Pema Chödrön dice una cosa che mi accompagna da anni: “Non lasciare che la vita ti indurisca il cuore.”
È una frase semplice. Ma ogni volta che la rileggo mi chiedo: ce l’ho fatta? Il mio cuore è ancora morbido? O si è indurito senza che me ne accorgessi — lentamente, come succede con le cose che cambiano giorno dopo giorno?
Penso a tutte le volte in cui ho chiuso. In cui ho sentito qualcosa salire — una paura, un bisogno, una tenerezza — e invece di lasciarla arrivare ho stretto. Ho contratto le spalle, ho trattenuto il respiro, ho messo una distanza. Mi sono protetta.
E poi mi sono chiesta: da cosa, esattamente?
L’intimità e le sue porte chiuse
L’intimità è un bene prezioso. La cerchiamo in tutte le relazioni che ci sono care. Soffriamo la sua mancanza e la inseguiamo come un assetato cerca l’acqua, come una lucertola cerca il sole.
Ne abbiamo bisogno per andare avanti perché la sensazione di isolamento ed esclusione è una delle più difficili da tollerare. Eppure, proprio noi che la desideriamo tanto, siamo le prime a chiuderle la porta.
Perché l’intimità chiama l’abbandono e l’apertura. Le difese chiamano la chiusura e il contegno. Sono movimenti opposti. Non possono coesistere nello stesso momento.
A volte ci raccontiamo che ci abbandoneremo a chi varcherà le nostre difese. Come nelle favole: quando arriverà la persona giusta, quando saremo finalmente al sicuro, allora ci apriremo. Ma quando questo accade — se accade — rimane il sospetto e il dubbio. Perché l’intimità, quella vera, ci coglie sempre di sorpresa. Non aspetta che siamo pronte. Non bussa educatamente. Arriva quando siamo sguarnite. E se non lo siamo mai, non arriva.
Jack Kornfield dice che l’intimità può manifestarsi in qualsiasi istante: è un atto di abbandono, un dono che non esclude niente.
Non esclude niente. Ecco cosa le difese non sopportano.
Il corpo sotto assedio
Siamo abituate ad associare l’idea delle difese alla sicurezza. Convinte che difenderci — fisicamente e psicologicamente — ci metta al riparo da danni e problemi.
Ma il nostro corpo funziona diversamente dalla nostra mente. Per lui, avere delle difese attive significa una cosa sola: che esiste una minaccia. Significa avere paura. Significa essere in pericolo.
Così, anziché sentirsi al sicuro, si sente sotto attacco. I muscoli si contraggono. Il respiro si accorcia. Il cuore batte in allerta. Non è rilassamento — è vigilanza. È prepararsi a un colpo che potrebbe arrivare.
Molti dei nostri sintomi — la stanchezza cronica, la tensione che non si scioglie, l’ansia di fondo — non sono espressione della nostra difficoltà emotiva. Sono l’espressione del protrarsi delle difese. È l’assedio che ci stanca. Non il nemico.
Ci difendiamo dal dolore. Dai rischi. Ci difendiamo dall’amore e dalla mancanza di amore. Ci difendiamo dal rischio di fallire e dal rischio di andare troppo avanti.
Arriviamo a casa la sera che non sappiamo se siamo stanche perché abbiamo vissuto o perché ci siamo difese. Ci vestiamo la mattina e non sappiamo se stiamo indossando abiti o un’armatura, un’abile maschera capace di nasconderci e proteggerci dagli agguati del quotidiano.
I pattern che si ripetono
Ho letto qualcosa di recente che mi ha colpito molto. La nostra prima transizione — dal grembo al mondo — stabilisce pattern fondamentali nel nostro sistema nervoso. Pattern per come navigheremo il cambiamento, la connessione, la sicurezza.
Questi pattern non esistono nella memoria conscia. Non li ricordiamo. Eppure influenzano come affrontiamo ogni inizio, ogni transizione, ogni conclusione. Ogni volta che qualcosa finisce e qualcos’altro comincia, il nostro sistema nervoso pesca in quel repertorio antico.
E poi le prime relazioni — con chi si è preso cura di noi — aggiungono altri strati. Se quando eravamo aperte, amorevoli e rilassate è accaduto qualcosa di avverso — una frustrazione, un rimprovero, un abbandono — abbiamo imparato a difenderci. Abbiamo imparato che l’apertura è pericolosa.
