Questo articolo è dedicato a tutti i bambini saggi, a tutti i bambini dotati, a tutti i bambini che non davano mai problemi. Con l’augurio che possano smettere di essere accondiscendenti
Per tutta la mia infanzia sono stata punita per non essere accondiscendente. Serravo i denti – lo faccio ancora – non per trattenere la rabbia ma per paura di dire la cosa ‘sbagliata’, quella che ai miei genitori non andava bene. Oggi, paradossalmente, lavoro con persone che hanno il problema opposto: sono state premiate per essere troppo accondiscendenti, e ora non sanno più chi sono. Mi sorprendo di quante persone sono state picchiate dai genitori e non hanno ribellione o rabbia per questo evento. Mi fanno domandare se io sono stata troppo ribelle, se hanno avuto ragione loro o se io mi sono salvata facendo così. la risposta? Non lo so esattamente ma l’impressione è che siamo sulla stessa barca. E anch’io ho pagato un prezzo alto, altissimo: il prezzo dell’estraniamento familiare. Sono caduta dal nido e ci sono risalita solo quando avevano bisogno di me per età, malattia e solitudine. Sia gli accondiscendenti che i ribelli come me cercano la stessa cosa: cercano di non perdere connessione. Io ho accettato di perderla per molto tempo perchè nessuno mi aveva insegnato a essere gentile nel mettere confini, ad avere grinta senza ferire. L’ho imparato troppo tardi e quando vedo altri che cercano come danzare sul confine non posso che provare un’enorme solidarietà. È un ballo difficile da fare perché la musica può cambiare da un momento all’altro il suo ritmo.
Qualche esempio
Marta è orgogliosa di suo figlio, che la capisce così bene come nessun altro e che sa sempre strapparle un sorriso anche nei momenti più difficili. Cosa posso dirle di fronte alla sua soddisfazione? Cosa succederebbe se le dicessi che sta facendo fare a suo figlio un lavoro che non gli compete? Che i bambini non nascono per curare i genitori e i loro rapporti?
Giovanni invece adora la sua bambina che chiama “la mia piccola principessa” perché non dà mai problemi e sta bene dovunque la porti, nei loro lunghi week end da padre single. Non pensa che lasciar dormire sua figlia sui divanetti di un pub perché lui sta giocando a biliardo con i suoi amici non è una buona idea e che la sua ex non ha tutti i torti a non fidarsi del suo stile genitoriale. Chiara invece, per quanto sia alta come “un soldo di cacio” riesce subito a capire se qualcuno nella stanza sta male e offre la sua cura affettuosa. Diventerà psicologa ma il problema è che ha cominciato a farlo gratis e prima del tempo
Sono i figli che tutti vorremmo avere? Spero proprio di no! Sono bambini che hanno imparato troppo presto uno strumento adattativo potente che, nel tempo, li ha portati sempre più lontani da loro, sempre più incapaci di capire che cosa vogliono davvero e sempre più lontani dai loro veri bisogni.
Le radici dell’accondiscendenza relazionale
L’accondiscendenza, quel modo di dire sempre sì, di adattarsi costantemente ai bisogni altrui sacrificando i propri, spesso nasce da un bisogno profondo di appartenenza e dalla paura dell’abbandono. È come se internamente operasse un’equazione emotiva: “Se non accontento l’altro, non sarò amato/a”. Questa dinamica può radicarsi nelle prime esperienze di attaccamento, quando abbiamo imparato che per ricevere amore e attenzione dovevamo modulare i nostri bisogni in funzione di quelli dei nostri caregiver.
L’accondiscendenza diventa uno stile di relazione, una specie di tango in cui uno funziona troppo mentre l’altra persona funziona troppo poco e accetta di essere guidata, passo passo. A volte è anche un modo per gestire l’ansia familiare e “tenere la barca piana”. Chi è accondiscende assorbe l’ansia in circolazione e dicendo di sì quando vorrebbe dire di no mantiene il precario equilibrio familiare. Ma siamo sicuri che questo sia anche il modo migliore per navigare?
L’accondiscendenza non nasce oggi
Forse potresti pensare che sia un disturbo recente ma in realtà non è così. Ne ha parlato Sandor Ferenczi, facendo riferimento a quei bambini che diventano saggi troppo presto, sviluppando una sensibilità estrema ai bisogni dell’adulto. Sono bambini che si identificano con l’aggressore, adulti che sono stati picchiati e che commentano le percosse ricevute con ” me le meritavo”. No, vorrei dirgli, nessun bambino o bambina si merita di essere picchiata e magari solo perchè i genitori sono nervosi. Sono bambini e bambine che perdono la capacità di rispondere a domande semplici come “di che cosa ho bisogno?”, “Cosa desidero davvero”. Un mio paziente mi guarda sconsolato quando mi ripete, come in un ritornello “Non so cosa mi piace, cosa voglio, cosa desidero”. Le braccia che cadono vuote lungo il corpo e la richiesta che io gli dica cosa sarebbe meglio per lui
Accondiscendenza e identità di genere
L’approccio mindful alle aspettative di genere
Metta e accondiscendenza: antidoto o rinforzo?
