La vergogna bianca e la vergogna rossa
Esiste una vergogna che non ci fa arrossire. Non c’è la vampata, non diventiamo viola — eppure ci fa desiderare di sprofondare, di scomparire. La chiamo vergogna bianca, ed è la più antica: nasce nei primi due anni di vita, quando veniamo interrotti — magari con un’espressione di disgusto — proprio mentre stavamo provando piacere e fierezza. È da lì che impariamo a credere di essere “sbagliati”.
In questa diretta esploro la differenza tra la vergogna bianca e la vergogna rossa (quella adolescenziale, legata al piacere e allo sguardo degli altri), e il moto per cui la vergogna è così strettamente legata alle nostre parti esiliate.
Parliamo anche di:
— perché la vergogna non è ansia (e come distinguerle)
— la vergogna come emozione “innocente” che nasce dal bisogno di essere amati
— il confine sottile tra prendersi cura di sé e adeguarsi per paura del giudizio
— il body shaming e la vergogna di mostrare i segni dell’età
— la cura paradossale: perché ci si libera dalla vergogna esponendosi, non nascondendosi
Chiudo con la poesia “Deperibile” di Jane Hirshfield, dedicata a tutte le persone che si vergognano di invecchiare.
Questa diretta chiude un filo iniziato con quelle precedenti sul senso di colpa e sulle parti esiliate.
La poesia letta in chiusura è tratta da La gioia ribelle. (Enrico Damiani Editore).
