
Riscrivere l’ansia a 50 anni
Qualche giorno fa una donna mi ha scritto. Ha 52 anni e si sveglia alle quattro di notte con il cuore che batte. Non è successo niente di grave, mi ha detto. Ma ha questa sensazione che qualcosa non vada. Che la mia vita non sia quella che doveva essere.
Le ho risposto con una domanda: e se quel battito non fosse il segnale che qualcosa non va, ma che qualcosa vuole cambiare?
C’è un momento — per qualcuno sono i 45, per altri i 50, per altri ancora i 55 — in cui ci guardiamo indietro e la storia non torna più. “Dovevo essere arrivata qui.” “Non pensavo che sarebbe andata così.” “E adesso?”
Questo scricchiolio genera ansia. Ma l’ansia non è il problema. È il segnale che la storia vecchia non ci contiene più. È come un vestito che andava bene e ora stringe. Non sei tu che sei sbagliata. È il vestito che va cambiato.
Io lo chiamo il momento Penelope. Quel momento in cui ti accorgi che la tela che hai tessuto non racconta più chi sei. E devi decidere se continuare a tessere la stessa storia o disfarla e ricominciare.
Due modi di crescere
Ci sono persone che di fronte a un problema iniziano a scavare. Vanno dentro, riflettono, cercano il senso. Io le chiamo persone che crescono all’ingiù.
E ci sono persone che agiscono, decidono, fanno. Hanno una grande forza motrice. Crescono all’insù.
Tutti alterniamo tra queste due direzioni, ma ognuno ha una preferenza. Il problema non è la preferenza. Il problema è quando restiamo bloccati. Solo all’ingiù: paralisi, rimuginazione, girare in tondo negli stessi pensieri. Solo all’insù: fuga, evitamento, fare per non sentire.
L’ansia spesso segnala proprio questo. Che siamo bloccate in una direzione e il corpo chiede di cambiare.
Tu in questo momento della tua vita stai crescendo all’ingiù o all’insù? E ti serve?
Dove scatta, dove fiorisce
L’ansia non è solo un pensiero. È una risposta del corpo. Arriva prima che tu possa pensarci.
Ci sono momenti, situazioni, parole che fanno scattare qualcosa. La gola si chiude. Il cuore accelera. Le spalle si irrigidiscono. Nella teoria polivagale li chiamano trigger. Io li chiamo i punti in cui la vecchia storia è scritta nel corpo.
Sono automatismi. Risposte che abbiamo imparato molto tempo fa, quando forse servivano. Ora si attivano anche quando non c’è pericolo reale.
Una mia paziente si accorgeva che ogni volta che il marito faceva una certa espressione — solo un’espressione — lei si chiudeva. Smetteva di parlare. Si sentiva piccola. Quella espressione era un trigger. Attivava una storia antica che non c’entrava nulla con il marito.
Ma il corpo non registra solo i pericoli. Registra anche i momenti di sicurezza, di vitalità, di “ce l’ho fatta”. Li chiamano glimmer — piccoli bagliori. Sono il contrario dei trigger.
Sono i momenti in cui ti sei sentita viva, presente, te stessa. Magari brevi. Magari dimenticati. Ma il corpo li ricorda.
Rileggere la storia della propria ansia significa mappare entrambi. Dove scatta? E dove, invece, sei fiorita nonostante tutto?
I fili d’oro
Nel lavoro narrativo c’è un concetto che amo: i fili d’oro. Sono quei momenti in cui, nonostante il problema, hai agito diversamente. L’ansia c’era, ma non ha vinto. Hai tremato, ma sei andata avanti. Hai avuto paura, ma hai scelto comunque.
Questi momenti di solito li dimentichiamo. Li sminuiamo. “Sì ma quella volta era diverso.” Invece sono oro. Perché dimostrano che non siamo mai completamente in balia di ciò che ci spaventa.
I glimmer del corpo e i fili d’oro della storia sono la stessa cosa vista da due angolazioni. Il corpo ricorda dove sei stata al sicuro. La mente può costruirci sopra una nuova narrativa.
Qual è un momento degli ultimi mesi in cui l’ansia c’era ma non ha avuto l’ultima parola?
Un esercizio
Prendi un foglio. Dividilo in due colonne.
Nella colonna di sinistra scrivi i tuoi trigger. I momenti in cui scatta l’ansia. Situazioni, parole, espressioni, luoghi. Dove senti che si attiva qualcosa di antico?
Nella colonna di destra scrivi i tuoi glimmer. I momenti in cui ti sei sentita viva, al sicuro, te stessa. Anche piccoli. Anche brevi.
Poi guarda la colonna dei glimmer. Scegline uno. E scrivi:
“Quella volta ho…” — cosa hai fatto, concretamente.
E poi: “Questo dice di me che sono una persona che…”
Questa è la mossa base del re-authoring. Prendere un momento dimenticato e farlo diventare l’inizio di una nuova storia. Non stiamo inventando niente. Stiamo solo illuminando quello che c’era già ma non vedevamo.
Perché adesso
A vent’anni costruiamo storie per sopravvivere. A trenta le consolidiamo. A quaranta iniziamo a chiederci se sono vere.
La midlife è il momento in cui abbiamo abbastanza storia alle spalle da poterla rileggere. E abbastanza tempo davanti da poterla riscrivere.
L’ansia che arriva in questa fase non è debolezza. È intelligenza. È il sistema che dice: quella storia non ti serve più. È ora di scriverne un’altra.
Penelope passava le notti a disfare la tela. Non perché avesse fallito. Ma perché sapeva che l’epilogo che le stavano imponendo non era il suo. E ha continuato a tessere finché non è arrivato quello giusto.
Un invito
Io sono una che cresce all’ingiù. Scavo, rifletto, rimugino. A volte troppo. Ma ho imparato che anche scavando si può trovare luce. Basta sapere cosa cercare.
Se questo tema ti risuona, il 25 dicembre esce Riflessioni sull’ansia con il Corriere della Sera. È un libro che non promette di eliminare l’ansia, ma di cambiare la relazione con lei.
E a febbraio — il 20, 21, 22 — ci sarà il ritiro Ansia: diventare amici dell’incertezza a Casa Cares in Toscana. Un weekend per fare insieme questo lavoro di riscrittura. Per trovare i tuoi fili d’oro. Per avere testimoni.
Perché le storie che raccontiamo solo a noi stessi restano fragili. Hanno bisogno di qualcuno che le veda per diventare vere.
© Nicoletta Cinotti 2025
