Si diventa dipendenti da quella solitudine che spesso non abbiamo scelto.
Se sei stanca o stanco di leggere puoi guardare qui la diretta
C’è una differenza enorme tra la solitudine che scegliamo e quella che subiamo.
La solitudine scelta è libertà. È il ritiro, la passeggiata, il libro letto in silenzio. È il momento in cui torno a me stessa.
La solitudine subita è un’altra cosa. È l’isolamento. È sentirsi escluse. È quella sensazione che la vita succeda altrove e noi non siamo invitate.
Una ricerca pubblicata su Scientific Reports ha studiato 178 adulti per 21 giorni, monitorando come trascorrevano il tempo da soli. Ha scoperto qualcosa che conferma quello che sentiamo: non esiste un ‘dosaggio ideale’ di solitudine. Quello che conta è se la solitudine è scelta o imposta. Quando la solitudine è autonoma — quando la scegliamo — lo stress diminuisce e ci sentiamo più libere di essere noi stesse. Quando è imposta, genera isolamento e insoddisfazione.
Fin qui la distinzione sembra chiara. Ma la solitudine più insidiosa non sta né nel giardino dietro né nel giardino davanti. È quella che proviamo quando siamo insieme a qualcuno.
Ci sono tante persone con le quali la conversazione sembra fatta apposta per evitare di dirsi le cose importanti. Quando sono più le cose che si evitano che quelle vere che si dicono, l’intimità diventa un colabrodo. E affiora solo un senso di solitudine senza motivo.
La solitudine che brucia di più è quella che proviamo quando siamo insieme. Di quella che provo quando sono da sola non ho più paura.
John Gottman, uno dei maggiori ricercatori sulle relazioni di coppia, ha descritto quello che chiama ‘il matrimonio guscio vuoto’ — empty shell marriage. È quando i partner vivono vite emotivamente parallele. Abitano la stessa casa, condividono lo stesso letto, ma non si incontrano più. La ricerca ci dice che circa una persona anziana sposata su sei riporta solitudine moderata o intensa — nel matrimonio.
Avete presente quella sensazione? Essere in una stanza piena di persone — magari persone che vi vogliono bene — e sentirvi completamente sole? A volte quel tipo di solitudine lì è la peggiore. Perché non la potete spiegare. Non ha motivo. E per questo fa più male.
Una ricerca recentissima, pubblicata nel 2025 sul Journal of Personality & Social Psychology, ha scoperto qualcosa di importante: le persone che si sentono sole tendono a sottostimare quanto i loro cari le amano davvero. È un bias negativo: pensiamo di essere meno amate di quanto siamo.
Ma la ricerca va oltre. Ha dimostrato che questa distorsione non è un errore di giudizio isolato — è un circolo vizioso. Quando mi sento sola, leggo il tuo comportamento con un filtro negativo. Ti vedo meno amorevole di quanto sei. E allora mi ritiro. E ritirandomi, creo la distanza che temevo. E la distanza conferma quello che pensavo: che non sono abbastanza amata.
Il dato più colpente: anche quando osservatori esterni valutavano il partner come supportivo e presente, le persone sole non lo vedevano. Come se la solitudine creasse un vetro distorcente tra noi e chi ci ama.
Cosa possiamo fare con questo vetro? Pulirlo. Non con lo sforzo di volontà, ma con l’attenzione. Una ricerca del 2024 ha trovato che la consapevolezza relazionale — prestare attenzione, davvero attenzione, alla relazione in cui siamo — riduce l’effetto della solitudine sulla fiducia e sull’impegno nella coppia. Non perché la relazione diventa perfetta, ma perché il nostro sguardo diventa più accurato. Vediamo quello che c’è, non solo quello che manca.
È esattamente quello che facciamo nella mindfulness interpersonale: allenarci a vedere quello che c’è. Non il fantasma di quello che vorremmo.
Non arrenderti troppo velocemente alla solitudine. Lascia che tagli in profondità, che fermenti e maturi, come pochi ingredienti, umani o divini, sanno fare.
Questi versi di Hafez, poeta persiano del XIV secolo, dicono qualcosa che la ricerca contemporanea sta confermando.
Esiste un altro tipo di solitudine ancora. Una solitudine che non è mancanza — è presenza. Non è povertà — è ricchezza. È la solitudine che cerchiamo quando meditiamo, quando ci ritiriamo, quando abbiamo bisogno di tornare a noi stesse.
Nella tradizione buddhista, la solitudine è parte essenziale della pratica. Cerchiamo la solitudine per conoscere la mente in profondità. Un articolo recente parla di mindful solitude — solitudine consapevole — e la definisce così: ‘La solitudine consapevole riformula l’essere soli non come assenza, ma come presenza.’ È un’analisi che integra la tradizione buddhista con la ricerca psicologica contemporanea, e mostra come la mindfulness faccia da mediatrice tra la solitudine e il benessere: non elimina il fatto di essere soli, ma trasforma come lo viviamo.
