
Qualche giorno fa ho ferito una persona che amo.
Non era nelle mie intenzioni — non lo è mai — eppure è successo. Una richiesta arrivata in un momento in cui non ero pronta ad accoglierla, la mia reazione difensiva, le parole più dure del necessario. E poi, quando l’eco delle parole si è placata, è arrivato il dispiacere. Quel dispiacere preciso, fisico, che si deposita in mezzo al petto e non molla.
Mentre la mente cercava già di costruire le sue ragioni — di spiegare, di giustificare, di rivedere la scena per metterci dalla parte giusta — mi sono ricordata di una frase scomoda di Charlotte Joko Beck. Lei dice che il segno più sicuro che stiamo praticando nel modo giusto è la capacità di sentirci davvero dispiaciuti per aver fatto del male a qualcuno. Perché il nostro sé egocentrico, quello che vuole soltanto evadere in un posto che non sia pericoloso o doloroso, non si dispiace mai sinceramente. Vuole solo non sentire.
Non è il tempo che ricompone
Quarant’anni di meditazione e ancora — ancora — mi capita di reagire dall’automatismo, anziché dal contatto con quello che sento. La differenza è che adesso il dispiacere arriva. Non come fallimento. Come segno.
Allora la domanda non è perché abbiamo sbagliato. La domanda è: perché continuiamo a ferire, e a essere ferite, anche quando sappiamo? Perché capire non basta?
Pensieri di seconda mano
Mi sono fatta una domanda, l’altro giorno, che mi accompagna da allora: quanti pensieri davvero nuovi ho in una giornata?
La risposta onesta è: pochissimi.
I pensieri sono ripetizioni. Ripetizioni di cose che abbiamo già imparato, di reazioni che abbiamo già reagito, di conclusioni che avevamo già tratto. Hanno il potere di suscitare emozioni già conosciute, di confermare umori già vissuti, di chiudere prima ancora di aver aperto. Ci piacciono perché ci sembra che ci diano certezze. E invece quello che spesso scambiamo per certezza è soltanto la familiarità di un solco già scavato.
La nostra fiducia nei pensieri — e il nostro sospetto nei confronti del corpo — creano una serie di paradossi che vale la pena nominare.
I paradossi della certezza
Il primo è che ci convinciamo che basti capire qualcosa per cambiarla. L’evidenza ci dimostra il contrario — quante volte abbiamo capito, e quante volte siamo tornate a fare la stessa cosa? — ma la convinzione resta. Il secondo paradosso è che lasciamo scorrere i pensieri come un fiume ininterrotto, e così facendo limitiamo il nostro dialogo amoroso con la vita, alterando la percezione delle cose. Il terzo, forse il peggiore, è che capire diventa un sostituto del curare. Se capiamo come mai qualcosa è accaduto, ci sembra di aver già curato gli effetti che ha prodotto. Ma capire, da solo, non conforta. Conforta il corpo. Conforta una presenza. Conforta un abbraccio. Capire non basta mai.
Joko Beck, nel suo Meraviglia quotidiana, fa una distinzione che da quando l’ho letta non mi ha più lasciata. C’è una differenza, dice, tra convinzioni e strategie.
Le convinzioni sono nate per sopravvivere a un dolore antico. Qualcosa che ci ha fatto male — da piccole o da grandi — e a cui abbiamo dato un significato per renderlo sopportabile: non sono amabile, devo essere brava per essere accettata, gli altri prima o poi mi tradiscono, se non controllo tutto crolla tutto. Sono convinzioni di sopravvivenza. Hanno reso un servizio, in un altro tempo, a una versione di noi più piccola.
Ma — e qui sta il punto — non sono le convinzioni a farci davvero male nel presente. Sono le strategie che mettiamo in atto per sopravvivere alle convinzioni. È la strategia che ci rovina la giornata, la relazione, l’umore. Non la convinzione in sé.
Il danno della strategia
E Joko Beck dice una cosa che mi sembra centrale: l’unico modo di incrinare la convinzione è stare a livello esperienziale con la sofferenza che è alla base della convinzione. È questo, dice, il nostro compito più importante — e non lo si può fare con il pensiero.
