
Tra il sintomo che vogliamo far passare e il carattere con cui ci siamo identificati stanno le emozioni. Una riflessione in vista di martedì 21 aprile, quando Mindfulness ed emozioni arriva in edicola in allegato al Sole 24 Ore.
Anni fa ho seguito una donna con un disturbo dell’umore. Il suo umore aveva oscillazioni forti: quando saliva era troppo eccitata, quando scendeva diventava disperata. Tra un polo e l’altro il corpo pagava un prezzo alto: l’ansia, lo sfinimento, il dolore fisico della corsa continua tra vette e fondali. Era una paziente straordinaria: disciplinata, motivata, meditava, teneva un diario emotivo, faceva gli esercizi come una soldatina. Sui sintomi abbiamo lavorato bene, per mesi. Non sono riusciti a scomparire — i disturbi dell’umore tendono a essere cronici — ma abbiamo trovato un modo per cui lei potesse stare bene dentro il suo disturbo. Era un risultato vero, e per un po’ è sembrato bastare.
Poi è arrivato il momento in cui il lavoro è cambiato. Abbiamo cominciato a toccare qualcos’altro — non il sintomo che la faceva soffrire – ma il modo in cui lei stava al mondo. Era figlia unica, molto desiderata, nata in una famiglia benestante ed estremamente amata. Era stata trattata con riguardo assoluto da sempre. E pretendeva lo stesso riguardo da tutti: voleva essere trattata come una regina. Solo che non offriva mai lo stesso riguardo in cambio: trattava gli altri come servitori. Era una modalità difensiva antica, nata da qualcosa di molto più doloroso: il fatto che in famiglia non era mai stata libera di essere sé stessa.
Era nata per rendere felici i suoi genitori e il riguardo che riceveva era la merce di scambio. Il suo “io sono così” — imperiosa, esigente, incapace di empatia — era una vendetta difensiva costruita in anni di privazione mascherata da amore.
Qui il lavoro è diventato difficile. Non più collaborativo, combattivo. Non più alleata del terapeuta, ma contro. Perché lei non voleva smettere di essere quella che era. Era diventata la sua identità.
Il sintomo ti dà fastidio. Il carattere sei tu
Ecco la distinzione che vorrei riuscire a tracciare bene, perché nella mia esperienza clinica è quella che fa la differenza tra una terapia che si chiude soddisfatta e una terapia che va davvero in profondità.
Il sintomo è qualcosa che soffri. L’ansia, il disturbo dell’umore, l’insonnia, gli attacchi di panico ,ce ne sbarazziamo volentieri, appena capiamo come. Sul sintomo diciamo sto male, questa cosa mi fa stare male, voglio smettere di stare male. Siamo collaborativi con chi ci aiuta. Abbiamo fretta. Qualche volta troppa.
Il carattere è diverso. Il carattere è la modalità con cui abbiamo organizzato, negli anni, le nostre difese. È l’impronta che certe emozioni — le stesse, ripetute, attivate dai medesimi inneschi — hanno lasciato dentro di noi fino a diventare una forma. Sul carattere non diciamo sto male. Diciamo io sono così. E ogni volta che dici “io sono così” — perché te lo sei sentita dire, o perché lo ripeti tu — stai entrando nella definizione del tuo carattere. Sul carattere non siamo collaborativi. Siamo identificati. Quando qualcuno prova a toccarlo, ci ribelliamo. Qualche volta contro il terapeuta, qualche volta contro il partner, qualche volta contro noi stessi.
Ti faccio un altro esempio, più ordinario. Una persona soffre di ansia. È disponibile, disponibilissima, a curare la sua ansia. Fa tutto: terapia, pratica, farmaco se serve, esercizio fisico, lettura. Ma quella stessa persona è anche perfezionista: controlla tutto, alza continuamente l’asticella, non molla mai. Il perfezionismo alimenta l’ansia, è una delle sue principali fonti. Eppure, quando le proponi di lavorare sul perfezionismo, si irrigidisce. Lì non è più disponibile. Perché il perfezionismo è diventato un tratto con cui si è identificata: io sono fatta così, ho sempre dato il massimo, è grazie a questo se sono arrivata dove sono arrivata. L’ansia è qualcosa che le succede. Il perfezionismo è chi crede di essere. Ed è proprio quell’identificazione a renderla così resistente al cambiamento.
Le emozioni come anello di congiunzione
Ed eccoci al punto che mi preme dire con chiarezza, perché è il cuore di quello che ho cercato di raccontare in Mindfulness ed emozioni e di tutto il lavoro che faccio da quarant’anni a questa parte.
Tra il sintomo e il carattere stanno le emozioni. Le emozioni sono l’anello di congiunzione.
