Una storia di paradosso
Giovedì ho concluso questa edizione del Programma di Mindful Self-compassion e c’è stato qualcosa di inaspettato. Nei saluti conclusivi A. mi ha ringraziato per la mia autenticità e spontaneità, per il fatto che, a volte, conducendo le pratiche, la mia voce è commossa. E improvvisamente mi è venuta in mente la mia analista, alla quale avevo portato in seduta il fatto che mi capita spesso di commuovermi, come se fosse un difetto, qualcosa di poco professionale che volevo estirpare. La sua risposta mi è rimasta scolpita dentro. Lei era un mito di aplomb: diplomatica, dignitosa, misurata, elegante. Di fronte a lei mi sentivo disordinata, emotiva, qualche volta esagerata. Più polemica che diplomatica. Io volevo diventare come lei e lei mi rispose, “Non cambiare: questo è il tuo dono più prezioso!”. In quel momento mi riconosceva il diritto a essere come sono e mi diceva, “non devi assomigliarmi ma essere te stessa”. Forse sono nata lì, con quelle parole. A. in quel momento, ha risvegliato la mia gratitudine, la mia riconoscenza e il lutto per la sua morte, a distanza di 18 anni.
Lutto e gratitudine
Era una mattina di novembre, di quelle che a Genova sanno di sale e di vento. Seduta nel mio studio, ascoltavo Maria – chiamiamola così – raccontare del funerale di suo marito, morto dopo quarant’anni di matrimonio e due di malattia. “Sa qual è stata la cosa più strana?” mi disse, gli occhi asciutti dopo settimane di lacrime. “Mentre stavo lì, davanti alla bara, ho sentito questa ondata di gratitudine. Gratitudine! Per il caffè che mi portava ogni mattina a letto, anche quando le sue mani tremavano e ne versava metà sul vassoio. Mi sono sentita in colpa… come se stessi tradendo il mio dolore.”
Quella mattina, con Maria, ho toccato ancora una volta uno dei paradossi più profondi dell’esperienza umana: la capacità del cuore di tenere insieme opposti apparenti. Di piangere e ringraziare nello stesso respiro. Di sentire l’assenza come una presenza. Di scoprire che il dolore, talvolta, può essere la misura dell’amore.
Il tabù culturale: quando la gratitudine sembra tradimento
Viviamo in una cultura che compartimentalizza le emozioni come se fossero prodotti sugli scaffali del supermercato: il dolore va qui, la gioia là, e guai a mescolarli. Quando perdiamo qualcuno, la società ci concede un copione preciso: dobbiamo essere distrutti, poi gradualmente “superare” il lutto, come se fosse un’influenza particolarmente tenace.
Ma cosa succede quando, nel mezzo del dolore più straziante, emerge un momento di gratitudine? Quando ci sorprendiamo a sorridere ricordando? Quando ringraziamo per ciò che è stato, mentre piangiamo per ciò che non sarà più?
Ricordo una persona che mi disse: “Sono passati sei mesi e ieri ho riso. Ho riso davvero, non quella risata educata che fai per non mettere a disagio gli altri. E subito dopo mi sono odiata. Come posso ridere quando mio figlio non c’è più?”
Questa è la tirannia della purezza emotiva, l’idea che il lutto debba essere monolitico, sempre uguale a se stesso, sempre e solo nero. Ma il lutto, come ci insegna la vita stessa, è caleidoscopico.
La neuroscienza del dolore grato
Ma se la cultura ci dice una cosa e il cuore ne sente un’altra, cosa dice il cervello? Mary-Frances O’Connor, neuroscienziata che ha dedicato la vita a studiare cosa accade nel cervello quando perdiamo qualcuno, ci offre una prospettiva rivoluzionaria. Nel suo laboratorio all’Università dell’Arizona, ha scoperto che il nostro cervello non soffre solo per l’assenza: soffre perché continua a cercare la presenza.
Immaginate di avere una mappa interiore, disegnata con cura nel corso degli anni. Ogni mattina, il cervello consulta questa mappa. La mia, per diciotto anni, includeva i giovedì con la mia analista: la giacca appesa sempre nello stesso posto, la seduta in quella stanza grande e luminosa, il rituale del pagamento nel piccolo ufficio. Una volta l’ho accompagnata in auto alla sede di un ritiro in Liguria, un’altra volta a una conferenza: non ho mai guidato con più attenzione.
