La stanza
la voglio monacale:
una precisa
porzione di infinito.
ed io
dentro
a risuonare il vuoto.
Donatella Bisutti
La stanza
la voglio monacale:
una precisa
porzione di infinito.
ed io
dentro
a risuonare il vuoto.
Donatella Bisutti
Quando sono stanca o stressata da qualche evento particolarmente carico emotivamente faccio un piccolo gesto ripetuto: aggiungo qualcosa. Può essere qualcosa in più nel carrello del supermercato. Oppure qualcosa in più nell’agenda: aggiungo un nuovo impegno, una nuova responsabilità. Ho messo anni ad accorgermi di questa abitudine: aggiungere anziché sottrarre. Proprio nel momento in cui avrei bisogno di riposo, carico ancora un po’ il peso che devo portare.
A volte lo faccio in modo comico: sono in ritardo, mi aspetta una giornata piena ma mi ricordo che non ho dato l’acqua alle piante. Freno, torno indietro, apro il rubinetto come se fosse un’operazione di salvataggio urgentissima. Verso metà acqua sul pavimento e metà nel vaso. E accelero come i personaggi dei cartoni animati. Sembro Olivia, la moglie di Braccio di ferro: gesticolo le mie lunghe braccia magre come pale rotanti. Ho cercato di capire come mai facevo questa cosa così contro-intuitiva: un rompicapo comprendere davvero. Però, come in un giallo, ho trovato qualche indizio.
E poi, se sottrai, senti il silenzio. E in quel silenzio il cuore ti parla.
E finalmente, in quel silenzio, in quella sottrazione, strappata all’abitudine di aggiungere, c’è spazio per me.
Il silenzio è essenziale. Abbiamo bisogno di silenzio
tanto quanto abbiamo bisogno di aria,
tanto quanto le piante hanno bisogno di luce.
Se la nostra mente è affollata di parole e pensieri,
non c’è spazio per noi. Thich Nhat Hanh
Pratica di Mindfulness: Addolcire, confortarsi, aprire
© Nicoletta Cinotti 2018 La cura del silenzio
Foto di © Miinhas Coiisinhas
Il silenzio è fondamentalmente qualcosa che giunge dal cuore, non da un insieme di condizioni al di fuori di noi. Vivere in un luogo di silenzio non significa non parlare mai, non impegnarsi mai né fare cose; significa semplicemente che non siamo disturbati dentro, che non c’è un costante chiacchiericcio interiore.
Se siamo davvero in silenzio non importa in quale situazione ci ritroviamo, possiamo goderci la soave spaziosità del silenzio. Ci sono momenti in cui pensiamo di essere silenziosi perché tutt’intorno a noi non c’è alcun suono ma, a meno che riusciamo a calmare la nostra mente, dentro la nostra testa il parlare continua, costante. Quello non è vero silenzio.
[box] La pratica consiste nell’imparare a trovare il silenzio in mezzo a tutte le attività che svolgiamo. [/box]
Cerca di cambiare il tuo modo di pensare e il tuo modo di guardare. Sederti a pranzare potrebbe essere un momento adatto per offrire a te stesso la dolcezza del silenzio. Anche se può darsi che altri stiano parlando, possiedi la capacità di staccarti dal pensare abituale ed essere profondamente silenzioso dentro di te. Puoi trovarti in un luogo affollato e goderti comunque il silenzio e persino la solitudine.
[box] Comprendi che il silenzio giunge dal tuo cuore e non dalla mancanza di conversazione[/box]
Immagina di essere seduto all’aperto e prestare attenzione alla luce del sole, ai bellissimi alberi, all’erba e ai fiorellini che stanno spuntando ovunque. Se ti rilassi sull’erba e respiri tranquillamente riesci a sentire il suono degli uccelli, la musica del vento che danza fra gli alberi.
Persino se ti trovi in una città puoi sentire il canto degli uccelli e il vento.
Se sai come acquietare i tuoi pensieri turbinanti non hai bisogno di rivolgerti al consumo inconsapevole nel futile tentativo di sfuggire alle tue sensazioni di disagio. Puoi semplicemente udire un suono, e ascoltare in profondità, e godere di quel suono. Ci sono pace e gioia nel tuo ascoltare, e il tuo silenzio è un silenzio potenziato.
