Dopo il primo dell’anno sono rimasta molto informata sul rogo di Crans Montana, sia per ragioni professionali che per umana partecipazione. Ogni giorno facevo i conti del danno enorme che questo episodio ha prodotto: i morti, i feriti — molti gravissimi — le vite spezzate nel momento più libero e gioioso, il crollo del “mito della Svizzera” come luogo sicuro, la fiducia spezzata che il nostro sia un “mondo giusto”. Cosa penseranno adesso questi ragazzi del loro futuro? Che siano o no stati direttamente feriti nel corpo, cosa vedranno davanti a sé in un momento in cui dovrebbero essere pieni di speranza e fiducia? Il padre di una delle vittime ha detto: “Questi ragazzi non sono stati rispettati”. È vero. Ed è questo che può far collassare speranza e fiducia in un unico baratro.
E allora sorge la domanda spontanea: da dove ripartire?
Da dove ripartiamo quando il mondo ci crolla addosso?
Se lo chiede Pema Chödrön nel suo libro dal titolo omonimo. C’è un passaggio di Pema che amo particolarmente, dove dice qualcosa come: “Abbandona la speranza, e scoprirai che l’unica cosa che ti sosteneva era la paura.” Quando smetti di sperare, smetti anche di temere — perché speranza e paura hanno bisogno l’una dell’altra per esistere. Sono gemelle, due facce della stessa medaglia. La speranza dice “voglio che sia così”, la paura dice “non voglio che sia così” — ma entrambe ci tengono in ostaggio di un futuro immaginario, entrambe sono una forma sottile di aggressione verso il presente.
L’hopelessness autentica è il terreno su cui nasce la fiducia.
Quando abbandoni la speranza — non per cinismo, non per rassegnazione, ma per esaurimento di tutte le strategie di fuga — ti ritrovi finalmente qui. E in quel “qui” scopri qualcosa di inaspettato: puoi reggerti in piedi anche senza la stampella del “andrà tutto bene”. È quello che Chögyam Trungpa, il maestro di Pema, chiamava groundlessness: scoprire che non c’è terreno solido sotto i piedi, e che si può danzare lo stesso.
Cosa vuol dire hopelessness
Quando Pema parla di hopelessness — e la traduzione italiana è sempre un tradimento, perché “senza speranza” suona patologico — non sta descrivendo la depressione. Sta descrivendo una liberazione. È il momento in cui smetti di aggrapparti all’idea che le cose debbano essere diverse da come sono. E proprio per questo entri dentro la realtà, anzi ci precipiti dentro.
Ma perché per alcune persone questa è disperazione e per altre è rinascita?
La risposta, credo, sta in quello che abbiamo imparato prima delle parole. Ti faccio fare un salto indietro, a quando sei stata piccola o piccolo tra le braccia di chi si curava di te. È lì che abbiamo imparato la fiducia di base, quello che vuol dire sentirsi sostenuti, protetti, amati. Per alcuni questa fiducia di base è un serbatoio ampio e profondo. Per altri è appena sufficiente ad andare avanti giorno per giorno, a piccoli passi.
Sapessi quante persone mi scuotono come se fossi un barattolo perché vogliono che sia io a dargli quella fiducia. Ma non sono un barattolo: non c’è un tappo da svitare per versare fiducia dentro qualcuno. È qualcosa che si costruisce sempre a due. È come quando qualcuno medita per rilassarsi o per calmarsi, rendendo così vana la sua meditazione. Perché la pratica non è sperare in un risultato specifico, ma fidarsi del processo anche quando porta tempesta.
Etty Hillesum: si può restare aperti anche quando ogni speranza è persa
Etty Hillesum scrive il suo diario tra il 1941 e il 1943 sapendo che la fine è nota. Non c’è la speranza che tutto “vada bene”, eppure non c’è disperazione. C’è un passaggio che mi ha sempre colpito: “La vita è bella e piena di significato nella sua assurdità, a condizione che le si faccia un posto dentro di sé.”
Ecco la fiducia senza oggetto. Non fiducia che le cose cambieranno, ma fiducia nella vita stessa — anche questa vita, anche qui, anche adesso, anche in un campo di transito verso Auschwitz.
Il parallelo con Pema è sorprendente: entrambe dicono che quando abbandoni la speranza di essere altrove, scopri di poter essere qui completamente. Etty lo dice con parole sue: smettere di voler salvare la propria vita per poter finalmente viverla.
Etty è convincente più di Pema, se posso permettermi, perché parla da una condizione catastrofica: è dentro la catastrofe.
Tornare alla nostra vita quotidiana
E noi, che siamo terrorizzati perché nutriamo il cervello con tutte le cattive notizie possibili, cosa possiamo fare? Come possiamo andare avanti con lo scenario catastrofico che immaginiamo?
Possiamo tornare a noi. Alla nostra fiducia in noi, in quella basic trust che impariamo da bambini e che, se non l’abbiamo avuta, possiamo coltivarla da adulti. Possiamo, in una parola, tornare alla fiducia in noi — che non è arroganza ma riconnessione.
È tornare a dare ascolto al sapere del corpo che la cultura, l’educazione, il trauma hanno silenziato. Un corpo che parla attraverso sensazioni e intuizioni. L’intuizione emerge più facilmente quando siamo in stati di calma, non di ansia. L’ansia è rumore. Copre il segnale.
E quei ragazzi di Crans Montana?
Cosa può tenerli in piedi adesso, dopo che il mondo ha mostrato il suo volto più ingiusto?
Non la speranza che tutto torni come prima — perché non tornerà. Ma forse, forse, qualcosa di più solido: la scoperta che si può stare in piedi anche così. Che il terreno può mancare e i piedi possono ancora danzare. Che la fiducia non ha bisogno di un futuro garantito per esistere.
Ha solo bisogno di un respiro. E poi di un altro. E poi di un altro ancora.
© Nicoletta Cinotti 2026 Ansia: diventare amici dell’incertezza
