Sabato 19 ottobre ero a Lecce per Conversazioni sul futuro. il tema della mia partecipazione era legato ai deepfake. Ne parlavo con un sociologo, Giovanni Boccia Artieri, un giurista, Giovanni Ziccardi e Matteo Flora, docente di Fondamenti di Sicurezza delle AI e delle SuperIntelligenze (European School of Economics), con la moderazione di Giampaolo Colletti. La prima domanda che molti si sono fatti credo che fosse, che cosa ci facevo io lì! Per molti di noi le scienze sono entità separate nei loro rispettivi domini ma non c’è niente di più psicologico della rete, dei deepfake e dell’AI generativa. Ma andiamo con ordine
Cosa c’entrano i deepfake con la psicologia?
Intanto va detto che deepfake è una parola composta, deep fa riferimento al deep learning e fake al falso. Deepfake è un contenuto digitale interamente costruito attraverso un’intelligenza artificiale generativa che segue le regole del nostro apprendimento attraverso le reti neurali. Fino a che non è stato compreso come funzionano le reti neurali all’intelligenza artificiale mancavano delle informazioni essenziali alla sua crescita. Adesso, che sappiamo come funzionano le reti neurali, abbiamo la base sulla quale costruire un’intelligenza artificiale generativa di contenuti che possono essere immagini, audio, testi. I sistemi di apprendimento profondo, permettono di identificare oggetti nelle immagini e nei video, trascrivere il parlato in testo, e individuare e interpretare gli interessi degli utenti online, mostrando i risultati più pertinenti per la loro ricerca. Il problema è che un deepfake è sempre più verosimili al reale e quindi non riconoscibile se non attraverso la possibilità di risalire alle fonti originarie dei dati.
Il problema dei deepfake è saltato alla ribalta per la diffusione di porno fake costruiti utilizzando il viso di attrici famose, prima tra tutte Scarlett Johansson che già nel 2018 dichiarava l’impossibilità a difendersi dai deepfake in assenza di una legislazione unitaria a livello internazionale. Se per un’attrice famosa può essere un danno d’immagine relativo per Noelle Martin, una ragazza diciassettenne australiana che ha visto il suo viso utilizzato per gli stessi scopi, il danno è stato incommensurabile e, anche per lei, è stato amaro scoprire che non c’era una legislazione a proteggerla. Stiamo costruendo un’intelligenza generativa che è molto potente e rispetto alla quale non abbiamo ancora limiti legali a protezione del fattore umano. Non a caso Geoffrey Hinton, uno dei padri dell’intelligenza artificiale e recente premio Nobel per la fisica, ha dato le dimissioni dalla collaborazione con Google per essere libero, senza conflitto d’interesse, di denunciare i rischi connessi a un uso non regolato dell’AI.
L’uso della rete e i bias cognitivi
Il concetto di verità è un concetto difficile e relativo che si presta a molte manipolazioni. Più siamo inconsapevoli più possiamo aderire a verità manipolate allo scopo di ottenere consenso. Uno dei bias cognitivi più diffusi rispetto alla verità riguarda la frequenza. Se molte persone dicono la stessa cosa finiamo per ritenerla credibile o vera senza verificarne l’autenticità. Nella rete è molto facile che si creino community che condividono una stessa verità che non è affatto vera ma solo molto frequente. Ne abbiamo avuto esempio durante l’epidemia da Covid 19 dove si sono formate convinzioni resistenti a qualunque prova.
Oltre a questo la rete e i social funzionano sulla base di due bias cognitivi: il bias di conformità e il bias di prestigio. Il bias di conformità ci porta ad aderire alla posizione più diffusa mentre il bias del prestigio motiva ad imitare chi appare più famoso. Prima che l’uso dei social si diffondesse prestigio ed eccellenza erano due valori che coincidevano. Adesso possono avere molto prestigio persone che non eccellono in nessun campo specifico ma che presentano uno stile di vita lussuoso, come accade per molti influencer nati negli ultimi dieci anni. Conoscere questi bias cognitivi è utile per rendersi conto di quello che alimenta le nostre convinzioni e di come il nostro comportamento rischia di essere ingenuo e manipolabile senza consapevolezza.