Quando una persona se ne va, il cervello continua ostinatamente a consultare la vecchia mappa, anche se il territorio è cambiato per sempre. Che se ne sia andata perché è morta o che se ne sia andata perché la relazione è finita, la mappa continua a essere attiva. È come se vivessimo in due mondi simultaneamente: quello della realtà e quello dell’aspettativa che rifiuta di dissolversi. Ma ecco la scoperta straordinaria: l’ossitocina, quello stesso ormone che ci lega agli altri, che ci fa innamorare, che cementa i legami madre-figlio, continua a fluire anche dopo la perdita. Il desiderio struggente che qualcuno torni – quel “per favore, ancora una volta” che ci spezza il cuore – è gestito dalla stessa area cerebrale che gestisce le ricompense, le cose che ci fanno sentire bene.
Capisci l’implicazione profonda? Neurologicamente parlando, il dolore e la gratitudine non sono opposti. Sono fratelli. Condividono gli stessi circuiti, parlano la stessa lingua chimica. Quando piangiamo per qualcuno che abbiamo perso, stiamo anche celebrando il fatto che quella persona ci ha fatto sentire vivi, amati, completi.

Pratiche dal campo
Molti anni fa una paziente che aveva perso una figlia ventenne per un cancro al cervello era nel buio.Non apriva le persiane di casa, non riusciva ad andare avanti malgrado avesse altri due figli piccoli che avevano perso anche loro qualcuno di importante. Ma lei era al buio e basta: un disco rotto che girava sempre sullo stesso punto: sua figlia. E lo ero anch’io perché sentivo un’urgenza rispetto a questi due bambini che avevano perso una sorella-mamma e la loro mamma. Così le chiesi di portarmi delle foto. Tutte quelle che voleva per raccontarmi la storia della figlia.
È inutile dire alle persone di lasciar andare. Se avessi chiesto a questa mia paziente nel lutto per la figlia che ‘doveva lasciar andare’ l’avrei persa. Ho fatto esattamente l’opposto. Le ho detto che doveva trovare una nuova relazione con la figlia. Diversa da prima. È quello che William Worden chiama il quarto compito del lutto: non recidere il legame, ma trasformarlo. Non dimenticare, ma ricordare diversamente.
Come potremmo commentare queste ripetizioni dicendo banalmente ‘Devi lasciar andare’? Lasciar andare cosa? La ripetizione che ti serve per arrivare a un significato? L’intensità dell’emozione? Il dolore? Non sono tutti aspetti che hanno bisogno di trasformarsi più che di essere ‘lasciati andare’? Non dovremmo usare il lasciar andare per altri aspetti della vita come il rancore o il senso di colpa?
Abbiamo bisogno di sentirci in diritto di rifiutare la narrativa lineare del ‘superamento’ e mantenere viva la connessione mentre la trasformiamo. È quello che i neuroscienziati chiamano ‘continuing bonds’ – legami continui – e che il cuore ha sempre saputo: l’amore non muore con la morte. Si trasforma, si approfondisce, trova nuove strade per esprimersi.
Fu la svolta e da allora è una pratica che propongo spesso, non necessariamente con fotografie reali (lei poi creò un mini libro con foto e lettere della figlia e degli amici)
Gratitudine retrospettiva: l’album invisibile
Durante il lutto invito a creare quello che chiamo “l’album invisibile”. Non servono foto, solo memoria e presenza. Mettiti in un luogo tranquillo, chiudi gli occhi e lascia che emergano tre ricordi specifici con la persona perduta. Non i grandi momenti – i matrimoni, le nascite, le celebrazioni – ma i piccoli: il modo in cui sbucciava un’arancia, come canticchiava sotto la doccia, quella risata particolare quando guardava i film comici.
Per ognuno di questi momenti, respira profondamente e ripeti, anche solo mentalmente: “Grazie per questo.” Non è un esercizio di pensiero positivo forzato. È un riconoscimento che questi momenti sono esistiti, che nessuna morte può cancellarli, che vivono ancora in noi come semi di gratitudine nel terreno del dolore. Confesso: a volte in questi momenti posso commuovermi. Ricordo due donne, rimaste vedove in modo diverso. Una aveva perso il marito quarantenne per leucemia fulminante pochi mesi dopo aver subito un intervento per cancro al seno. L’altra era quella di cui ti parlavo poco sopra e aveva avuto un lungo matrimonio felice e una cura faticosissima nella malattia. Le loro tre “fotografie” erano così vivide che mi sembrava di essere con loro.
Voci dal campo
Nel corso degli anni, ho avuto il privilegio di accompagnare molte persone attraverso il territorio selvaggio del lutto. Alcune storie rimangono impresse come cicatrici luminose:
Anna, che ha perso il figlio di sei mesi: “Per molto tempo ho odiato chiunque mi dicesse di essere grata per il tempo che avevo avuto con lui. Sei mesi! Volevo urlare. Solo sei mesi! Ma poi, una notte, mentre guardavo l’alba – non dormivo più da settimane – ho capito. Sei mesi di amore puro. Sei mesi in cui qualcuno mi ha guardata come se fossi l’intero universo. Alcune persone vivono novant’anni senza mai sperimentare questo.”