Questa è l’esperienza che facciamo nei ritiri di meditazione, quando il silenzio è un modo per ascoltarsi e ascoltare gli altri da una diversa prospettiva: quella della “solitudine leggera” — soli ma insieme.
Una ricerca dell’Oregon State University del 2024 aggiunge questa sfumatura: la solitudine fa più bene quando non è troppo intensa. Leggere in un caffè, camminare con le cuffie, sedersi in un parco, fare un ritiro — queste forme di solitudine ‘leggera’ rigenerano di più rispetto all’isolamento completo. Come se avessimo bisogno di essere sole, sì, ma con il mondo ancora lì, appena fuori dal cancello. Nel giardino dietro, ma con la porta aperta verso il davanti.
C’è un ricordo vecchio che ogni tanto mi compare. Qualche tempo prima che morisse ho accompagnato mia madre a letto e l’ho abbracciata forte. Un abbraccio lungo e silenzioso, come quelli che avrei voluto ricevere da lei quando ero bambina e avevo paura del buio.
In quell’abbraccio non ho abbracciato solo lei. Ho abbracciato anche me. E mi sono detta che perdersi è inevitabile. Che forse l’avevo già persa e che non potevo trattenerla. Che la vita scivola tra le dita come la sabbia della memoria perduta.
La solitudine che brucia di più è quella che proviamo quando non sappiamo stare insieme. Di quella che provo quando sono da sola non ho più paura.
Lunedì mattina alle 8 la pratica gratuita sarà dedicata a questo tema: unisciti alla nostra solitudine leggera. Pratica con noi, clicca qui per partecipare.
con grazia, grinta e gratitudine
Nicoletta
©Nicoletta Cinotti 2026
In un angolo del cortile, tra la schiuma di sapone,
alcune rose si sono piegate sotto il peso del loro profumo.
Nessuno ha sentito l’odore di queste rose.
Nessuna solitudine è piccola.
© Ghiannis Ritsos
Forse siamo diversamente curiosi. Ci sono persone molto curiose e altre meno. Tutti però abbiamo bisogno di conoscere e di conoscerci: senza questa possibilità la nostra vita è vuota, determinata dalle influenze esterne.
Ma quello che limita la nostra conoscenza personale non è solo la curiosità. L’effetto più profondo è dato dall’accettazione. Se non accettiamo quello che accade e quello che proviamo, lo teniamo fuori dalla porta. E tenendolo fuori, non potremo mai conoscerlo.
È vero per tutto: per le cose piacevoli come per quelle spiacevoli — anche se siamo ovviamente molto più restrittivi nei confronti delle seconde. Accadono, le etichettiamo come negative (anche se spiacevole non equivale a negativo, così come piacevole non equivale a positivo) e cerchiamo di non farle entrare, di non esplorarle, di non farle durare. Ci opponiamo alla vita, lottiamo contro la realtà perché quello che è accaduto non sia dentro la nostra esistenza. Una battaglia impossibile: è già successo. Rifiutarlo non lo cancella. Ci impedisce però di conoscerlo, di imparare, di cambiare. Perché se non impariamo, apriamo la porta alla ripetizione: quell’evento tornerà a ripresentarsi finché non avremo imparato a rispondere diversamente.
Accettare non significa dire che una situazione ci va bene. Significa esplorare quello che è accaduto per permetterci di imparare dall’esperienza.
La vera ragione per cui rifiutiamo di accettare è sempre la stessa vecchia ragione. Non è perché l’accaduto è spiacevole, e nemmeno perché non ce lo meritavamo. Non accettiamo perché abbiamo paura di scoprire una nostra misteriosa inadeguatezza. Una nostra misteriosa responsabilità. Ma non siamo inadeguati: siamo solo resistenti rispetto ai compiti che la vita ci assegna. E la vita, si sa, è come l’insegnante che non abbiamo amato a scuola: non sente ragioni.
Non accettare, non conoscere, predispone alla ripetizione. Perché la vita è scolastica e non permette di saltare esami.
Avete il diritto di accettare e rifiutare ma quando rifiutate non vi chiudete: rifiutate la situazione non rifiutate di imparare. Chogyam Trungpa
Pratica di mindfulness: Ascoltare profondamente
© Nicoletta Cinotti 2026 Il protocollo di Mindfulness interpersonale
Progetto finanziato con il contributo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR)
Programma Regionale Liguria 2021–2027 – Azione 1.2.3 “Supporto allo sviluppo di progetti di digitalizzazione nelle micro, piccole e medie imprese”.
CUP: G34E24003120005

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