L’ultimo tema: che effetto fa l’uso della rete?
L’ultimo grande tema è l’effetto che la connessione continua esercita su di noi ma, soprattutto, sui ragazzi. È vero che la generazione Z – che raccoglie i nati dal 1995 al 2009 – la prima generazione ampiamente esposta all’uso dei social media, ha pagato un prezzo in termini di salute mentale per questa esposizione?
Se si legge il libro di Jonathan Haidt, La generazione ansiosa: come i social media hanno rovinato i nostri figli non si hanno molti dubbi. L’esposizione precoce alle community social ha avuto un’influenza negativa con aumenti esponenziali dell’ansia e della depressione (150%), dei tentativi suicidari (incremento del 91% nei maschi e del 167% nelle femmine dal 2010) e degli atti di autolesionismo (triplicato nel decennio 2010-2020). Un quadro tutt’altro che incoraggiante. Anche qui ci sono delle convinzioni che vanno affrontate.
La prima convinzione è che quello che tiene buono e calmo un bambino e una bambina sia anche buono e sano. Non è così. Noi nasciamo con un lungo periodo di vulnerabilità che ci rende estremamente adattabili al mutare delle condizioni ambientali. Nasciamo immaturi e vulnerabili per poter imparare dall’esperienza e crescere in modo adatto all’ambiente nel quale ci troveremo a vivere. Questa vulnerabilità è stata essenziale per diventare diversi dai nostri progenitori e anche diversi dai nostri genitori e si avvale di due momenti critici nello sviluppo: i due anni e i dodici anni. Cosa succede in questi due periodi? Succede quello che viene definito il brain spurt ossia nel nostro cervello si moltiplicano le connessioni sinaptiche in modo che ci siano ampie possibilità di scelta delle abilità che saranno necessarie per l’inserimento nel nostro ambiente di vita. Questo però si accompagna anche a una instabilità sul piano emotivo: siamo nella fase dei “terribili due anni“ e nella fase, altrettanto terribile dell’inizio dell’adolescenza. Due momenti in cui i genitori possono essere messi a dura prova e guardare con sollievo a qualsiasi cosa dia loro una pausa di calma. Solo che usare i device, i social per ottenere quella calma può avere un effetto negativo. L’attenzione viene frammentata da una quantità e qualità di dati che non è assimilabile dal cervello immaturo di un bambino piccolo – a cinque anni la massa cerebrale ha raggiunto solo il 90% della massa adulta – ed è soggetta al bias della conformità e del prestigio per un adolescente che cerca modelli di riferimento per sapere come muoversi nel mondo. I bambini che passano molto tempo connessi sono persone che riducono la percentuale di gioco libero, di collaborazione reale con il gruppo dei pari e che perdono la capacità di sviluppare le proprie abilità relazionali.
Davvero vogliamo che questi modelli di riferimento siano offerti dai social? Davvero pensiamo che quello che trovano in rete sia migliore di quello che trovano nella realtà?
Quando regalare un cellulare?
Di solito lo smartphone viene regalato nel passaggio tra la fine delle elementari e l’inizio della scuola media. Francamente troppo presto considerando che non ci sono molte possibilità di controllo della navigazione in rete. Ma anche i genitori sono soggetti al bias della conformità, ce l’hanno tutti, sentirete dire, come giustificazione al fatto che sia difficile dire di no. Eppure dire di no è una scelta che non lascia calmi ma che porta benefici nel futuro. In teoria, inoltre, fino ai 13 anni non dovrebbe nemmeno essere possibile aprire un account social. Haidt propone una strada ancora più restrittiva: 14 anni per il primo telefono e 16 anni per la navigazione sui social. Suppongo che ai genitori si prospettino anni di dialoghi serrati sull’argomento!
Letture di riferimento
J.Haidt, La generazione ansiosa. Haidt ha una newsletter su Substack, After Babel
Nina Schick, Deepfake and the infocalypse
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