Riflessioni dalla mia chiacchierata con Nina Love
Qualche giorno fa ho avuto una conversazione con Nina Love — Lara Ditfield nella vita — su un tema che attraversa tutto il mio lavoro e tutta la mia vita: il corpo come casa. Il corpo come luogo dove tornare, soprattutto quando il mondo ci dice che dovremmo andare altrove.
Nina si occupa di sessualità e benessere intimo, e la cosa che ci ha unite subito è stata una domanda semplice e radicale: cosa succede quando smettiamo di sentire il corpo?
È una domanda che conosco bene. Non solo come terapeuta, ma come donna che per anni non ha sentito il proprio corpo. Vi racconto una cosa di me che forse non sapete: da giovane non sapevo mai quanto vestirmi. Non percepivo il caldo né il freddo. Potevo uscire vestita allo stesso modo d’estate e d’inverno. Ero molto intellettuale, vivevo dalla testa in su, e il corpo era un mezzo di trasporto — niente di più.
La neve e le mani nude
Poi, nel 1979, un’amica mi trascinò a un seminario di bioenergetica. Un americano. Sembrava tutto un po’ folle. Ma è successo qualcosa che non ho mai dimenticato: mi sono sentita viva. Non mentalmente viva — fisicamente, visceralmente viva. Come quando torni al caldo dopo aver giocato con la neve a mani nude: le mani fanno male, formicolano, bruciano. Ma quel bruciore è il segnale che stai tornando a sentire.
Ho capito che c’era un mondo intero di esperienza che non conoscevo. Il sapore del buono, lo chiamo io. E devo essere onesta: ci ho messo tantissimo tempo a svegliare il corpo. Ma quel primo assaggio mi ha dato la motivazione per continuare.
Lo dico perché “non sento niente” è una frase che ascolto spesso nel mio lavoro. E so che dietro c’è la tentazione di mollare — di pensare che se non senti, non c’è niente da sentire. Invece è il contrario. Il corpo è sempre la nostra casa. Anche quando abbiamo chiuso la porta a chiave e buttato via la chiave.
Abbassare il volume
Nella nostra conversazione con Nina è emersa un’immagine che trovo potente: abbassare il volume del corpo. Funziona così: quando viviamo qualcosa di troppo doloroso, troppo spaventoso, troppo intenso per essere elaborato, il corpo risponde. Si contrae o collassa. È una protezione intelligente, un atto d’amore del nostro sistema nervoso. Il problema è che quando abbassi il volume del dolore, abbassi anche il volume del piacere. E quando il corpo tace, i pensieri urlano. La proliferazione mentale, l’ansia, il rimuginio — sono spesso il segnale che il corpo è stato messo in silenzio.
C’è una distinzione che Stephen Porges ci ha insegnato e che trovo fondamentale, soprattutto per noi che invecchiamo: la differenza tra sentirsi al sicuro da e sentirsi sicuri di. Posso sentirmi al sicuro dal freddo perché il mio maglione è caldo. Ma sentirmi sicura di aprirmi, di espormi, di essere vulnerabile — quello richiede un sistema difensivo morbido, abbassato. Richiede che il corpo si fidi.
La mindfulness come ammorbidente
Se la bioenergetica mi ha svegliato il corpo, la mindfulness mi ha ammorbidito il carattere. Devo confessarlo: malgrado tutto il lavoro corporeo, io rimanevo dura. La mia determinazione, la mia ambizione, la mia volontà mi rendevano troppo rigida. È stata la mindfulness a insegnarmi la resa — non come sconfitta, ma come apertura.
Kabat-Zinn, quando l’ho incontrato, mi ha detto due frasi che porto ancora con me. La prima, quando gli chiesi come fosse possibile gestire trecento persone in un seminario: “Tu pensi che io farei una cosa che non mi sento in grado di gestire?” La seconda, quando giorni dopo andai a scusarmi per la domanda: “Ma tu sei ancora lì?”
Ecco: essere ancora lì è il contrario della presenza. La mindfulness è proprio questo — non restare attaccati alla storia che ci raccontiamo, al già conosciuto, al già saputo. Guardare ogni momento — e ogni persona — come se fosse la prima volta.
Invecchiare con curiosità: la gioia ribelle
Nina mi ha chiesto cosa consiglierei a chi non si è mai avvicinata a questo tipo di lavoro. La mia risposta è stata semplice: essere curiosi.
La curiosità è l’antidoto alla rigidità dell’età. Non all’età — alla rigidità. Io faccio lezione di yoga e di pilates, e sono spesso la più vecchia del gruppo. Un istruttore una volta mi disse: “Ma quel gruppo lì è molto giovane.” E ogni volta che mi permetto di rompere uno stereotipo — di età, di ruolo, di aspettativa — sento che guadagno vitalità.
Questa è la mia gioia ribelle. La gioia che nasce dal non accettare di diventare invisibili. Dal continuare a esplorare. Dal non chiudere capitoli che nessuno ci ha chiesto di chiudere.
Lo dico anche rispetto alla sessualità — un tema che nella conversazione con Nina è stato centrale. La maggioranza delle donne che rimangono sessualmente attive dopo la menopausa dichiara di essere soddisfatta della propria vita sessuale. Il punto non è l’età: è la scelta di continuare a sentire. Di non chiudere la porta. Di non usare l’età come alibi per smettere di vivere.
La mia bisnonna sposò il suo fidanzatino di gioventù a ottant’anni. Li andavo a trovare ogni settimana. Si abbracciavano, si davano i baci, si tenevano per mano. Anche quella è sessualità: il corpo che continua a cercare il contatto, la tenerezza, la vita.
Un invito per questo mese
Vi lascio con una pratica semplicissima che viene dalla nostra conversazione. Nina ha ricordato l’esercizio dell’uvetta di Kabat-Zinn — quel gesto di prendere un chicco d’uva e dedicargli tutta la nostra attenzione prima ancora di metterlo in bocca.
Questa settimana, provate a fare lo stesso con un momento qualunque della vostra giornata. Non serve un cuscino, non servono venti minuti. Basta un istante: la qualità della luce dalla finestra. Il contatto dei vestiti sulla pelle. Il calore della tazza tra le mani. E chiedetevi: cosa sento nel corpo, adesso?
Non cercate risposte. Cercate sensazioni. Il corpo sa sempre dove siamo — anche quando noi ci siamo dimenticati di chiederglielo.
A presto,
© Nicoletta Cinotti
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