
C’è un gesto che facciamo tutti, prima o poi: chiudere il cuore. Non è un gesto visibile, non fa rumore. È più simile a una porta che si chiude piano, quasi senza che ce ne accorgiamo. Lo facciamo quando qualcuno ci ferisce e la ferita è troppo vicina a qualcosa di antico, qualcosa che non abbiamo mai del tutto elaborato. Chiudiamo il cuore e ci diciamo che è per proteggerci. In realtà è l’inizio di un circolo che ci porterà esattamente dove non vogliamo andare: nella solitudine e nella depressione.
Lo vedo spesso nel mio lavoro. Una donna che racconta di aver interrotto ogni rapporto con la sorella dopo una discussione sui soldi dell’eredità. Un uomo che non riesce più a parlare con il figlio perché “non mi ha mai capito”. Una paziente che ha smesso di frequentare le amiche perché “tanto alla fine ti deludono tutte”. Ogni volta che ascolto queste storie, sento lo stesso schema: c’è stata una ferita, la ferita ha attivato una difesa, la difesa è diventata un muro, e il muro è diventato una prigione.
Nel protocollo MBCT lavoriamo su questo: sulla consapevolezza dei nostri schemi automatici di risposta. E uno degli schemi più potenti e meno riconosciuti è proprio questo — il modo in cui trasformiamo le nostre relazioni da luoghi di cura in luoghi di battaglia.
Nelle settimane precedenti abbiamo esplorato il senso di appartenenza, la solitudine e le difese che costruiamo per non sentire il dolore. Oggi facciamo un passo ulteriore: guardiamo a quello che succede nelle relazioni quando il cuore si chiude.
Il panico della separazione
C’è qualcosa che precede ogni relazione disfunzionale, qualcosa che sta nel nostro corpo prima ancora che nella nostra mente: lo stress da separazione. Quando perdiamo — o temiamo di perdere — un legame significativo, si attiva nel nostro sistema nervoso una risposta di panico. Non è una metafora: è un circuito biologico antico, lo stesso che si attiva nel bambino quando la madre si allontana.
Questo panico produce una prima risposta che è la protesta. Protestiamo perché vogliamo che l’altro torni, che il legame si ripristini, che la sicurezza venga ristabilita. La protesta è una forma di rabbia fisiologica — quella che in bioenergetica chiamiamo rabbia sana, assertiva, vitale. È il grido del bambino che dice “sono qui, ho bisogno di te.”
Il problema è che la protesta, nella vita adulta, raramente funziona come speriamo. Il partner, l’amico, il collega non leggono la nostra protesta come una richiesta di vicinanza. La leggono come un attacco. E rispondono allontanandosi. Proprio l’effetto contrario a quello che desideravamo.
Si innesca così un circolo vizioso: più protestiamo, più l’altro si ritira; più l’altro si ritira, più il nostro panico da separazione cresce; più il panico cresce, più la protesta diventa intensa, aggressiva, disperata. Fino al momento in cui si esaurisce. E quando si esaurisce la protesta, inizia qualcosa di più pericoloso: il ritiro.
Da protesta a ritiro: la strada verso la depressione
Quando la protesta fallisce — e fallisce spesso, perché il nostro caregiver, da bambini, non sempre reggeva la frustrazione narcisistica di essere oggetto di protesta — impariamo qualcosa di devastante: che esprimere il nostro bisogno produce abbandono.
Questo apprendimento si inscrive nel corpo. Le braccia che si tendevano per essere prese in braccio si ritirano. Le spalle si chiudono. La mandibola si serra. Il respiro si fa corto. Tutto il corpo dice: “non mi espongo più.” È quello che Lowen descriveva come il ritiro dell’energia dalla periferia al centro — il nucleo corporeo della predisposizione depressiva.
Da adulti, portiamo questo schema nelle nostre relazioni senza saperlo. Reagiamo con una protesta eccessiva a situazioni che non la giustificherebbero, oppure ci ritiriamo al primo segnale di conflitto. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: l’isolamento. E l’isolamento non è solitudine scelta — è solitudine subita, accompagnata dalla convinzione che non ci sia alternativa.