Le strategie le riconosciamo bene, perché sono le nostre vecchie amiche. Catastrofizzare — costruire scenari fino a precipitare nell’ansia, il respiro che si alza, il petto che si stringe in un anello. Esagerare i dettagli negativi e minimizzare quelli positivi — il celebre “tutto bene, ma…” o “è andata bene, però…” che apre la lista delle cose che non vanno. Leggere il pensiero degli altri — convincerci di sapere cosa l’altro sta pensando, attribuirglielo, e poi confermare la nostra previsione comportandoci di conseguenza. I “devo” — costruire una lista di regole che rompiamo continuamente sentendoci in colpa, e arrabbiarci in modo sproporzionato quando sono gli altri a romperle. Biasimare — tenere noi e gli altri responsabili di tutto quello che non è andato secondo le nostre aspettative, sostituendo il radicamento con l’illusione.
La solita “Top ten”
Da queste strategie ripetute mille volte nascono i pensieri ricorrenti. La nostra personale TOP TEN. Quella che, quando arriva, suona più o meno così:
sbaglio sempre
sono una perdente
qualcosa deve cambiare
nessuno mi capisce
il mondo è contro di me
non ce la faccio più
vorrei scomparire
non vale la pena
sono così impotente
mi odio
Riconosci la tua versione? Perché ognuna di noi ne ha una. E sono pensieri di seconda mano. Non descrivono la realtà — descrivono la strategia con cui sopravviviamo a una convinzione che non abbiamo mai osato guardare in faccia.
Joko Beck aggiunge una cosa che quasi fa sorridere: più pratichi, più ti accorgi che la convinzione di base emerge e poi si nasconde di nuovo. Non è, come sembrava un tempo, una cosa potente che dirige tutto di continuo. Quando viene a trovarti, non si ferma a lungo. La vedi in azione. E dopo un po’, fa quasi ridere.
Parole dal buio
Qualche tempo fa, durante il protocollo MBCT, una partecipante mi ha scritto una mail molto onesta. Era in un momento di dolore acuto. Mi diceva che aveva sempre pensato che scendere in cantina e accendere la luce per vedere cosa ci fosse, potesse fare tanto bene. E adesso non ne era più sicura. Sviluppare consapevolezza, cercare la verità, attenersi ai valori, fare un percorso per abitare ed elaborare il dolore, niente di tutto questo, scriveva, sembrava averle reso la vita più facile. C’era tanto, troppo dolore. Non voleva sentirlo. Vorrei essere come gli altri, mi scriveva: meno sensibile, più capace di scartare ciò che non serve, di andare avanti senza rimorsi.
L’ho letta e riletta quella mail, perché è una domanda vera. La pratica ci rende la vita più facile?
No. Non promette questo.
La pratica non ci rende la vita più facile
La pratica non ci rende la vita più facile. Ci rende capaci di starci dentro. È una distinzione importante — e a volte, nei momenti più duri, sembra una differenza insufficiente. Eppure è tutto quello che c’è. E, alla lunga, è molto.
Le sviste — come la mia con la persona che amo — continueranno ad arrivare. Le strategie vecchie torneranno. La TOP TEN farà ancora il suo giro. Ma qualcosa cambia: il dispiacere arriva prima. Restiamo un po’ di più con la sensazione fisica del dolore, anziché correre subito a costruire la spiegazione. E quel “restare un po’ di più” è l’inizio di tutto.
Alexander Lowen, il padre della bioenergetica, scriveva una cosa che dialoga in modo sorprendente con Joko Beck: “Ogni pensiero è in relazione a una sensazione e favorirà o contrasterà la sensazione a seconda della struttura caratteriale dell’individuo. In un individuo sano, pensiero e sensazione seguono direzioni parallele, riflettendo l’unitarietà della personalità. Nell’individuo nevrotico il pensiero entra spesso in contrasto con le sensazioni, fino ad arrivare alla dissociazione tra pensiero e sensazione.”