Quelle difese erano la cosa migliore che potevamo fare in quel momento. Erano intelligenti. Erano necessarie. Ci hanno permesso di sopravvivere.
Ma col tempo diventano automatiche. Scattano anche quando non servono più. E ogni volta che scattano, riportano in vita il clima emotivo di allora. Non il pericolo di oggi — il pericolo di ieri.
Ecco la cosa che ho capito dopo molti anni di lavoro — su di me e con le persone che accompagno:
Le difese non ci proteggono dal dolore nuovo. Riattivano il dolore vecchio.
Ogni volta che ci chiudiamo, non stiamo evitando una ferita. Stiamo riaprendo quella antica. Le difese mantengono vivo proprio quello da cui dovrebbero proteggerci.
La ferita fondamentale
John Welwood — uno psicologo che ha dedicato tutta la vita all’integrazione tra psicologia e spiritualità — diceva una cosa che all’inizio mi sembrava troppo semplice. Diceva che tutte le ferite psicologiche sono una sola ferita: quella intorno all’amore. La disconnessione dall’amore. Il non sentirsi amati o amabili per come siamo.
È una cosa così tenera. Così vulnerabile da ammettere. Eppure è così universale.
E poi aggiungeva: le ferite psicologiche sono sempre relazionali. Si formano nelle nostre relazioni con chi si è preso cura di noi. Per questo è nelle relazioni che i nostri problemi irrisolti tendono a mostrarsi più intensamente.
Se fai un ritiro da sola in una grotta, le tue ferite relazionali potrebbero non emergere. Potresti sentirti in pace, centrata, illuminata. Ma appena torni a vivere con qualcuno — eccole lì. Pronte a scattare. Il partner che non ti ascolta, l’amica che ti delude, il collega che ti ignora — e tutto il vecchio dolore torna a galla.
C’è un’altra cosa che Welwood dice, e questa mi ha fatto riflettere a lungo: “C’è un segreto sull’amore umano che viene comunemente ignorato: ricevere amore è molto più spaventoso e minaccioso che darlo.”
Pensateci. Quante di voi fanno più fatica a ricevere che a dare? Quante si sentono più a loro agio nel prendersi cura degli altri che nel lasciarsi curare? Quante, di fronte a un complimento sincero, si schermiscono, minimizzano, cambiano argomento?
Dare ci mette in una posizione di controllo. Ricevere ci chiede di essere vulnerabili. Di ammettere che abbiamo bisogno. Di fidarci che l’altro non ci farà del male.
E se la nostra storia ci ha insegnato che fidarsi è pericoloso, ricevere diventa quasi impossibile.
Meno ripetibili, non più feribili
E allora arriviamo al punto che mi sta più a cuore.
Se le difese riattivano il dolore antico invece di proteggerci da quello nuovo — allora rimanere aperte non significa essere più vulnerabili.
Significa essere meno prevedibili a noi stesse. Meno ripetibili.
Quando ci difendiamo, ripetiamo. Sempre la stessa storia, sempre la stessa chiusura, sempre lo stesso dolore. È come un disco rotto che ricomincia sempre dallo stesso punto. Diversi partner, stesse dinamiche. Diverse amicizie, stesse delusioni. Diversi lavori, stesse frustrazioni.
Quando restiamo aperte, possiamo finalmente incontrare qualcosa di nuovo. Possiamo scoprire che questa volta è diverso. Che questa persona non è quella che ci ha ferito. Che questo momento non è quel momento.
L’alternativa non è restare senza protezione. È cambiare tipo di protezione.
C’è una differenza enorme tra sapersi difendere e sapersi confortare. Difendersi significa tenere fuori. Confortarsi significa accogliere dentro e poi calmare.
La libertà che cerchiamo non nasce dalla vittoria. Non è la libertà di chi ha vinto tutte le battaglie e non ha più nemici. È la libertà di chi non è più sotto l’assedio delle proprie difese.
La vulnerabilità come forza
La sensazione di sicurezza che le difese ci danno ci inganna. Perché ci toglie la vulnerabilità. E noi abbiamo bisogno di essere vulnerabili per sentirci vive.
Abbiamo bisogno della vulnerabilità per crescere. Per cambiare. Per innamorarci. Per osare qualcosa di nuovo. Per creare. Per chiedere aiuto. Per dire “non lo so”. Per dire “mi manchi”. Per dire “ho paura”.