Il carattere non cade dal cielo, non è una natura fissa. Il carattere è disegnato dalle emozioni più frequenti e più ripetute della nostra vita, quelle che abbiamo provato tante volte, dalla prima infanzia in poi, nelle stesse situazioni, con le stesse persone, fino a quando hanno lasciato un’impronta. Quell’impronta è il nostro carattere. Ogni volta che succede qualcosa che somiglia anche solo vagamente a ciò che ci ha feriti da piccoli, quell’impronta si risolleva e noi reagiamo come se stessimo rispondendo alla ferita originaria. Non rispondiamo al presente: rispondiamo a una vecchia storia che il presente ha sfiorato.
Per questo riconoscere le emozioni — imparare a chiamarle, a distinguerle, a sentire dove abitano nel corpo — è il primo gesto che rende possibile il cambiamento anche su quel piano così profondo che è il carattere. Senza le emozioni come strumento di navigazione, il carattere resta un’identità opaca, e continuiamo a ripetere.
In bioenergetica parliamo di cinque strutture caratteriali principali, che sono cinque illusioni organizzate in cinque diverse configurazioni di emozioni ripetute. C’è chi ha strutturato la propria vita attorno all’illusione di essere speciale e di essere nato nella famiglia sbagliata, sono spesso le persone con la sensazione di essere stati adottati, di venire da altrove, un po’ sopra le righe rispetto alla famiglia d’origine. C’è chi ha strutturato la vita attorno all’illusione che l’amore si guadagni con la generosità, dando, dando ancora, dando sempre, perché solo così si è meritevoli. C’è chi ha strutturato la vita attorno all’illusione che per essere al sicuro bisogna controllare tutto e fare tutto bene, come dei soldatini infaticabili. C’è chi ha strutturato la vita attorno all’illusione di essere unico, prezioso, diverso dagli altri. E c’è chi ha strutturato la vita attorno all’illusione che il dovere debba venire prima del piacere, sempre, come forma di rigida sicurezza.
Nessuno di noi è un carattere puro. Siamo configurazioni complesse. Ma in ciascuna di queste illusioni riconosci un’emozione dominante, o meglio una costellazione di emozioni che si è ripetuta fino a diventare una forma.
La generosità, per esempio
Ti dico una cosa che vale per me, perché in questo spazio non voglio parlarti da esperta ma da persona che fa il suo cammino accanto al tuo.
Il mio tratto dominante è quello orale. La generosità è una qualità che riconosco di avere e che mi piace di me. Solo che, sotto la generosità, c’è un’antica convinzione: l’amore bisogna guadagnarselo. E se non sono attenta, la mia generosità diventa il meccanismo con cui cerco di meritare l’amore invece di riceverlo come dono. È un lavoro su cui continuo, ancora oggi, dopo tanti anni di pratica e di terapia. Non perché la generosità vada scartata — è una parte preziosa di me — ma perché merita di essere esplorata piuttosto che subita. Di essere una scelta, non un automatismo.
È questa la differenza che fa la pratica di mindfulness quando la applichiamo al carattere. Non ci chiede di cambiare chi siamo. Ci chiede di disidentificarci un po’ solo quel tanto che basta a guardarci con l’occhio dello scienziato e il cuore del poeta, come dico spesso ai miei studenti. Abbastanza da poter dire sto esplorando la mia generosità, la mia rabbia, la mia paura, invece che sono la mia generosità, sono la mia rabbia, sono la mia paura.
Sotto ogni carattere, l’ansia
C’è un’altra cosa che voglio dire, perché è il motivo per cui l’ansia ha nel mio lavoro un posto così centrale, tanto da aver scritto due libri interi sull’argomento.
Sotto ogni difesa caratteriale, sotto ogni “io sono così”, c’è l’ansia. Ogni volta che tentiamo di toccare il carattere, il corpo sente una scossa tellurica. È come se una voce antica dicesse ma sei sicura? Se lasci questa cosa, cosa rimane di te?. Quell’ansia è la ragione per cui molte terapie si fermano a metà strada: si arriva al punto in cui il sintomo è gestito, ma il lavoro più profondo fa troppa paura. Ci si ritira. E dopo qualche mese, magari, il sintomo torna — perché il carattere che l’ha generato è ancora lì, intatto.
Per questo la mindfulness, per me, non è mai solo pratica mentale. Da sola non basta. Ha bisogno del corpo, della bioenergetica, della possibilità di incontrare quella radice corporea su cui il carattere si regge con gentilezza e non con forza. Quando lavoriamo solo con la mente, rischiamo di creare un’altra narrazione — una storia fissa nuova, magari più gentile, ma altrettanto fissa. Quando lavoriamo solo con il corpo, rischiamo di forzare. Quando lavoriamo insieme mente e corpo, testa e cuore, succede qualcos’altro: un cambiamento che non forza, non spinge, non pretende. Passa attraverso micro-illuminazioni, come le chiamo io. Momenti in cui qualcosa cede perché era pronto a cedere, non perché l’abbiamo strattonato.
