Ormai, con l’8 dicembre, non possiamo più ingannarci: siamo nel pieno della stagione di Natale con tutto ciò che questo comporta.
Non è un caso che siamo saldamente divisi in grinch e fanatici. Perché è così: o si ama — e non si resiste nemmeno al cappellino con le orecchie da alce — o si odia per tutto quello che porta con sé di passato, presente e futuro. (Non ti rivelerò la categoria a cui appartengo.)
Ma quest’anno, sono contenta, ho trovato anche la molecola che rappresenta bene il Natale sia per chi lo ama che per chi lo odia: la dopamina.
Ma cos’è la dopamina?
La dopamina non è la molecola del piacere — è la molecola del desiderio. La molecola della letterina di Natale.
Contrariamente al mito popolare, la dopamina non genera godimento. Genera wanting: quella spinta che ci orienta verso qualcosa che non abbiamo ancora, che rende certi stimoli attraenti, magnetici, urgenti.
Il piacere vero — quel momento di appagamento quando finalmente assapori il cioccolato o ti immergi nell’abbraccio — è mediato da altri sistemi, principalmente oppioidi endogeni e ossitocina, in aree cerebrali molto più piccole e fragili.
Questa distinzione ha implicazioni enormi. È ottenere qualcosa di nuovo che attiva la dopamina. Il possesso non la interessa; l’anticipazione sì. Capisci bene perché non può che essere la molecola del Natale.
Il wanting (desiderare) è mediato da reti dopaminergiche robuste e distribuite; il liking (assaporare) da sistemi molto più fragili e circoscritti. Questo squilibrio spiega perché è così facile volere senza godere, desiderare senza essere soddisfatti.
Wanting vs Liking: la scoperta che cambia tutto
Negli anni ’90, due neuroscienziati dell’Università del Michigan — Kent Berridge e Terry Robinson — fecero un esperimento che avrebbe rivoluzionato la nostra comprensione del cervello.
Somministrarono a dei ratti una sostanza che bloccava completamente la dopamina. Secondo la teoria dominante, quei ratti avrebbero dovuto smettere di provare piacere. Invece, quando veniva messo del cibo dolce direttamente nella loro bocca, mostravano ancora le tipiche espressioni di godimento — la stessa “faccia felice” dei ratti normali.
Quello che non facevano più era cercare il cibo. Non lo desideravano. Non si muovevano per ottenerlo.
Ecco perché possiamo volere qualcosa senza goderla. Ecco perché lo scroll infinito sui social ci cattura anche quando non ci dà alcun piacere reale. Ecco perché l’anticipazione di una vacanza spesso è più eccitante della vacanza stessa.
La dopamina non si interessa a ciò che hai. Si interessa a ciò che potresti avere. È la molecola del “non ancora”, del “forse”, del “cosa c’è dopo”.
Nel mio libro Gratitudine e cambiamento chiamo questo sistema la “wanting mind” — la mente desiderante che ci tiene orientati verso ciò che manca, ciò che potremmo avere, ciò che non è ancora. È un retaggio evolutivo prezioso: ci ha tenuti vivi come specie. Ma quando diventa l’unica modalità operativa, ci condanna a una perpetua insoddisfazione.
Insoddisfazione e distrazione si tengono per mano
Quando siamo insoddisfatti iniziamo a cercare soddisfazione in qualcosa di nuovo. Ma potremmo fare esattamente l’opposto: cercare soddisfazione andando in profondità, assaporando quello che già abbiamo, spostando deliberatamente l’attenzione da quello che manca a quello che c’è.
Esercizio: Mettere l’intenzione di crescita
Prova a domandarti in quali aspetti della tua vita sei soddisfatto o soddisfatta del risultato ottenuto. Non cadere nella trappola pressappochista: distingui con chiarezza ogni aspetto in cui provi soddisfazione.
Guarda la lista per qualche minuto dopo che l’hai completata. Dopo averla osservata con attenzione, metti a fuoco in quale direzione vorresti crescere. Considera l’intenzione come una direzione, non come un obiettivo. Se possibile, scrivila sotto forma di passi più piccoli, tappe verso qualcosa di più grande.
Dopo aver definito la tua intenzione, scrivila alla fine di un quaderno che raccoglierà spunti e riflessioni — perché i conti si tirano alla fine e non bisogna essere frettolosi nel valutare i risultati. Il seme ha bisogno di una stagione per germogliare e di un’altra per diventare frutto.
(Questo esercizio è tratto dal libro Gratitudine e cambiamento)
Una cultura tutta dopaminergica
Se la dopamina è la molecola del desiderio futuro, allora viviamo nell’epoca d’oro della stimolazione dopaminergica.
