se me ne sono andata non è perché
avevo smesso di amarti
me ne sono andata perché più
restavo meno
amavo me.
Rupi Kaur
se me ne sono andata non è perché
avevo smesso di amarti
me ne sono andata perché più
restavo meno
amavo me.
Rupi Kaur
La paura è una birbona: si nasconde dentro alle cose e, a volte, abbiamo tanta paura che non ce ne accorgiamo nemmeno.
Una storia zen
C’è una storia zen piuttosto divertente che lo racconta molto bene. C’era stato un terremoto e il Roshi del monastero (l’abate) aveva portato tutti i suoi monaci, impauriti, nella cucina del monastero perchè era il luogo più sicuro. Finite le scosse aveva voluto riprendere l’argomento, perché li aveva visti troppo preoccupati. Vedete, aveva detto, è stato il fatto che ero calmo che mi ha permesso di portarvi al sicuro. Anch’io ho avvertito un po’ di tensione, ma non ho perso la testa. Mi sono limitato a bere un bicchiere d’acqua. Uno dei monaci a quel punto lo guardò sorridendo. Perché sorridi, chiese il Roshi, perché – rispose il monaco – non hai bevuto un bicchiere d’acqua ma un bicchiere pieno di salsa di soia (che ha un sapore francamente terribile bevuto così). Quella birbona aveva fatto un bello scherzo al Roshi del monastero!
Inconsapevoli della paura
Non è insolito essere inconsapevoli di aver paura e non è insolito vedere la paura degli altri e non la propria. Raramente abbiamo un dato così obiettivo da offrire alla nostra paura. Raramente è così evidente che la paura ci ha fatto prendere lucciole per lanterne. Molto spesso, se qualcuno avanza questa ipotesi, la nostra risposta è l’incredulità.
Ai terremoti, rispondiamo tutti così. Solo che i nostri terremoti non sono – fortunatamente – terremoti tellurici. Sono terremoti emotivi e niente, più delle relazioni, può essere un’area sismica. Perché qualsiasi relazione ha bisogno di movimento e qualsiasi relazione è imprevedibile. A volte lasciamo qualcuno o proviamo antipatia per qualcuno proprio per la sua imprevedibilità: non reggiamo il terremoto che provoca in noi.
La strategia: smettere di scappare
Eppure, di fronte a quella birbona della paura, non c’è che una strategia. Fermarsi, smettere di scappare, e guardarla in faccia. Solo così smetterà di bullizzarci.
La paura è una grande ingannatrice. Quando crediamo alle bugie che dispensa, ci sottrae tempo, speranza e forza vitale. Brenda Shoshanna
Pratica di mindfulness: La cura per ogni cosa
© Nicoletta Cinotti 2026 Il protocollo di mindfulness interpersonale
Veniamo da una cultura dell’empatia. Un’empatia portata all’estremo che ci spinge a trovare la soluzione ai problemi prima ancora di aver davvero ascoltato qual è il problema che l’altro sta vivendo. Forse sarà capitato anche a te di aver bisogno di parlare con una persona del momento difficile che stai attraversando ed esserti trovato o trovata impacchettata in una soluzione non richiesta che ti ha fatto solo sentire più sola e incompresa. Succede perché chi ci ha ascoltato non ha retto il nostro dolore ma, soprattutto, non ha retto la sua impotenza di fronte al nostro dolore. Questo è l’effetto collaterale – amaro come una scorza di mandarino – dell’empatia. Un effetto che è duplice: da una parte se siamo molto empatici finiamo per sentire, magari amplificati, tutti i dolori degli altri. Dall’altra per difenderci da questo contagio emotivo, abbiamo bisogno di entrare nel ruolo del “soccorritore”, di quello che aiuta, conforta, sostiene e fa “la qualunque” pur di portarci via dal nostro dolore. Fa la qualunque meno l’unica cosa di cui avremmo davvero bisogno: essere ascoltati. Essere ascoltati e tenere le nostre parole vicine al cuore di chi ci ascolta. Condividere il silenzio che nasce dal dolore e non ricoprirlo con parole inutili. Onorare e offrire il dono prezioso del silenzio che condividiamo solo con le persone con le quali c’è davvero intimità. E non importa se le abbiamo appena conosciute o le conosciamo da una vita: l’intimità ha un suono. Un suono che potremmo chiamare “il silenzio che parla” perché dice più di mille parole.
