Il cuore della presenza consapevole
Immagina di essere sospeso tra le mani dei tuoi genitori, con ai piedi un paio di scarpe lucide troppo strette che ti fanno male, ma che non vuoi assolutamente togliere. O di trovarti in un letto d’ospedale, in attesa di un intervento alla testa, con la voce del dubbio che sussurra: “Avrò fatto la scelta giusta?”. Questi non sono solo aneddoti personali – sono porte d’accesso alla comprensione di una delle qualità più profonde e sfuggenti della mente umana: l’equanimità.
“Uno spazioso silenzio della mente, una calma splendente che ci permette di essere pienamente presenti,” così Sharon Salzberg descrive l’equanimità. Non è indifferenza – con cui viene spesso confusa – ma una presenza pienamente consapevole e compassionevole che accoglie tutto ciò che emerge nell’esperienza, senza aggrapparsi né respingere.
Il culmine del percorso spirituale
L’equanimità rappresenta il culmine del percorso spirituale buddhista, l’ultima delle dieci Paramita (perfezioni) e uno dei quattro Brahma Vihara (le dimore celesti) insieme alla gentilezza amorevole, alla compassione e alla gioia compartecipe. È il punto d’equilibrio che lega insieme tutte queste qualità, impedendo loro di cadere nell’eccesso. Ecco perché il percorso dei Brahma Vihara, come presentato nel ritiro “Dalla mindfulness alla heartfulness” non potrebbe avere equilibrio senza questa qualità
Ma come si manifesta questa qualità nella vita quotidiana? Il segreto sta nell’apparente paradosso della “non-azione“: la capacità di rimanere presenti e stabili anche quando tutto attorno a noi è in tempesta. Non è passività – chiunque pratichi meditazione sa quanta energia richieda l’immobilità consapevole – ma un coinvolgimento profondo che non aggiunge né sottrae nulla alla pienezza del momento.

Tra preferenze e flessibilità: la sfida psicologica
La psicologia ci offre uno sguardo complementare: formiamo la nostra identità attraverso preferenze specifiche (come il bambino che vuole esattamente quelle scarpe), ma la vera maturità sta nel rimanere centrati anche quando quelle preferenze non possono essere soddisfatte. L’equanimità diventa allora “essere flessibili e stabili anche in situazioni non desiderabili” – la capacità di distinguere tra forza e rigidità.
Questa qualità è particolarmente preziosa nei momenti di sofferenza. Quando il dolore ci colpisce, tendiamo a identificarci completamente con esso, pensando che potremo riprendere a vivere solo dopo averlo risolto. L’equanimità ci invita invece a “guardare il proprio dolore, piuttosto che vedere il mondo attraverso di esso”. Non nega il dolore – che è inevitabile nell’esperienza umana – ma ci insegna ad affrontarlo diversamente, facendogli spazio senza lasciare che definisca la nostra intera esistenza.
L’impazienza: il grande ostacolo
Uno dei maggiori ostacoli è l’impazienza, quella fretta che spesso maschera un’intolleranza per la realtà così com’è. Sotto questo impulso a intervenire, controllare e sistemare si nasconde spesso la sfiducia – nel processo naturale della vita, nelle persone che amiamo, in noi stessi. L’equanimità ci offre un dono semplice quanto rivoluzionario: il permesso di aspettare, di “affrettarsi piano”, come suggerisce con ironia Corrado Pensa.
Quando il Dalai Lama fu interrogato riguardo al suo atteggiamento verso i cinesi che avevano perseguitato il suo popolo, rispose: “Ci hanno preso tutto, dovrei permettere che mi prendano anche la mente?” Ecco l’essenza dell’equanimità: non permettere che ciò che toglie pace alla tua vita invada anche i tuoi pensieri.