Lo snodo
È questo lo snodo. Le strategie mentali — catastrofizzare, biasimare, leggere il pensiero degli altri — sono il modo in cui il pensiero entra in contrasto con la sensazione. Stiamo male, e invece di stare male, costruiamo un teatro mentale per non sentire dove stiamo male. Il pensiero si stacca dal corpo. La dissociazione comincia.
E allora dove troviamo pensieri nuovi? Pensieri davvero nuovi, non ripetizioni di strategie vecchie?
Li troviamo nel corpo. Perché il corpo non si ripete. La sensazione, momento per momento, è sempre diversa — il respiro di adesso non è quello di un minuto fa, il petto contratto cambia se ci stiamo dentro un po’, il dolore stesso si muove se gli diamo spazio. Il corpo è l’unica fonte di esperienza sensoriale fresca. E senza esperienza sensoriale fresca, la mente non ha niente di nuovo da pensare — continua solo a riciclare materiale già usato.
Ma — e qui arriva il punto delicato — il corpo da solo non basta. Possiamo prestare attenzione al corpo e farne un’altra forma di vigilanza, un altro tribunale, un altro “devo sentire bene”. Quello che permette di stare davvero con la sensazione — soprattutto quando è dolorosa, come il dispiacere di aver ferito qualcuno, o il dolore di chi non vuole più scendere in cantina — è la compassione.
Posso praticare la restanza
Senza compassione, l’attenzione al corpo significa solo: un giudice in più. Con la compassione, l’attenzione al corpo significa: posso stare qui. Posso non scappare. Posso lasciare che il petto stretto sia stretto, senza dovermi affrettare a renderlo morbido. Da questa qualità di presenza nasce — non subito, non a comando — l’equanimità.
La pratica ci insegna a stare con il dolore. La compassione è quello che ci permette di farlo.
La stessa partecipante che mi aveva scritto quella mail piena di stanchezza, alla fine del protocollo, mi ha scritto un’altra mail. Diceva che adesso sapeva riconoscere il vecchio circuito quando partiva, la narrazione del pensiero, le emozioni che si creavano e che era vigile, pronta a intervenire per tempo per attivare percorsi nuovi. “So anche permettere che a volte ci siano scivoloni”, scriveva. “Poi passa.”
Lo spazio dei tre minuti, il body scan, la meditazione sui pensieri che non sono fatti — diceva — erano diventati un salvavita. Non perché avessero tolto il dolore. Perché le permettevano di starci dentro.
E chiudeva con dei versi che da quel giorno tengo vicino, di L.R. Knost (l’ho tradotta e la trovi qui):
Do not be dismayed by the brokenness of the world.
All things break.
And all things can be mended.
Not with time, as they say, but with intention.
Non con il tempo che passa — con l’intenzione. È la stessa intenzione che porta alla pratica. Quella di scendere in cantina anche quando non se ne ha più voglia. Quella di restare con il dispiacere quando arriva. Quella di trattare la propria TOP TEN con un sorriso, perché dopo un po’ fa quasi ridere. Quella di chiedere scusa — davvero — alla persona che abbiamo ferito.
Una pratica per questa settimana
Quando ti accorgi che è partita la TOP TEN — e te ne accorgerai, perché il segno è sempre lo stesso: una contrazione nel petto, il fiato corto, un ritirarti, prova questo. Non discutere con il pensiero. Non spiegargli che ha torto. Sposta semplicemente l’attenzione dal contenuto del pensiero alla sensazione che lo accompagna. Dove la senti, nel corpo? Resta lì cinque respiri. Senza correggere niente. Con la stessa gentilezza che useresti con una bambina spaventata.
Trovi una pratica guidata sul mio canale YouTube → Posso semplicemente stare
Se vuoi praticare insieme, ogni lunedì mattina c’è una pratica gratuita e, una volta al mese per gli iscritti al substack Premium un Cerchio di Pratica: uno spazio di meditazione a cui segue condivisione e spazio per le domande. In entrambi i casi ci facciamo compagnia in questo lavoro lento del rammendare. Trovi tutti i dettagli qui → [link alla pratica del lunedì]
Con grazia, grinta e gratitudine,
Nicoletta