Giorgio, vedovo dopo cinquant’anni di matrimonio: “La gratitudine non è arrivata come un’epifania. È sgocciolata, giorno dopo giorno. Gratitudine per il caffè che ora preparo io, con le sue istruzioni ancora nella mia testa. Per il giardino che continuo a curare come faceva lei. Per i nipoti che hanno i suoi occhi. È come se la gratitudine fosse il modo in cui lei continua ad amarmi.”
L’ombra della gratitudine forzata
Ma attenzione: c’è una forma tossica di gratitudine che dobbiamo riconoscere e rifiutare. È quella imposta dall’esterno, il “dovresti essere grato almeno per…” che arriva troppo presto, che nega la legittimità del dolore.
David Kessler, che ha perso il figlio ventunenne e da quella tragedia ha sviluppato la teoria del “sesto stadio del lutto” – il significato – ci ricorda che il significato, come la gratitudine, non può essere affrettato. “Potrebbero volerci mesi o anni,” scrive. “E anche quando lo trovi, non sentirai mai che valeva il costo della perdita.”
Il lutto ha i suoi tempi, che non sono i tempi della società, dell’efficienza, del “torna alla normalità”. Ci sono momenti in cui la gratitudine è impossibile, e va bene così. Ci sono giorni in cui il dolore è tutto ciò che possiamo contenere, e anche questo è sacro.
La gratitudine come atto di resistenza
In una cultura che ci vuole o completamente distrutti dal dolore o completamente “guariti”, la gratitudine nel lutto è un atto radicale. È dire: “Posso piangere e ringraziare. Posso sentire l’assenza e celebrare la presenza che è stata. Posso essere spezzata e intera allo stesso tempo.”
Ho amato tantissimo il libro della scrittrice Marie Haidt, per come è riuscita a essere sia spezzata che intera. Lo racconta in – Se la morte ti ha tolto qualcosa tu restituiscilo – e l’ho amata proprio per come illustra la verità delle ripetizioni nel lutto. Il lutto è pieno di ripetizioni. Tornano gli stessi pensieri infinite volte, gli stessi ricordi, le stesse storie ma ogni volta c’è qualcosa di più, un dettaglio, una comprensione, un significato.
Abbiamo bisogno di sentirci in diritto di rifiutare la narrativa lineare del “superamento” e mantenere viva la connessione mentre la trasformiamo. È quello che i neuroscienziati chiamano “continuing bonds” – legami continui – e che il cuore ha sempre saputo: l’amore non muore con la morte. Si trasforma, si approfondisce, trova nuove strade per esprimersi.
Una sera, poco dopo la morte di mia madre ho scritto questa poesia
“Non mi dire di lasciarti andare.
Dimmi piuttosto come tenerti diversamente.
Come portarti senza il peso,
come amarti senza il corpo,
come ringraziarti
nel linguaggio silenzioso
di chi ha imparato
che gratitudine e dolore
sono solo due nomi
per lo stesso amore.”
E forse è proprio questo il segreto: riconoscere che la gratitudine nel lutto non è un tradimento del dolore, ma la sua evoluzione naturale. È l’amore che trova il modo di continuare a esprimersi, anche quando la persona amata non può più riceverlo direttamente.
La coincidenza del giovedì
Per qualche misteriosa coincidenza io tengo il Programma di Mindful self-compassion di giovedì, il giorno delle mie sedute. Spesso mi domando se Gabriella – si chiamava così -sarebbe contenta di come sono diventata. Altrettanto spesso mi chiedo, in psicoterapia, cosa avrebbe fatto lei in quella situazione. Continuo spesso a considerarla un modello irraggiungibile. Dopo la sua morte ho curato una raccolta dei suoi articoli con il marito: eravamo due spaesati, come se lei fosse, in modi diversi, il paese di entrambi. Adesso, dopo giovedì scorso ho capito che oltre quel modello di perfezione lei ha, dentro di me, un altro significato: so che mi ha voluto bene per come sono. Ha saputo trattare con la mia parte rude e selvaggia, come con quella gentile e poetica. Mi ha fatto nascere, rispettando la mia diversità. Oggi per me non è più un’analista ma un grande amore
Alla memoria di tutti coloro che ci hanno insegnato che l’amore è più forte della morte, e che la gratitudine può fiorire anche nel giardino del dolore.
©Nicoletta Cinotti 2025
https://biglietti.teatrostradanuova.it/eventi/un-cuore-gentile-nicoletta-cinotti-genova.htm