E qui viene il difficile.Questa è una domanda profonda e provocatoria che tocca un paradosso centrale nella pratica contemplativa. La risposta non è semplice: Metta può essere sia medicina che veleno, dipende da “come” viene praticata e compresa.
Il potenziale terapeutico di metta
Con la pratica di Metta Sharon Salzberg fece una rivoluzione: partire da sé stessi non era nella tradizione ma lei aveva capito quanto fosse necessario. O meglio quanto fosse necessario l’inclusione di sé come rivoluzione.
Per chi tende all’accondiscendenza, il momento rivoluzionario di metta è quando si inizia da se stessi:
– “Che io possa essere felice”
– “Che io possa essere al sicuro”
– “Che io possa essere in pace”
Per il “bambino terapeuta” abituato a mettere sempre gli altri al primo posto, questo è sovversivo. Come nota Sharon Salzberg, molti occidentali trovano più facile inviare metta al proprio cane che a sé stessi. per me metta era un modo per dire, “Ti voglio tantissimo bene anche se non accetto ricatti e manipolazioni. Se questo bene non possiamo darcelo da vicini, te lo mando da lontano ma non lo tengo a ristagnare dentro di me”
L’equanimità come correttivo
Metta autentica include mudita (gioia compartecipe) e soprattutto upekkha (equanimità). L’equanimità è stata fondamentale per stare ferma quando avvicinarmi sarebbe stato solo dolore e tensione. È stato il mio antidoto all’accondiscendenza: non reagivo ma non mi avvicinavo troppo perché sapevo che sareui caduta nella rete. Upekkha non è indifferenza ma “vicinanza senza attaccamento”. È stata la consapevolezza che non potevo renderli felici alle loro condizioni perchè tradivano me stessa. È stato un modo, scivoloso, umido difficile, di comprendere che la lro felicità non era una mia responsabilità.
Questa è profondamente diversa dall’accondiscendenza che dice: “Devo renderti felice.” È grazia, la grazia di non dimenticare mai quanto ti voglio bene, e grinta, la grinta di non accettare qualsiasi condizione per non perdere la connessione. Potrei fare di meglio?In teoria sì, in pratica no, non riesco a fare di meglio, di più o diverso. Sono quella che sono però non evito di guardarmi allo specchio e so quali sono i miei limiti. E quello che vedo nello specchio è una donna che mette confini con le mani che tremano, che dice no con la voce ferma e il cuore che batte forte, che continua a danzare per essere vera malgrado la paura di rimanere antipatica. Perché alla fine, il vero passo doble non è tra gentilezza e grinta, ma tra la paura e l’autenticità. Non sono “io buona” e “tu cattivo”. Siamo entrambi in una danza sul confine tra quello che vuol dire io e quello che vuol dire tu.
I rischi: quando metta rinforza l’accondiscendenza
Esiste il rischio che persone con pattern di accondiscendenza usino metta per spiritualizzare il proprio auto-sacrificio (“è pratica spirituale”) ed evitare la rabbia sana (“devo solo mandare loving-kindness”) mantenendo così relazioni abusive (“devo avere compassione per il suo dolore”). Ma se la pratica di metta diventa un altro modo per essere buoni, entriamo nel solito circo, quello della perfezione spirituale che ha l’intenzione di eliminare sentimenti negativi legittimi
La conclusione paradossale
Metta può essere un potente antidoto all’accondiscendenza **SE E SOLO SE**:
– Inizia genuinamente da sé
– Include confini sani
– Non diventa bypass spirituale
– È integrata con lavoro psicologico sui pattern relazionali
– Riconosce che amare non significa salvare
Sono tornata al nido familiare quando avevano bisogno di me, ma questa volta con passi diversi. Non più la ribelle che sbatte la porta né la figlia accondiscendente che si annulla. Ho imparato a danzare sul confine – quello spazio sottile dove posso dire ‘ti voglio bene E non sono d’accordo’, dove posso praticare metta verso mia madre E mantenere i miei confini.
È questa danza che esploreremo il 13 novembre: non la gentilezza dello zerbino né la grinta del porcospino, ma quella terza via dove ‘che tu possa essere felice’ include anche ‘che IO possa essere felice’. Dove la compassione ha i denti, ma non morde
Se vuoi pratica Gentilezza amorevole, senza perdere i tuoi confini ti ricordo “Un cuore gentile. Pratica per la giornata mondiale della gentilezza”, il 13 novembre alle 21 a Genova, Teatro Stradanuova e Online in streaming

