Ci sono mattine in cui mi sveglio e non mi riconosco. Dormo allertata da un dolore al bacino che non mi concede riposo profondo. Non mi sarei mai aspettata di dover prevedere una protesi all’anca e invece, prima o poi, dovrò farla. Non mi basta per consolarmi che dipenda dalla conformazione della mia articolazione: ero semplicemente convinta che a me non sarebbe successo, per qualche strana ragione. Io no.
Allora, quando mi sveglio, dopo essermi girata nel letto e messa subito in movimento per confermarmi che sono elastica, mi domando dov’è la donna che conoscevo che non si ammalava mai e mi domando che donna sarò tra sei mesi, tra un anno. Come sarò e dove sarò diventano domande che hanno una forza diversa dal passato, quando dicevo “diventerò”. Dire dove sarò ha un suono e una risonanza completamente diverse.
Le chiamiamo transizioni
Le chiamiamo transizioni perchè riteniamo siano un passaggio tra due stabilità. Ma di quale stabilità stiamo parlando? Non lo so. Forse l’età adulta è più stabile perché cambi meno e infanzia, adolescenza e vecchiaia sono più instabili perché cambi di più? Allora è un vantaggio cambiare di più?
In questa riva instabile
In questa riva instabile che a volte mi sembra fresca come un ruscello e a volte secca come un deserto mi muovo a tentoni, accettando di non sapere come andrà a finire. In questi giorni penso al lavoro che il poeta Valerio Grutt ha portato in scena ieri: Immagini dal deserto, uno spettacolo costruito con dodici persone che convivono con la malattia di Alzheimer. Sul palco si muovono come viandanti — figure che camminano nel deserto senza una meta riconoscibile, ma con una presenza che fa fermare il fiato.
È stato uno dei pochi lavori sull’invecchiamento — anzi, sulla forma più radicale di invecchiamento — che non spiega, non redime, non consola. Mostra. Mostra la dignità di un passo dato senza la mappa. Mostra che si può essere viandanti quando perfino la memoria del luogo da dove si veniva si è dissolta. Mostra — e qui mi commuove — che l’azione imperfetta non è un ripiego dell’incompiuta giovinezza. È una forma di essere al mondo che, in certi territori, diventa l’unica possibile, e proprio per questo diventa la più vera.
Pensavo, guardando le immagini di quel deserto teatrale, a quante volte negli ultimi anni mi sono sentita anch’io una viandante. Quando ho perso una persona cara. Quando ho dovuto chiudere un ruolo professionale che avevo costruito per decenni. Quando il corpo ha cominciato a parlare un linguaggio diverso e ho dovuto imparare ad ascoltarlo da capo. In ognuno di quei momenti, il pensiero ricorrente era: non posso muovermi finché non capisco. E in ognuno di quei momenti, era esattamente il pensiero sbagliato.
Le transizioni non si capiscono. Si attraversano. E si attraversano camminando.
Il coraggio dell’azione imperfetta
Cosa cambia quando il territorio è il deserto?
Quando nel percorso di mindful aging ti ho parlato dell’azione imperfetta come primo tempo del coraggio maturo, era nella prospettiva della sperimentazione. Provo, sbaglio, raccolgo dati, poi a un certo punto rivaluto. Era il movimento di chi sta costruendo una nuova vita avendo davanti tempo dilatato e abbondante.
Nelle transizioni — quelle vere, quelle che non hai scelto — il gesto cambia natura. Non stai sperimentando per abbondanza. Ti stai muovendo perché non puoi non muoverti, e nessuna risposta arriverà prima del passo. Lì l’azione imperfetta smette di essere strumentale. Diventa la pratica stessa. Il passo non porta a un sapere — il passo è il sapere, finché dura.
Penelope, a un certo punto, smette di disfare la tela. Non perché sa che Ulisse tornerà — non lo sa. Smette perché ha capito che l’unica fedeltà possibile alla vita non è l’attesa, ma il movimento dentro l’attesa. È un’azione imperfettissima: tessere senza sapere per chi. Ed è esattamente lì che diventa azione vera.