Solo quando siamo davvero vicini ad una persona possiamo entrare in quel silenzio che non è né sordo né muto e che tutti noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare e la possibilità di riconoscere. Tutti noi lo desideriamo. Lo desideriamo più dell’aiuto concreto e spicciolo che, se necessario, sappiamo chiedere senza troppo affanno. Le soluzioni che ci vengono proposte spesso sono proprio quelle che ci rimproveriamo di non saper fare perché richiedono uno spostamento dell’asse interiore quasi impercettibile ma irrealizzabile. Altrimenti l’avremmo già fatto. La disperazione che ci spinge a parlare è il non essere riusciti a farlo e così spesso ci ritroviamo con il sovrapprezzo che un’altra persona ci dice ciò che non sappiamo fare!
L’empatia non sottrae solo il silenzio che nasce da un ascolto intimo. Ci sottrae il sorgere della tenerezza e della compassione verso di noi e verso l’altro. Ci sottrae la possibilità di sentire quali limiti sono necessari per noi, ci spinge a dare prestiti energetici che non potremmo permetterci. Ci porta ad una generosità che ha il prezzo dello sfinimento, della frustrazione e della stessa impotenza dalla quale tentiamo di sfuggire. E, in cambio, ci lascia un regalo: il senso di colpa per non essere riusciti nell’impresa che nessuno di noi può compiere: salvare una vita che non è la sua e che non ha chiesto di essere salvata ma solo di essere ascoltata. È una fine da super-eroi ma se vogliamo essere pienamente umani vogliamo qualcosa di diverso. Vogliamo lasciare che, nel silenzio, le parole dell’altro ci tocchino in profondità. Sentire dove si agganciano al nostro super-eroe, dove toccano il nostro personale dolore e consolarlo. Il nostro dolore, non quello altrui. Perché quando avremo consolato il nostro dolore anche quello altrui sarà sollevato e tutto il mondo avrà il peso di un dolore in meno. Tutto il mondo avrà la leggerezza della piuma
E guarda il mondo. E riposa
senz’altro impegno che aggiungere
la tua perfezione a un altro giorno.
Il tuo compito
è sollevare la tua vita,
giocare con lei, lanciarla
come voce alle nubi,
a riaffermare le luci
che ci hanno lasciato.Questo è il tuo destino: viverti.
Non devi fare nulla.
La tua opera sei tu, niente altro. Pedro Salinas da “La voce a te dovuta”Traduzione di Emma Scoles
Pratica di mindfulness: Verso la tenerezza
© Nicoletta Cinotti 2026 Il protocollo di mindfulness interpersonale
Le oche selvatiche volano per migliaia di chilometri
senza mappe, senza certezze,
con solo il battito d’ali di chi vola accanto.
Non si chiedono mai se meritano di volare.
Non dubitano del loro posto nel cielo.
Sanno solo questo:
chi è davanti rompe l’aria,
chi è dietro riposa nelle correnti create da altri.
E quando chi guida è stanco
scivola indietro. Qualcun altro prende il suo posto.
Nessuno vola da solo.
Nessuno porta il peso dell’intero cielo.
Tu che hai volato per quarant’anni
rompendo l’aria per tutti.
Tu che hai guidato stormi
senza mai chiedere di scivolare indietro.
Tu che hai dimenticato
che le ali degli altri possono sostenerti.
È tempo.
Lascia che il vento ti porti.
Lascia che lo stormo ti contenga.
Le oche selvatiche non hanno bisogno
di essere forti sempre.
Hanno bisogno di essere insieme.
Il tuo posto è già qui.
È sempre stato qui.
Ti stavamo aspettando.
© Nicoletta Cinotti
Mi appassionano le parole e le sfumature che portano con sé. Ci sono parole che sembrano simili ma non lo sono affatto.
Distacco e distanza sembrano simili eppure sono diversi. Nel distacco abbiamo tagliato fuori lo scambio emotivo con il mondo esterno. Nella distanza misuriamo quanto stare vicini e sperimentiamo le diverse sfumature della relazione in rapporto alla distanza che abbiamo dai nostri interlocutori. Ci sono momenti in cui la distanza è minima e momenti in cui abbiamo bisogno di una grande distanza e regolare la distanza spesso è un modo per regolare l’intensità emotiva e l’intimità. Nel distacco invece ci allontaniamo e basta, anche se rimaniamo vicini non siamo più sensibili all’aspetto emotivo della relazione. Ce ne siamo andati anche se siamo uno accanto all’altro.