I quattro passi verso il cuore chiuso
C’è una sequenza che ho osservato tante volte, in terapia e nella mia stessa vita, che porta dalla ferita relazionale alla chiusura del cuore. Sono quattro passi, e riconoscerli è il primo atto di consapevolezza che possiamo compiere.
Il biasimo. Qualcuno ci ha ferito. Anziché accogliere il nostro dolore con la compassione che merita, lo copriamo immediatamente con un giudizio: “non mi merito questo.” Il biasimo è veloce, automatico, e ci dà un sollievo momentaneo perché ci mette dalla parte del giusto. Ma ci toglie la possibilità di sentire la vera dimensione della difficoltà. A volte, in questa fase, iniziamo a parlare con una terza persona di ciò che è accaduto, cercando alleati, costruendo una triangolazione che complica ulteriormente la situazione.
I muri. Dopo il biasimo, iniziamo a dividere lo spazio tra noi e l’altro. Entriamo nel territorio dei “sempre” e dei “mai”: “tu non mi ascolti mai”, “tu fai sempre così.” Perdiamo il contatto con i sentimenti di tenerezza e affetto. L’altra persona smette di essere una persona complessa, con le sue fragilità e le sue ragioni, e diventa solo la fonte del nostro dolore. A volte la reazione è così forte che tagliamo i collegamenti anche con chi le è vicino, come se il contagio della ferita potesse estendersi.
La proiezione. È il momento in cui la ferita presente si fonde con le ferite passate. Non stiamo più rispondendo a quello che è successo adesso — stiamo rivivendo un rifiuto antico, una delusione che ha radici nell’infanzia. Il passato prende tutto lo spazio del presente, e non è più molto rilevante cosa sia accaduto davvero. Siamo dentro un film che conosciamo bene, e il copione è già scritto.
La vendetta. Se la proiezione ci riporta al passato, la vendetta ci proietta nel futuro. Cominciamo a immaginare come far soffrire l’altro quanto ha fatto soffrire noi. La vendetta ha una qualità particolare: per poterla mettere in atto, dobbiamo disumanizzare l’altro. Dobbiamo smettere di vederne l’umanità, perché se la vedessimo, non riusciremmo a vendicarci. L’altro diventa un oggetto — un quadro, un vaso rotto — incapace di provare emozioni.
Oriana Fallaci ha scritto parole definitive sulla delusione come motore di questo circolo: la delusione è un dolore che nasce da una speranza svanita, una sconfitta che viene da una fiducia tradita. E quando la sentiamo, cerchiamo la vendetta — una scelta che dà sollievo, sì, ma che di rado si accompagna alla gioia.
La vendetta e il suo prezzo
La vendetta promette soddisfazione e consegna depressione. Questo è il suo paradosso più crudele. Ogni volta che ci vendichiamo — in modo grande o piccolo, con un gesto plateale o con il silenzio punitivo — otteniamo un momento di sollievo e una lunga stagione di impoverimento. Perché la vendetta richiede di chiudere il cuore, e un cuore chiuso è un cuore depresso.
Ripetute vendette — anche quelle piccole, quotidiane: non rispondere a un messaggio, dimenticare “per caso” un anniversario, usare il silenzio come arma — costruiscono quello che sembra uno scudo protettivo ma in realtà è una prigione. Ci troviamo progressivamente privati del rischio e del conforto della relazione. Siamo chiusi in un circolo vizioso: avremmo bisogno di aprirci ma abbiamo paura di farlo per proteggerci dal dolore della delusione.
E qui la depressione si radica: non come un fulmine a ciel sereno, ma come la conseguenza naturale di un cuore che ha smesso di protendersi.
Il protendersi: ciò che la depressione ci toglie
Lowen parlava di due movimenti fondamentali che esprimono la nostra vitalità: la suzione nel neonato e il protendere le braccia per essere presi in braccio. Nella vita adulta, questi movimenti diventano il bacio, l’abbraccio, tutti i gesti di contatto che facciamo con le nostre mani e le nostre braccia.
Quando chiudiamo il cuore, queste braccia penzolano inerti. Le tensioni del cingolo scapolare le bloccano. E se non riusciamo a protenderci, dobbiamo manipolare l’ambiente perché ci venga offerto il piacere e il contatto che desideriamo — attraverso il controllo, la seduzione, la colpa. Strategie che funzionano a breve termine e distruggono a lungo termine.
