“Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno.”
Ieri, nella diretta su Instagram, ho chiuso con questi tre versi attribuiti a Pablo Neruda. E continuano a risuonarmi dentro, come una campana che non smette di vibrare.
Siamo a fine anno. Il momento degli auguri convenzionali: che tutto vada liscio, che i progetti si realizzino, che le scelte siano quelle giuste. Ma oggi voglio augurarti qualcosa di diverso. Voglio augurarti il coraggio di correre i rischi che contano davvero. Quelli che di solito evitiamo proprio perché non sappiamo se stiamo facendo la cosa giusta.
Il paradosso della sicurezza
Esiste un paradosso che lo psicologo Barry Schwartz ha documentato studiando migliaia di persone: quando cerchiamo la sicurezza assoluta, quando evitiamo sistematicamente ogni rischio, otteniamo esattamente l’opposto di quello che vogliamo. La nostra zona di comfort si restringe progressivamente. Le opzioni che riusciamo a vedere diminuiscono. L’ansia aumenta.
I suoi studi mostrano che sotto pressione emotiva identifichiamo solo il 35% delle possibilità realmente disponibili. La paura non ci rende prudenti: ci rende letteralmente ciechi.
Mi è successo a diciassette anni, quando i miei genitori mi dissero che non mi avrebbero pagato l’università. Invece di cercare borse di studio, aiuti, strade alternative, rimasi aggrappata al loro no come a un verdetto inappellabile. Vedevo una sola possibilità: lavorare e studiare insieme. Non era l’unica strada percorribile, ma era l’unica che riuscivo a vedere in quel momento.
Scelsi comunque. Con quello che avevo, con la vista ristretta dalla paura, senza garanzie. E quella scelta — imperfetta, fatta nell’incertezza, nata dalla limitazione più che dalla libertà — mi ha portato esattamente qui, a scriverti queste righe. Non perché fosse la scelta giusta. Ma perché era una scelta, e l’ho abitata fino in fondo.
Due modi di stare nel rischio
Nassim Taleb, matematico e filosofo del rischio, distingue tra due approcci radicalmente diversi alle decisioni: fail-safe e safe-to-fail.
Le scelte fail-safe cercano soluzioni che non possano fallire. Sono quelle che ci sembrano blindate, sicure, a prova di futuro. Paradossalmente, però, sono le più fragili. Quando qualcosa va storto — e prima o poi va sempre storto qualcosa — il crollo è totale. Queste scelte partono da un assunto profondamente fallace: che ciò che è sicuro oggi rimarrà sicuro anche domani. Come se il mondo promettesse di rimanere fermo mentre noi avanziamo.
Le scelte safe-to-fail, invece, accettano i piccoli fallimenti come parte necessaria del processo. Non cercano l’immunità dall’errore, ma la capacità di attraversarlo senza crollare. E proprio per questo sono più resilienti, più vive, più capaci di adattarsi a ciò che non possiamo prevedere.
Il segreto non sta nel trovare la scelta perfetta. Sta nel chiedersi: quali semi sto piantando? E per chi?
La lungimiranza di chi pianta
Un contadino che conoscevo, Riccardo, dopo la terribile gelata del 1985 che uccise quasi tutti gli ulivi della Toscana, ne ripiantò centinaia. Aveva ottant’anni. Sapeva — lo sapeva con la certezza matematica dell’età e delle stagioni — che non avrebbe raccolto le olive di nessuno di quegli alberi. Non avrebbe visto nemmeno il primo frutto maturo.
Eppure li piantava. Per chi sarebbe venuto dopo. Per un futuro che non gli apparteneva ma che sentiva comunque suo.
Quella è lungimiranza. Non la capacità di prevedere il futuro, ma la libertà di chi sa che non tutte le scelte hanno bisogno di garanzie immediate per avere senso. Alcune scelte valgono semplicemente perché piantano qualcosa di buono, anche se non vedremo mai cosa diventerà.
Il superpotere del “non so”
Mi sono sempre considerata la “regina” dell’incertezza. Prima di scegliere qualcosa ci penso mille volte, valuto, soppeso, esito. Per anni l’ho vissuto come un difetto, come una forma di debolezza che avrei dovuto superare.
Poi ho letto il discorso che Wisława Szymborska pronunciò alla cerimonia del Nobel. Fa l’elogio di due piccole parole: “non so”. Le chiama alate, capaci di sollevare il peso dell’esistenza. E dice una cosa meravigliosa: che proprio da questo “non so” nasce ogni scoperta, ogni poesia, ogni autentica possibilità di crescita.
Le scelte che si aggrappano alla sicurezza mancano di questa leggerezza. Danno per scontato di aver già previsto il futuro, di aver chiuso i conti con l’incertezza. Il “non so”, invece, ci tiene aperti. Ci permette di continuare a imparare. Di piantare semi — come Riccardo con i suoi ulivi — senza pretendere di controllarne il raccolto.