Tra distacco e distanza c’è la stessa differenza che c’è tra guarire e venire curati. Avere una malattia non sempre significa guarire, sempre chiede di venir curati. A volte lo chiediamo a noi stessi. Altre volte lo chiediamo agli altri perché la nostra cura, da sola, non basta. Ma nel venir curati la distanza non è mai distacco. La cura presuppone un’attenzione e una qualità di affetto anche se avviene nel rapporto medico-paziente. Ci sono medici che curano proprio con il loro atteggiamento prima ancora che con le medicine. E altri che non curano – anche se hanno una competenza eccezionale – proprio perché mancano della qualità di affetto della cura. In entrambi i casi il risultato può essere guarire (e potremmo anche pensare che questa è l’unica cosa che conta) ma se ci siamo sentiti curati quella guarigione avrà un vantaggio in più. Ci avrà insegnato a rapportarci in modo diverso alla nostra malattia, alla nostra invalidità. L’avremo guardata con una qualità di affetto tenendola presente in modo diverso. Perché guarire è affrontare le cose così come sono.
Può essere possibile o meno curarci per una certa malattia o invalidità; ma è sempre possibile guarire. Guarire, in questo senso, significa rapportarci in modo diverso alla nostra malattia, alla nostra invalidità, perfino alla nostra morte, imparando a guardarla con gli occhi della totalità. Guarire è affrontare le cose così come sono. Jon Kabat Zinn
Pratica di mindfulness: La consapevolezza del respiro
© Nicoletta Cinotti 2026 Il protocollo di Mindfulness interpersonale
Molto di quello che diciamo ha il fine principale di alleviare lo stress. Riveliamo ai nostri colleghi aspetti intimi di noi per poter sentire sollievo. Raccontiamo aspetti della nostra vita per alleggerire i pesi che portiamo. Oppure, viceversa, se scegliamo la strada del silenzio, spesso la sentiamo come se fosse un macigno posto all’entrata della nostra vita. Un macigno che oscura la prospettiva e la visuale.
Perché parlare, malgrado la sua natura insostanziale, comunque ci offre uno spiraglio di libertà. Questo è vero anche per gli altri: la maggior parte delle cose che ascoltiamo ci vengono dette nel tentativo di alleggerire lo stress che l’altra persona sta vivendo. Il problema è che le parole dette per alleviare lo stress sono, molto spesso, parole che producono altro stress. Proprio come tutte le azioni che facciamo per scaricare lo stress che finiscono per aggiungere problemi su problemi. Perché per scaricare dobbiamo diventare reattivi e la nostra reattività alimenta lo stress, anche se, sul momento, può farci provare un senso di maggiore leggerezza.
Lo stress non si cura con parole reattive: non si cura con il biasimo, con la disapprovazione, con la rabbia. Quando lo stress che ci opprime si alleggerisce le parole che emergono sono parole fresche, nuove, fuori dai binari dell’abitudine. La differenza tra le parole reattive e le parole non reattive sta nell’identificazione. Quando siamo reattivi tra noi e lo stress che viviamo non c’è distanza: siamo totalmente identificati con la tensione che proviamo e quello che esprimiamo – attraverso i gesti e attraverso le parole – racconta quella identificazione. Siamo come il pesce impigliato nella rete che, nel vano tentativo di liberarsi, si avvolge sempre di più in quello che lo trattiene.
Per uscire dallo stress abbiamo bisogno di uscire dalla identificazione, abbiamo bisogno di quello spazio che ci offre la consapevolezza: uno spazio in cui possiamo guardare con un po’ di distanza quello che ci affligge. È questo il miracolo che porta nella nostra vita la pratica di mindfulness. Porta la capacità di coltivare una distanza che non è distacco ma possibilità di vedere le cose e sentirne l’energia senza essere totalmente identificati con quello che viviamo. Perché siamo molto di più dei nostri problemi e in noi ci sono molti più aspetti che funzionano che aspetti che non funzionano. La differenza tra distacco e distanza è fondamentale. Nel distacco non siamo più in grado di provare empatia nei nostri confronti: possiamo andare oltre la nostra soglia di tolleranza senza percepire nessun pericolo. Nella distanza vediamo quello che sta succedendo ma lo guardiamo con gli occhi del cuore. E allora possiamo anche parlarne con le parole del cuore: parole che non feriscono perché contengono tenerezza per la nostra vita.
La mente non è mai totalmente contaminata dalla nevrosi. La bontà delle cose è sempre presente. Afferratela al volo. Sintonizzatevi sul senso di gioia che deriva dal fondamentale stato di vigile presenza. Chogyam Trungpa
Pratica di Mindfulness: Addolcire, confortarsi, aprire
© Nicoletta Cinotti 2026 Il protocollo di Mindfulness interpersonale
Progetto finanziato con il contributo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR)
Programma Regionale Liguria 2021–2027 – Azione 1.2.3 “Supporto allo sviluppo di progetti di digitalizzazione nelle micro, piccole e medie imprese”.
CUP: G34E24003120005

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