Siamo cresciuti a pane e paragoni. Ci insegnano a confrontarci con lo studente migliore, il fratello più bravo, il collega di successo. E anche quando nessuno ce lo chiede, lo facciamo da soli: non riusciamo a guardare ciò che abbiamo e ciò che ci manca senza tirare in ballo qualcun altro. Veniamo paragonati per essere spronati, per imparare la competizione. A volte il paragone diventa “non è giusto che lui sì e io no” – una motivazione potente per spingerci oltre i nostri limiti.
Capita che il paragone arrivi proprio quando siamo immersi nel dolore. Per consolarci, ci viene posto davanti un dolore più grande del nostro, come se esistessero dolori di serie A e dolori di serie B. Il paragone non ci lascia mai indifferenti. Coltiva invidia, competizione spietata e, nel migliore dei casi, un fastidio che resta nel tempo – quando lo fanno gli altri a noi, ma anche quando lo facciamo noi a noi stessi.
Quello che non vediamo è che paragonare ci toglie la possibilità di provare compassione, di comprendere davvero una persona e la sua esperienza. Quello che proviamo è sempre filtrato dalla pietra di paragone. Se è inevitabile confrontare, possiamo però scegliere di non farlo con noi stessi. Di non farlo dentro di noi.
Perché alla fine il vero fallimento sarà non essere stati chi siamo. Io aggiungo questo: tornare a essere chi siamo significa guarire. Forse è la migliore definizione di guarigione che conosco. Significa che ci siamo perdonati per non essere stati al nostro posto e che abbiamo tutta l’intenzione di occuparlo adesso.
Soltanto prendendo rischi, un’ora dopo l’altra, siamo davvero vivi. William James
Pratica di mindfulness: Self compassion breathing
© Nicoletta Cinotti 2025 Il protocollo MBSR Online
LO STORMO DELLA GIOIA
LA PRATICA
Questo Natale, regàlati il permesso.