Quel tipo di silenzio è dinamico e costruttivo. Non è il genere di silenzio che ti reprime. Nel buddhismo definiamo questo tipo di silenzio «silenzio tonante». È molto eloquente e colmo di energia. Spesso organizziamo ritiri in cui migliaia di persone praticano il respiro consapevole in silenzio, insieme. Se hai preso parte a qualcosa del genere sai come possa essere potente un silenzio liberamente condiviso. Thich Nhat Hanh
©www.nicolettacinotti.net Dalla Rubrica Addomesticare pensieri selvatici patrick-hendry-221863-unsplash (1)
Partecipa al ritiro “La cura del silenzio” dal 30 Agosto al 2 Settembre. Per iscrizioni entro il 31 Luglio c’è un prezzo ridotto!
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Che succeda dopo un fine settimana andato storto o mentre stiamo guidando nel traffico, dentro le mura domestiche o al ristorante, chiunque sia in coppia, prima o poi è attraversato da una domanda che è come un brivido “È la persona giusta?” E quando arrivi a farti questa domanda la risposta è quasi sempre no. Poi passa e vai oltre, occupati come siamo dagli impegni quotidiani. Salvo tornare, con una certa frequenza, tutte le volte in cui ci sentiamo frustrati. Ecco perchè credo che avere qualche punto di riferimento su questa domanda sia necessario.
Prima di tutto togliamoci dalla testa l’idea che la persona giusta sia quella che avevamo in mente nei nostri sogni romantici (e su questo gli uomini spesso sono molto più sognatori delle donne): un essere perfetto che soddisfi tutti i nostri bisogni e desideri prima ancora di averli formulati. Dai poeti dell’amor cortese in poi questa idea dell’amore ha attraversato i secoli ed è responsabile della fine di moltissime relazioni più che della loro prosecuzione. Prima o poi la persona che sta con noi ci deluderà: è normale. E più abbiamo sognato che tutto fosse perfetto più sarà grande la delusione. Quindi primo punto: quanto sono alti i tuoi standard di relazione e quanti errori consentono?
Questa domanda “ho sposato la persona giusta?” ha un difetto fondamentale: parte dall’idea che gli altri debbano fare qualcosa per noi, un po’ come se fossero dipendenti che abbiamo assunto per un incarico che non sono in grado di portare avanti. Proviamo ad invertire la domanda: “ma io sono la persona giusta per te? So attraversare con leggerezza e ironia i tuoi limiti, calmarti quando sei agitato/a e attivarti quando sei troppo pigro/a?”. Dopo essersi domandati se siamo la persona giusta in genere iniziamo a vedere le cose da un’altra prospettiva: stare insieme non è facile non solo per i difetti dell’altro ma anche per i nostri. (Secondo punto)
Infine ogni matrimonio o relazione duratura ha bisogno di costruire qualcosa, ha bisogno di avere un progetto in comune. Come sta il vostro progetto? Come sta andando e come si sta realizzando? Perchè molte volte ci facciamo questa domanda sulla relazione proprio quando il nostro progetto comune incontra difficoltà. Che siano i figli che vanno male a scuola o i conti che sono sempre al limite, è in quel momento che ci facciamo questa domanda. Tranquilli: i figli possono andare male a scuola e i conti essere in rosso anche se avete sposato la persona giusta. Non tutto è colpa dell’altro!
Sposiamo tutti la persona sbagliata. O, piuttosto, sposiamo una persona per delle ragioni che, con il passare del tempo, non si concretizzano. Christine Carter
Pratica di mindfulness: Praticare apri
© Nicoletta Cinotti 2018 La cura del silenzio
khoa-nguyen-340533-unsplash
Forse ti sembrerà strano ma se dovessi fare una graduatoria delle richieste che ascolto, ogni giorno, nella stanza della psicoterapia, direi che il primo premio andrebbe alla richiesta di cambiare...gli altri.
Ho lunghi elenchi delle ragioni per cui dovrebbero cambiare, mariti, mogli, suoceri, genitori e, ovviamente, figli. Da questa lista non sono esenti, impiegati, direttori e manager e include anche i vicini di casa. Elenchi che ascolto con attenzione perché nessuna richiesta è mai casuale. C’è sempre una buona ragione. A volte è per l’affetto che proviamo per l’altro, per il desiderio di non vederlo in pericolo. Altre volte è per cura, per la speranza che risolva i propri problemi. Altre volte, francamente, è per irritazione, perché quello che fanno ci disturba parecchio. Oppure perché siamo convinti che noi – tutto quello di cui parliamo – sapremmo farlo meglio. Molto, molto meglio.
