
La amavo al punto di averla quasi distrutta. Aveva un occhio solo, era spennacchiata, e aveva quel corpo strano delle bambole mal riuscite: troppo piccola per essere una bambola-adolescente, troppo formata per essere una neonata. Né carne né pesce. Si chiamava Lucia, ed era la creatura che ho amato di più nei miei primi dieci anni di vita.
Devo dirti subito una cosa, perché è da lì che parte tutto: Lucia non mi era stata regalata. Era una bambola che mia sorella — più grande di me di sei anni — non voleva più. Uno scarto. Qualcosa che qualcuno aveva già deciso fosse finito, consumato, non più degno di essere tenuto. Io l’ho presa, le ho dato un nome, e ho cominciato ad amarla come non si ama nemmeno ciò che è nuovo.
Stamattina vorrei raccontarti questa storia, perché ci ho messo cinquant’anni a capire che in quella bambola guercia c’era già scritto tutto quello che avrei fatto da grande.
Una bambola alla Tolstoj
C’è un dettaglio che, raccontandolo, fa sorridere le persone e poi le fa pensare. Tra i sette e i dieci anni, mentre giocavo con Lucia, leggevo Guerra e pace e Anna Karenina. Non è una posa da bambina precoce: è semplicemente quello che mi capitava tra le mani e che divoravo. Nella mia casa c’erano pochi libri e quei libri erano i classici. Io li leggevo capendo il giusto però amavo lo stesso quella storia. E così Lucia, inevitabilmente, era russa. Russa alla Tolstoj.
Le scrivevo mentalemente storie, le inventavo avventure. E qui c’è la confessione che per anni ho raccontato come una mia incapacità infantile: nelle mie storie Lucia era sempre orfana, oppure vedova. Sempre. Mi dicevo che era perché non sapevo come “sistemare” gli altri personaggi, i genitori, il marito. Non sapevo cosa farne, e allora li facevo morire.
Ci ho creduto per decenni, a questa spiegazione. Che fosse una mancanza tecnica, un limite della bambina che ero. Solo molto più tardi ho capito che non era così. Una bambina che ha in testa Nataša e Anna Karenina non è che “non sa sistemare i personaggi”. Una bambina così sta già raccontando le uniche storie che la commuovono davvero: storie di perdita, di chi resta solo e va avanti lo stesso. A sette anni stavo scrivendo, china su una bambola con un occhio solo, le storie che avrei scritto da adulta. Solo che allora la protagonista era di pezza.
Le cose che diventano Vere
C’è una vecchia favola, Il coniglio di velluto, in cui un peluche chiede a un giocattolo più anziano come si faccia a diventare Veri. E il vecchio giocattolo gli risponde che si diventa Veri quando un bambino ci ama davvero, a lungo, non per un giorno, ma per anni. Lo avverte anche del prezzo: quando sei Vero, gli dice, di solito sei già tutto consumato. Il pelo cade, gli occhi si perdono, diventi sciupato. Ma questo accade solo a chi è stato amato sul serio. E le cose che sono diventate Vere, conclude, non possono più sembrare brutte, se non a chi non capisce.
Ecco. Lucia era Vera in questo senso esatto. L’occhio mancante, lo spennacchiamento, non erano segni di trascuratezza: erano l’opposto. Erano la prova di quanto l’avevo amata. Era brutta — per chiunque la guardasse da fuori — proprio nella misura in cui era amata.
E adesso fermati un attimo su questo, perché è qui che la bambola comincia a parlare di noi. Siamo cresciute in una cultura che ci insegna esattamente il contrario: che il valore sta nell’integrità, nella levigatezza, nel non avere segni. Che l’usura è un difetto da nascondere, e che invecchiare — perdere il pelo, per così dire — sia una caduta. La favola del coniglio di velluto, e la mia Lucia, dicono un’altra cosa: che i segni del tempo e dell’amore non ci rendono meno amabili. Ci rendono Vere.
Né carne né pesce
C’era poi quella stranezza del corpo. Lucia non stava in nessuna categoria. Non era una bambola-bambina, non era una bambola-signora. Era una via di mezzo che il catalogo dei giocattoli non prevedeva, un essere indefinito.
Non l’ho amata malgrado questo. L’ho amata, credo, anche per questo. C’era qualcosa, in quella creatura che non apparteneva a nessuno scaffale, che mi somigliava più di qualsiasi bambola perfetta.