Ogni notifica, ogni like, ogni nuovo contenuto è progettato per attivare quel circuito. Non è un caso che le app più “coinvolgenti” siano quelle che offrono ricompense variabili e imprevedibili: è lo stesso meccanismo delle slot machine, e attiva la dopamina molto più di una ricompensa certa.
Il risultato? I nostri circuiti del wanting sono costantemente sovrastimolati. Quelli del liking — quelli che ci permettono di essere presenti, di assaporare, di dire “questo è abbastanza” — rimpiccioliscono per mancanza d’uso.
La nostra “wandering mind” — la mente che vaga — è neurobiologicamente predisposta a cercare novità e questo ci orienta naturalmente verso uno stato di allerta costante, utile per la sopravvivenza ma incompatibile con la serenità.
Ma allora siamo tutti malati di dopamina?
Come nota la neurologa Rachel Fargason: “Il cervello è neuroplastico. Più ci impegniamo in attività che richiedono attenzione sostenuta, più costruiamo quella parte del cervello. E più facciamo cose con tempi di attenzione brevi, più quelle reti vengono potate.”
Stiamo letteralmente ricablando i nostri cervelli per l’impazienza. E non è una buona notizia.
Più la nostra attenzione vaga in cerca di qualcosa, più la nostra ansia sale — un duetto tra disattenzione e ansia che ci mette in condizione di stare sempre sulle montagne russe. A questo va aggiunto che oggi siamo più in grado di diagnosticare disturbi specifici dell’attenzione come l’ADHD, e questo potrebbe farci pensare che siamo tutti un po’ ADHD (come pensiamo di essere tutti traumatizzati, in relazioni tossiche, depressi o autistici), estendendo troppo i criteri di una precisa definizione diagnostica.
Poche parole per definire un vasto territorio
Stiamo finalmente riconoscendo un disturbo reale che per decenni è stato misconosciuto. L’ADHD ha basi neurobiologiche solide — un’ereditabilità del 75-90%, differenze strutturali cerebrali documentabili, alterazioni nei sistemi dopaminergici. Non è pigrizia, non è cattiva educazione, non è mancanza di volontà. Per le persone che ce l’hanno davvero, il riconoscimento può essere liberatorio.
Ma c’è indubbiamente anche un’inflazione diagnostica. I criteri si sono allargati, la pressione sociale per la performance è aumentata, e c’è una tendenza a medicalizzare variazioni normali del temperamento.
Di fatto stiamo creando un ambiente che produce sintomi ADHD-simili anche in persone che non hanno il disturbo.
Un bambino esposto a stimolazione digitale costante sviluppa un cervello che si aspetta novità continua. La tolleranza alla noia diminuisce. L’attenzione sostenuta diventa scomoda. E quando quel bambino viene messo in una classe dove deve stare seduto e ascoltare per ore, mostra tutti i segni dell’ADHD anche se il suo cervello, strutturalmente, è perfettamente tipico.
Questo significa che spesso c’è una sovradiagnosi di ADHD nei bambini e una sottodiagnosi negli adulti. Io lavoro con gli adulti, e saper distinguere tra un disturbo d’ansia generalizzato e un ADHD mai diagnosticato è davvero importante.
L’ADHD raramente viaggia da solo. Circa metà delle persone con ADHD ha anche un disturbo d’ansia. Il 20% ha anche un disturbo bipolare. E i sintomi si sovrappongono in modi che rendono la diagnosi differenziale un esercizio di precisione quasi chirurgica.
Le distinzioni che funzionano
ADHD vs Ansia
| ADHD | Ansia | |
|---|---|---|
| Disattenzione | La mente vaga senza meta | Iperfocalizzata sulla minaccia |
| Irrequietezza | “Vuota”, motoria | Accompagnata da preoccupazione |
| Decorso | Cronico, dall’infanzia | Spesso episodico o situazionale |
| Impulsività | Caratteristica centrale | Assente o secondaria |
| Risposta al riposo | Persiste | Spesso migliora |
Ansia primaria vs secondaria
- Secondaria: “Sono ansioso perché non riesco mai a finire nulla”
- Primaria: “Non riesco a finire nulla perché sono ansioso”
La distinzione conta: trattare l’ADHD sottostante può risolvere l’ansia secondaria.
ADHD vs Bipolare — la chiave
- ADHD: sintomi costanti, stabili
- Bipolare: episodi alternanti, umore che fluttua drasticamente
- Il sonno: nell’ADHD la privazione causa disagio; nella mania no
Il caso delle donne
- Sintomi più internalizzati, meno dirompenti
- Spesso diagnosticate come ansiose o depresse per anni
- L’ADHD viene scoperto solo quando un figlio riceve la diagnosi
Cosa possiamo fare — al di là della diagnosi
Se sospetti di avere l’ADHD
Prima di correre a cercare una diagnosi, fermati a riflettere:
Sulla cronicità: Questi problemi c’erano già prima dei 12 anni? Qualcuno li notava quando eri bambino? Sono sempre stati presenti o sono comparsi in un momento specifico?