In ogni modo il desiderio che gli altri cambino per poter stare così, finalmente, in pace, è un desiderio fortissimo che non demorde nemmeno di fronte all’evidente impossibilità dell’impresa. Chiunque abbia tentato di cambiare se stesso sa quanto è difficile: cambiare per interposta persona è impossibile. Ciononostante se le persone della nostra vita fossero le stesse ma con comportamenti diversi noi non avremmo nessun problema e, soprattutto, non dovremmo cambiare. Andremmo bene così come siamo. Insomma quello che ci rovina è il condizionale (e anche il congiuntivo) che ci fa ipotizzare una vita diversa da quella che abbiamo cambiando (solo) il mondo esterno. Se i nostri condizionali – e le nostre condizioni – si realizzassero il mondo sarebbe perfetto. Comunque siamo disponibili ad aspettare che le cose cambino, anche se, dopo un po’, l’impazienza ci sembra giustificata
Perché passiamo tempo della nostra vita in queste ipotesi? Perché non proviamo solidarietà per la difficoltà condivisa a cambiare? Perché pretendiamo che siano gli altri a smussare gli angoli della nostra reattività? È più facile vedere fuori che guardare dentro. E, banalmente, è più facile vedere gli errori degli altri che i nostri. Eppure, tutte le volte che gli errori degli altri ci fanno sobbalzare, irritare, spaventare, inquietare è perché quell’errore batte in un nostro punto vulnerabile. Un punto vulnerabile che aspetta la nostra attenzione e che, senza fretta, potremmo cambiare, smussare, far crescere, senza condizionale e senza condizioni.
Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscere la differenza. Reinhold Niebuhr
Pratica di mindfulness: Self compassion breathing
© Nicoletta Cinotti 2018 La cura del silenzio
Photo by Nicholas Gercken on Unsplash
L’estate è la mia stagione preferita, niente maglioni, niente tisane per scaldarmi: ci pensa il sole. È così per moltissime persone, usciamo di casa e facciamo cose che abbiamo aspettato di fare tutto l’anno. Quindi, in poche e banali parole, l’estate dovrebbe essere la stagione della felicità. Non è così. È una stagione divisa a metà tra chi d’estate sta meglio e rifiorisce e chi d’estate sta peggio e non vede l’ora di cogliere i primi segni dell’autunno. Forse penserai che è normale, che non a tutti piacciono le stesse cose e certamente hai ragione. Però c’è un altro aspetto dell’estate che è tanto umano quanto profondo: ad alcune persone fa male il paragone. Un paragone che, in estate, diventa fortissimo.
Perché d’estate esponiamo tutti un po’ di più: abbiamo vestiti più leggeri, mettiamo più foto sui social, manifestiamo di più la nostra felicità e se ti senti escluso da tutto questo il tuo dolore aumenta e Ferragosto diventa doloroso come il giorno di Natale per chi non ha famiglia. È un tratto di invidia? Io direi che è l’opposto di una delle qualità della nostra mente originaria: la gioia compartecipe.
La gioia compartecipe è la capacità di gioire della felicità altrui, di condividerne gli effetti benefici anche se non diretti a noi stessi. È quello che ci fa essere felici quando si sposa qualcuno, nelle feste di laurea, alla nascita di un figlio. È un’emozione che possiamo provare per ogni attimo di gioia altrui e che rende il nostro animo più leggero. È come se ricevessimo un’eredità non economica ma di felicità: beneficiamo di una ricchezza che appartiene ad altri.
L’assenza di questa qualità significa che possiamo gioire solo di ciò che riguarda noi direttamente e questo rende le nostre occasioni di felicità più piccole. Le rende un francobollo sulla busta.
Coltivare la gioia rende la felicità presente nel mondo sempre indirizzata a noi. Sposta la nostra attenzione dai problemi – sempre presenti – alla bellezza collaterale, altrettanto presente e accanto a quella gioia sottile che ci dà la condivisione.
Le cose che danno senso alla vita sono quelle che non puoi comprare. Alberto SImone
Pratica di mindfulness: Ammorbidire il cuore
© Nicoletta Cinotti 2018 La cura del silenzio
Photo by Annie Spratt on Unsplash
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Programma Regionale Liguria 2021–2027 – Azione 1.2.3 “Supporto allo sviluppo di progetti di digitalizzazione nelle micro, piccole e medie imprese”.
CUP: G34E24003120005

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