Il cammino a tre stadi
Il cammino verso questa qualità passa attraverso tre stadi: aprirsi alla fiducia, osservare gentilmente la propria reattività, e infine praticare l’equanimità stessa. Non significa essere indifferenti – il “nemico lontano” dell’equanimità – né cedere all’avversione – il suo “nemico vicino”. Significa piuttosto essere presenti con affetto, in quella dimensione di completezza in cui, come dice Jon Kabat-Zinn, “né si cerca né si afferra né si respinge alcunché”.
Come la montagna che resta impassibile mentre tempeste, nuvole e stagioni si alternano intorno ad essa, l’equanimità ci offre un nucleo di stabilità in mezzo al flusso costante del cambiamento. Non è una qualità facile da raggiungere – richiede pratica, pazienza e la disponibilità a lasciar andare – ma rappresenta forse la più alta espressione della libertà interiore: la scelta consapevole di abbandonarsi allo svolgersi del momento presente, con un cuore aperto e una mente calma e luminosa.
Pratica guidata: Coltivare l’equanimità nel quotidiano
Ecco una pratica semplice ma potente per sviluppare l’equanimità nella vita di tutti i giorni:
Durata: 15-20 minuti
Preparazione: Trova una posizione comoda, seduta o distesa. Concediti alcuni respiri profondi per stabilizzare l’attenzione.
Fase 1: Presenza radicata (5 minuti)
- Porta l’attenzione al contatto del corpo con il supporto (sedia, cuscino, pavimento)
- Nota le sensazioni fisiche di stabilità e sostegno
- Visualizza di essere come una montagna: solida, radicata, immobile nonostante i cambiamenti intorno
Fase 2: Esplorare le preferenze (5 minuti)
- Osserva nella mente una situazione recente in cui hai avuto una forte preferenza per come le cose dovevano andare
- Nota le sensazioni fisiche che emergono ricordando questa situazione
- Osserva i pensieri che accompagnano queste sensazioni (“Doveva andare così”, “Non è giusto”)
- Riconosci con gentilezza questa tendenza naturale a preferire certe esperienze rispetto ad altre
Fase 3: Aprirsi all’equilibrio (5 minuti)
- Con ogni inspirazione, immagina di accogliere la situazione esattamente com’è
- Con ogni espirazione, lascia andare la tensione del voler controllare l’esito
- Ripeti mentalmente: “Posso essere presente con questo, qualunque cosa sia”
- Se emergono resistenza o desiderio, notali con gentilezza senza giudicarti
Fase 4: Estendere l’equanimità (3-5 minuti)
- Espandi la consapevolezza oltre te stesso, immaginando altre persone che affrontano situazioni simili
- Riconosci che tutti attraversano momenti di desiderio e avversione
- Visualizza un senso di spaziosità che abbraccia tutte queste esperienze
- Concludi con la frase: “Che io possa mantenere l’equilibrio in mezzo ai cambiamenti della vita”
Integrazione: Durante la giornata, quando noti forti preferenze o avversioni emergere, fermati per un momento. Fai un respiro profondo e ricorda la sensazione di spaziosità e equilibrio che hai coltivato nella pratica. Ripeti silenziosamente: “Posso essere presente con questo, qualunque cosa sia”.
Con la pratica costante, questa qualità di equanimità inizierà gradualmente a permeare più aspetti della tua vita, offrendo un rifugio interiore di stabilità anche nei momenti più turbolenti.
© Nicoletta Cinotti 2025






L’ansia e la fiducia

A questi due modi di pensare corrispondono due forme di “memoria di lavoro” dove le informazioni possono essere temporaneamente conservate ed elaborate. La memoria di lavoro implicativa è più antica in termini di sviluppo evolutivo e, cosa importante, ha un input relativamente diretto dai sistemi sensoriali, in particolare quelli provenienti dal corpo. È una memoria procedurale che si basa sull’esperienza e sulle sensazioni fisiche. La memoria di lavoro proposizionale è più recente, è legata all’apprendimento del linguaggio in termini di sviluppo evolutivo ed è distante dalle informazioni sensoriali, ricevendo informazioni dai sensi solo dopo che queste sono state pre-elaborate.