Una pratica: dall’«io sono così» all’esplorazione
Ti lascio un esercizio che puoi fare in trenta minuti, in un momento tranquillo della giornata. Ti serve un quaderno, una penna, e un posto in cui nessuno ti interrompa.
A. Radicamento (cinque minuti).
Siediti con i piedi ben appoggiati a terra. Non pensare alla postura: pensa al peso. Lascia che il peso del tuo corpo scenda attraverso i piedi e raggiunga la terra. Respira dal naso, senza forzare. Senti il corpo che si appoggia alla sedia, i piedi che si appoggiano al pavimento, il pavimento che si appoggia alla terra. Cinque respiri così, senza fretta. Stai arrivando.
B. La frase che ritorna (dieci minuti).
Scrivi sul quaderno una frase che inizia con io sono così. Deve essere una frase che ti senti dire spesso, da te o dagli altri, su un aspetto di te che ritieni immutabile. Può essere qualcosa che ti piace di te o qualcosa che ti pesa — non importa, l’importante è che sia qualcosa con cui ti sei identificata. Io sono quella che aiuta tutti. Io sono sempre arrabbiata. Io sono quella che non si lamenta mai. Io sono perfezionista. Io sono una che si fa piacere le cose.
Prenditi il tempo di scrivere la frase intera. Poi stai un momento con quello che hai scritto.
C. L’emozione che abita sotto (dieci minuti).
Sotto quella frase — sotto quella modalità — si muove un’emozione. Qualche volta è chiara, qualche volta è opaca. Portale attenzione. Dove la senti nel corpo? Nel petto, nella gola, nello stomaco, nelle spalle? Non cercare di dominarla. Lascia che si faccia sentire. Se è rabbia, lascia che sia rabbia. Se è tristezza, lascia che sia tristezza. Se è paura — e molto spesso sotto i nostri “io sono così” c’è della paura antica — lascia che sia paura.
Poi prova a chiederti: questa emozione, quando l’ho sentita per la prima volta? Non cercare una risposta precisa. Aspetta. Vedi se arriva un’immagine, un frammento di ricordo, una scena. Se arriva, scrivila. Se non arriva, scrivi quello che c’è — il silenzio, la nebbia, la resistenza.
D. Il passaggio dall’identificazione all’esplorazione (cinque minuti).
Ora riscrivi la tua frase iniziale in una forma nuova. Dove prima era io sono così, ora diventa sto esplorando questa parte di me che…. Non non sono più così, che sarebbe un’altra identificazione, solo al contrario. Sto esplorando. È il movimento che Pema Chödrön descrive con parole semplici: posso scegliere di guardare il mondo attraverso la mia rabbia, la mia paura, la mia tristezza — oppure posso scegliere di esplorarle. Non è lo stesso gesto. Non produce lo stesso effetto.
Chiudi il quaderno. Torna al respiro per un paio di minuti prima di alzarti.
Questa è una pratica che si fa in profondità nel ritiro di giugno in Cilento, quello dedicato al lavoro con la ferita originaria e il bambino interiore. Ma non serve un ritiro per iniziare. Serve il coraggio di guardare ciò con cui ci siamo identificati con un occhio un po’ meno severo, un po’ più curioso.
Per chiudere
Tra il sintomo che vuoi curare e il carattere con cui ti sei identificata stanno le emozioni. Se le riconosci, le nomini, le lasci essere invece di combatterle o ignorarle, le tue emozioni diventano la mappa che ti permette di attraversare entrambi i piani. Il sintomo, in superficie. Il carattere, più in profondità. E quella ferita originaria che sta sotto il carattere, ancora più in fondo, con la gentilezza che merita.
Martedì 21 aprile, Mindfulness ed emozioni torna in edicola, in allegato al Sole 24 Ore a un prezzo ridotto. È il libro in cui ho cercato di disegnare quella mappa — non come un trattato, ma come un compagno di strada. Te lo segnalo non perché l’ho scritto io, ma perché in queste settimane, rileggendolo, ho ritrovato strumenti che uso tutti i giorni in studio e nella mia pratica personale. E perché le emozioni, con tutta la loro forza, sono davvero l’anello di congiunzione tra il modo in cui stiamo male e il modo in cui siamo diventati quello che siamo.
Con grazia, grinta e gratitudine,
Nicoletta
© Nicoletta Cinotti 2026 Il Programma di Mindful self-compassion