Dove sente il corpo, che sei in transizione
Se ti fermi un momento adesso, mentre leggi, e ti chiedi: dove sento, nel corpo, le transizioni che sto attraversando in questi giorni? — probabilmente troverai una zona dove qualcosa è sospeso. Un diaframma che non si apre del tutto. Spalle che proteggono una fragilità non nominata. Il bacino che non si lascia andare al peso. La gola che trattiene una parola.
L’azione imperfetta nei momenti di transizione comincia lì. Non da una decisione mentale — questa volta agirò — ma da un piccolo permesso al corpo di fare il primo movimento, anche se è goffo, anche se non sa dove va. Una telefonata che continui a rimandare. Una passeggiata che hai promesso a te stessa. Una frase scritta su un quaderno. Un sì o un no che hai paura di dire perché ancora non li capisci del tutto.
Quando li compi, qualcosa nella respirazione si sblocca. Non è ancora gioia — è qualcosa di più antico. È il sollievo dell’animale che si rimette in cammino dopo aver fissato troppo a lungo l’orizzonte.
Due date importanti e un invito
Il 15 Maggio alle 18 sarò alla Biblioteca Virgilio Brocchi, a Nervi. Una bellissima biblioteca nei parchi di Nervi. Se vuoi venire sarò felice di salutarti. Presento “La gioia ribelle”
Il 9 giugno: Valerio Grutt ospite del nostro percorso
Per tutte queste ragioni, il 9 giugno Valerio Grutt sarà con noi in un incontro fuori programma. Ci racconterà come è nato Immagini dal deserto, che cosa significa lavorare con la presenza quando la memoria viene meno, e come la poesia possa abitare il deserto senza pretendere di addomesticarlo. Lo spettacolo è andato in scena ieri e tornerà a settembre, ma la sua testimonianza arriverà prima — direttamente nelle nostre stanze.
Ti dico onestamente perché mi sembra prezioso. Le persone che lavorano con l’Alzheimer in modo creativo ci insegnano qualcosa che riguarda tutte le transizioni, anche quelle infinitamente più lievi: che l’integrità della persona non sta nella memoria, e nemmeno nella coerenza biografica. Sta nel gesto presente. Nel passo. Nel respiro. È una notizia rivoluzionaria per chi ha paura di ciò che potrà perdere — e quale donna oltre i cinquanta non ha, almeno qualche notte, questa paura? Vuoi partecipare? Iscriviti qui
Il 19 luglio: una giornata in cammino, sopra Chiavari
Poi, sabato 19 luglio, vorrei farti una proposta che ha la forma di un sentiero. Una giornata di pratica e cammino condiviso al Rifugio del Passo del Bocco, sopra Chiavari.
Cammineremo insieme — non molto, non veloce, non sportivamente. Tra un passo e l’altro faremo pratica: respiro, ascolto del corpo, momenti di silenzio nel bosco, una pratica di self-compassion guidata, lo stare in cerchio nel modo in cui le donne sagge lo hanno sempre fatto.
Camminare insieme è la forma più antica e più semplice di stormo. È mettere i piedi accanto ai piedi di altre, sapendo che nessuna di noi conosce esattamente la strada — e che proprio per questo si va. L’azione imperfetta, nelle transizioni, si pratica meglio insieme. Il deserto si attraversa in compagnia.
Ti manderò i dettagli logistici nei prossimi giorni. Per ora, se senti che ti chiama, segna la data.
Una piccola pratica per questa settimana
Cerca, nella tua vita di questi giorni, un’azione imperfetta che continui a rimandare aspettando di essere “pronta”. Non l’azione grande della tua vita — un’azione piccola. Un gesto di tre minuti. Una frase. Una telefonata. Un movimento che il corpo già sa, ma che la mente sta trattenendo.
Falla. Goffamente. Senza prepararti troppo. Senza aspettare il momento giusto.
Poi siediti, anche solo trenta secondi, e nota cosa succede nel corpo. Non nei risultati — nel corpo. Quasi sempre, qualcosa si scioglie. Quel qualcosa, in lingua semplice, si chiama fiducia.
Ne parleremo insieme, nella pratica di Martedì 19 alle 20, su zoom
Con grazia, grinta e gratitudine,
Nicoletta
© La gioia ribelle. La mindfulness e l’arte di invecchiare, Enrico Damiani Editore