La consapevolezza mindfulness offre qualcosa di diverso. Non ci chiede di protenderci prima di essere pronti, ma ci chiede di notare: dove sento la chiusura nel corpo? Cosa succede nel petto, nelle spalle, nella gola quando ripenso a quella persona? Posso stare con questa sensazione senza coprirla immediatamente con un giudizio, un piano, una vendetta?
Questo è il cuore del protocollo MBCT applicato alle relazioni: non risolvere, ma sentire. Non cambiare l’altro, ma cambiare la relazione con la propria esperienza interiore.
Pratica: Incontrare il cuore chiuso
Tempo: 25-30 minuti
Cosa ti serve: un luogo tranquillo, un quaderno, una penna
Parte A — Radicamento (5 minuti)
Siediti in una posizione comoda. Senti il contatto dei piedi con il pavimento. Senti il peso del corpo sulla sedia. Porta l’attenzione al respiro senza modificarlo — lascia che il corpo respiri come sa fare.
Dopo qualche respiro, porta le mani sul petto. Senti il calore delle mani attraverso i vestiti. Nota come il petto si muove con il respiro — si espande e si ritrae, si apre e si chiude. Rimani qui per qualche minuto, sentendo questo ritmo di apertura e chiusura che è il ritmo stesso della vita.
Parte B — Esplorazione (10 minuti)
Ora, con gentilezza, porta alla mente una relazione che senti difficile o interrotta. Non scegliere la più dolorosa — scegli qualcosa che puoi sostenere in questo momento.
Lascia che emergano le sensazioni nel corpo. Non cercare pensieri o spiegazioni — cerca sensazioni. Dove senti tensione? C’è qualcosa che si chiude? Le spalle si alzano? La mandibola si serra? Il respiro cambia?
Rimani con queste sensazioni per qualche respiro. Non devi fare niente con quello che trovi. Solo notare. Solo dare il benvenuto.
Ora chiediti, senza fretta: in quale dei quattro passi mi trovo con questa persona? Sono nel biasimo? Sto costruendo muri? Sto proiettando un vecchio film? Sto fantasticando una vendetta?
Qualunque cosa emerga, respiraci dentro. Non è un problema da risolvere. È un panorama da osservare.
Parte C — Scrittura contemplativa (10-15 minuti)
Prendi il quaderno e scrivi, senza fermarti e senza censurarti, partendo da questa frase:
“In questa relazione, il mio cuore si è chiuso quando…”
Scrivi tutto quello che arriva. Se arrivano ricordi antichi, lascia che si mescolino al presente. Se arriva rabbia, lasciala scorrere sulla pagina. Se arrivano lacrime, lasciale cadere.
Dopo aver scritto, rileggi quello che hai scritto con gli occhi di chi vuole capire, non di chi vuole giudicare. E in fondo, aggiungi una riga che inizi con:
“Il dolore sotto la rabbia è…”
Questa riga non devi condividerla con nessuno. È tua. È il primo passo per distinguere la ferita dalla difesa.
Alla fine, torna alle mani sul petto. Senti di nuovo quel ritmo — apertura, chiusura, apertura, chiusura. Il cuore non è mai completamente chiuso. Anche nella chiusura, c’è un movimento verso l’apertura. Anche nel dolore, c’è un respiro che continua.
Il protocollo MBCT ci insegna qualcosa di semplice e radicale: non dobbiamo forzare il cuore ad aprirsi. Dobbiamo creare le condizioni perché smetta di avere bisogno di chiudersi. E questo inizia con il coraggio di guardare — con precisione, gentilezza e presenza — a quello che ci fa male.
Nel prossimo articolo esploreremo il territorio più vicino e più difficile: la relazione disfunzionale con noi stessi. Perché spesso il nostro critico più feroce, il nostro persecutore più instancabile, non è fuori di noi. È dentro.
Quello che condivido qui è un’anteprima del lavoro che faremo insieme nel protocollo MBCT. Durante il percorso avremo lo spazio e il tempo per abitare davvero queste esplorazioni, con il supporto del gruppo e delle pratiche.
© Nicoletta Cinotti 2026 Il protocollo MBCT online