Dal crepacuore ci difendiamo rinunciando ad amare. Dalla perdita ci difendiamo rinunciando a vivere. Le difese, ponendo un limite alla vitalità, sono anche una piccola morte.
Camminare tra il nostro bisogno di sicurezza e la nostra necessità di quell’apertura che ci offre la vulnerabilità — questo è ciò che rende ogni giornata un nuovo apprendimento.
Non si tratta di scegliere una volta per tutte. Si tratta di camminare. Ogni giorno, un passo alla volta, tra la paura e il desiderio.
Una pratica: vacanza dalle difese
Tempo: 20-30 minuti
Cosa ti serve: uno spazio tranquillo, il tuo quaderno
Parte A: Radicamento (5 minuti)
Siediti in una posizione comoda. Senti i piedi sul pavimento, il peso del corpo sulla sedia. Fai qualche respiro profondo, lasciando che l’espirazione sia più lunga dell’inspirazione.
Porta l’attenzione al petto. Nota se c’è tensione, contrazione, chiusura. Non cercare di cambiarla — solo notala. Respira in quello spazio.
Parte B: Esplorazione (15 minuti)
Nel tuo quaderno, rispondi a queste domande. Scrivi di getto, senza censurarti.
Dove scattano le mie difese? Pensa alle ultime settimane. In quali momenti hai sentito il cuore chiudersi? Con chi? In quale situazione? Cosa stava succedendo?
Cosa sto proteggendo? Dietro alla difesa, cosa c’è di vulnerabile? Quale paura? Quale bisogno? Quale vecchia ferita?
Cosa succederebbe se restassi un momento in più? Immagina di non chiudere. Di restare aperta un respiro in più. Cosa potrebbe accadere? Qual è la cosa peggiore che temi? E qual è la cosa migliore che potrebbe succedere?
Di cosa avrei bisogno per sentirmi al sicuro senza difendermi? Non “di cosa avrei bisogno dall’esterno” — ma dentro di me. Quale risorsa interna potrebbe aiutarmi a restare aperta?
Parte C: Intenzione (5 minuti)
Rileggi quello che hai scritto. Scegli una situazione specifica in cui le tue difese scattano regolarmente.
Scrivi un’intenzione per la prossima volta:
“La prossima volta che mi trovo in questa situazione, invece di chiudere, proverò a…”
Non deve essere qualcosa di eroico. Può essere semplicemente: respirare, notare cosa succede nel corpo, restare un momento in più prima di reagire.
Tornare a Pema Chödrön
“Non lasciare che la vita ti indurisca il cuore.”
La vita ci ferisce. Questo è inevitabile. Ma l’indurimento non è inevitabile. È una scelta che facciamo — spesso senza accorgercene — ogni volta che ci chiudiamo invece di attraversare.
Possiamo scegliere diversamente. Non sempre. Non perfettamente. Ma più spesso di quanto pensiamo.
Potremmo, proprio oggi, prenderci una vacanza dalle difese. Non per sempre — solo per oggi. E sentire com’è il gusto della libertà. La libertà che nasce dal sapersi confortare, anziché sapersi difendere. La libertà che nasce dalla fiducia di saper calmare ciò che ci agita, anziché dal tenerlo fuori, sotto controllo e sotto assedio.
Potremmo sempre riaccenderle, se necessario. Ma intanto, per un momento, respirare senza armatura.
A fine marzo inizierà un nuovo protocollo MBCT — otto settimane per lavorare sui pattern automatici, sulle risposte che ripetiamo senza accorgercene. È un lavoro che si fa insieme, in gruppo, con il supporto delle pratiche. Se senti che questo tema ti riguarda, potrebbe essere il momento giusto per andare più in profondità. Trovi tutte le informazioni sul mio sito.
Nel video qui sopra trovi la diretta di sabato su questo tema. Se preferisci ascoltare, mettiti comoda con una tazza di tè.
E questa settimana, prova a notare: dove scattano le tue difese? In quali momenti senti il cuore che si chiude?
E cosa succederebbe se, invece di chiudere, restassi un momento in più?
Con grazia, grinta e gratitudine
Nicoletta
© Nicoletta Cinotti 2026 Il protocollo MBCT