I rischi che vale la pena correre
Ecco allora cosa voglio augurarti per il 2026. Non certezze, ma rischi. Quelli che la vita chiede e che troppo spesso evitiamo perché ci sembrano troppo grandi, troppo incerti, troppo esposti al fallimento.
Il rischio di scegliere senza garanzie
Di dire sì a qualcosa che ti chiama, anche se non sai dove ti porterà. Di piantare semi che forse non vedrai fiorire. Come Riccardo con i suoi ulivi. Come chiunque scelga di creare, amare, investire energie su qualcosa più grande del proprio orizzonte immediato.
Non tutte le scelte devono darti un ritorno visibile. Alcune valgono semplicemente perché piantano bellezza, cura, possibilità nel mondo. Anche se saranno altri a raccoglierle.
Il rischio di dire “non so” ad alta voce
Di ammettere l’incertezza invece di fingere controllo. Di cambiare idea pubblicamente, di riconoscere che ti eri sbagliato, che hai imparato qualcosa di nuovo.
Di lasciar andare un’identità che non ti rappresenta più — professionale, sociale, familiare — e di esplorare chi stai diventando senza sapere già chi sarai. È forse il rischio più difficile: rinunciare alla sicurezza di una definizione stabile per abitare la fluidità del cambiamento.
Il rischio di porre limiti
Di dire no e deludere qualcuno che pensavi di non poter deludere. Di terminare relazioni che non nutrono più, anche se sono comode, familiari, apparentemente sicure. Di esprimere un bisogno diverso da quello che il gruppo si aspetta da te.
Ogni limite che poni è un atto di fiducia verso te stesso. Dici che il tuo benessere conta, che la tua integrità vale qualcosa, anche se questo ha un costo. È una delle forme più mature di auto-compassione: scegliere di proteggerti anche quando nessuno capisce perché.
Il rischio della vulnerabilità
Di mostrare chi sei davvero invece di chi pensi di dover essere. Di chiedere aiuto quando ne hai bisogno. Di condividere il tuo lavoro creativo sapendo che potresti sbagliare, che qualcuno potrebbe giudicarti, criticarti, fraintenderti.
Di essere visto — con tutte le imperfezioni, le contraddizioni, le zone d’ombra che questo comporta. È terrificante. Ed è anche l’unico modo per creare connessioni autentiche, per essere amati non per la maschera che indossi ma per la persona che sei.
Il rischio del presente
Di smettere di rimandare la vita a “quando sarò pronto”, “quando avrò più tempo”, “quando le condizioni saranno giuste”. Di godere ora invece che accumulare per un domani che potrebbe non arrivare mai come lo immagini.
Di rallentare invece che ottimizzare. Di permetterti l’ozio, la noia, il vagabondaggio mentale. Di abitare l’incertezza invece di combatterla con liste, piani, strategie di controllo.
Un augurio diverso
Questi rischi non vengono con garanzie. Non ti promettono successo, né ti proteggono dal rimpianto o dalla delusione. Non puoi sceglierli con la certezza che sia la cosa giusta da fare.
Ma hanno qualcosa che le scelte sicure non hanno: ti tengono vivo. Ti permettono di rinascere, ogni giorno, come dice Neruda. Ti danno la possibilità di sorprenderti, di imparare, di diventare qualcuno che ancora non sei.
Per il 2026, ti auguro questo: la leggerezza del “non so” e il coraggio di scegliere comunque. La saggezza di piantare anche ciò che non vedrai crescere. La libertà di chi sa che non tutte le domande hanno bisogno di risposte per avere valore.
Ti auguro di correre i rischi che contano. Quelli che, anche se dovessero portarti dove non immaginavi, ti faranno dire una cosa sola: ho vissuto davvero.
Tre inviti per approfondire
Se questo tema ti risuona, ecco tre modi per continuare il cammino insieme:
“Riflessioni sull’ansia” — il mio libro uscito con Corriere della Sera, in edicola adesso. Parla di come diventare amici dell’incertezza invece di combatterla. Non tutte le edicole vendono gli allegati ma puoi trovarlo qui dopo il primo dell’anno: [https://www.primaedicola.it/mindfulness-teoria-pratica-collana.html]
Il ritiro “Ansia:Diventare amici dell’incertezza” — dal 20 al 22 febbraio, due giorni per lavorare su questo con il corpo e con il gruppo, portandoti a casa molti strumenti pensati per te.
“La gioia ribelle” in pre-ordine — il mio nuovo libro sul Mindful Aging, in uscita a febbraio con Enrico Damiani Editore. Parla proprio dell’arte di scegliere quando non abbiamo tutte le risposte, e della libertà che arriva con l’età. Puoi preordinarlo qui: [link pre-ordine]
LO STORMO DELLA GIOIA
LA PRATICA
Questo Natale, regàlati il permesso.