Sulla pervasività: I problemi si manifestano in almeno due contesti diversi: lavoro E casa, oppure studio E relazioni? Migliorano significativamente in vacanza o quando sei rilassato?
Sul contenuto mentale: Quando perdi il filo, la tua mente sta vagando senza meta o sta rimuginando su qualcosa di specifico?
Se i problemi sono comparsi in età adulta, migliorano con il riposo, o sono accompagnati da ruminazione ansiosa, probabilmente non è ADHD primario.
Un dato da tenere a mente: gli strumenti di screening sovrastimano l’ADHD di 7-10 volte. Uno screening positivo NON è una diagnosi — è solo un’indicazione che vale la pena approfondire con un clinico esperto.
Se hai già una diagnosi
La buona notizia è che l’ADHD è uno dei disturbi psichiatrici più trattabili.
I farmaci funzionano per circa il 70% delle persone, e contrariamente a quanto si pensa, spesso riducono l’ansia invece di aumentarla — perché quando riesci finalmente a funzionare, l’ansia secondaria si dissolve.
Ma i farmaci non sono l’unica opzione. La terapia cognitivo-comportamentale adattata per l’ADHD produce miglioramenti robusti in 12-15 sessioni, e — dato interessante — i benefici continuano a crescere nel tempo anche dopo la fine del trattamento.
Non è “farmaco O terapia”. Per molte persone, è “farmaco E terapia” — il farmaco stabilizza i sintomi, la terapia costruisce le competenze.
Per tutti noi
E qui torniamo alla dopamina.
Che tu abbia o meno l’ADHD, viviamo tutti in un ambiente che sovrastimola il wanting e atrofizza il liking. Siamo tutti un po’ più distratti, un po’ più impazienti, un po’ meno capaci di stare nel presente di quanto fossimo vent’anni fa.
La gratitudine, come esploro in Gratitudine e cambiamento, non è pensiero positivo superficiale. È una pratica che letteralmente reindirizza l’attenzione da ciò che manca a ciò che è presente — spostando l’equilibrio dal wanting al liking, dal desiderio insoddisfatto all’apprezzamento del momento. Lo stesso vale per la capacità di soffermarsi sui glimmer.
Robert Emmons, pioniere della ricerca sulla gratitudine, ha documentato benefici sulla salute fisica, sul sonno, sulle relazioni, sulla resilienza. Non è magia: è neuroplasticità intenzionale. Quando pratichiamo gratitudine — anche solo annotando due volte a settimana ciò per cui siamo grati — stiamo allenando il cervello a notare ciò che c’è invece di inseguire ciò che manca.
La mindfulness — e lo dico da terapeuta che la pratica e la insegna da anni — non è una cura per l’ADHD. Sarebbe ingenuo e potenzialmente dannoso sostenerlo. Ma è qualcosa di diverso: una pratica che può aiutarci a rinforzare quei circuiti del liking che il nostro ambiente tende a indebolire. Ogni volta che ci fermiamo, che notiamo il respiro, che assaporiamo un momento invece di correre al prossimo, stiamo facendo un piccolo atto di resistenza neurobiologica.
Una riflessione finale
La domanda che mi porto dietro da questa ricerca è semplice e scomoda:
Quanto di ciò che chiamiamo patologia individuale è in realtà una risposta comprensibile a un ambiente patologico?
Non ho una risposta definitiva. Ma so che la domanda merita di essere tenuta aperta — sia quando valutiamo i nostri pazienti, sia quando valutiamo noi stessi.
L’ADHD esiste ed è reale. L’ansia esiste ed è reale. E anche il mondo in cui viviamo è reale — un mondo che ci vuole sempre altrove, sempre in cerca del prossimo stimolo, sempre insoddisfatti di ciò che abbiamo.
La sfida clinica è distinguere tra queste cose. La sfida umana è più ampia: imparare a coltivare presenza in un mondo progettato per impedircelo.
Cambiare la prospettiva da cui guardiamo alla nostra vita cambia il significato stesso delle difficoltà che ci troviamo ad affrontare. Forse è da qui che possiamo ricominciare.
© Nicoletta Cinotti 2025
4 libri per approfondire
- Nicoletta Cinotti, Mindfulness ed emozioni, Gribaudo editore
- Nicoletta Cinotti, Gratitudine e cambiamento, Gribaudo editore
- Michael E. Long, Il potere segreto della dopamina, DeAgostini editore
- Daniel Z. Lieberman, Michael E. Long, Dopamina. la chimica dei desideri,DeAgostini editore
Un percorso per diventare amici dell’incertezza