Lo dico perché è una sensazione che conosco bene, e che conoscono tante donne che incontro. La sensazione di essere, a una certa età, né carne né pesce. Troppo grandi per essere considerate giovani, troppo vive e desideranti per accettare l’etichetta che la cultura ci appiccica. In una terra di mezzo che nessuno sa nominare, e che proprio per questo si fa fatica ad abitare. Lucia, a modo suo, mi aveva insegnato presto che si può amare profondamente proprio ciò che non sta nelle caselle. Anzi: che è spesso lì, fuori dalle caselle, che abita la cosa più vera.
Lo scarto che diventa centro
Ma torno al principio, allo scarto. Perché è il punto che ho capito per ultimo, ed è quello che lega questa bambola a tutto il mio lavoro di oggi.
Lucia era stata messa da parte. Mia sorella non la voleva più: era cresciuta, per lei era finita, superata, un oggetto da lasciare indietro. E io ho preso quella cosa scartata e l’ho resa il centro assoluto del mio mondo immaginativo. Le ho dato un nome, una storia, una nazionalità, perfino una poetica. Ho preso ciò che era stato giudicato “non più adatto” e ho deciso, senza nemmeno pensarci, che era degnissimo. Che valeva tutto il mio amore.
Ci ho messo una vita a riconoscere che è esattamente questo il gesto che, da psicoterapeuta, ho passato decenni a insegnare. Il Reparenting — il diventare genitori di sé stessi — è precisamente questo: prendere le parti di noi che sono state scartate, messe in un angolo perché qualcuno, un tempo, le ha ritenute non accettabili, e dire loro: io invece ti tengo. Ti do un nome. Ti faccio esistere.
Le nostre parti esiliate sono bambole che qualcuno ha deciso non si dovessero più amare. La rabbia che ci è stata punita. La sensibilità che ci hanno detto essere eccessiva. La tenerezza che abbiamo imparato a nascondere. La bambina troppo intensa, l’adolescente troppo arrabbiata. Tutte creature messe da parte — come Lucia in un cassetto di mia sorella — in attesa che qualcuno le prendesse e dicesse loro che erano ancora degne d’amore.
A sette anni l’ho fatto con una bambola di seconda mano. Mi è venuto naturale, prima di ogni teoria. Ho preso lo scarto e l’ho reso Vero amandolo. È, forse, la cosa più giusta che io abbia mai fatto — e la più antica radice di tutto quello che faccio adesso.
Quattro verità in una bambola sola
Mi sono accorta, scrivendo, che Lucia teneva insieme quattro cose che da grande ho passato la vita a dire con parole più complicate.
Era scartata — e mi ha insegnato che ciò che è stato messo da parte può tornare al centro, se qualcuno lo ama abbastanza. È il Reparenting.
Era consumata — e mi ha insegnato che i segni dell’amore e del tempo non rendono brutti: rendono Veri. È il wabi sabi.
Era né carne né pesce — e mi ha insegnato che si può amare profondamente proprio ciò che non sta in nessuna categoria. È l’invecchiare da ribelle.
Ed era sempre orfana o vedova — e mi ha insegnato, prima che avessi le parole, che le storie più vere sono quelle di chi perde qualcosa e va avanti lo stesso. È l’arte di perdere, l’amare col cuore spezzato.
Quattro verità, in una bambola di pezza con un occhio solo. Non le ho imparate dai libri di psicologia. Le ho imparate a sette anni, sul pavimento, dando a una creatura scartata un nome russo e un destino di perdita.
Un invito
Ti racconto tutto questo mentre ci avviciniamo ai ritiri di Reparenting di questa stagione e non è un caso, perché il lavoro che faremo insieme, in fondo, è lo stesso che facevo da bambina con Lucia, ma fatto adesso, da adulte, con consapevolezza. Andare a cercare la creatura che è stata messa da parte. Quella parte di noi che qualcuno, un tempo, ha deciso non fosse più degna d’amore. E prenderla in braccio. Darle un nome. Dirle che è Vera.
A giugno, nel fine settimana breve, andremo a cercare il bambino e l’adolescente interiore — Abbracciare se stess* – le bambole messe via per prime. Ad agosto, nel ritiro lungo, Genitori di se stessi. Reparenting ourselves, faremo spazio a tutte le parti della nostra famiglia interiore. Non sono percorsi separati: sono lo stesso gesto, quello di una bambina che si china su ciò che è stato scartato e decide di amarlo.
Per oggi, ti lascio con una domanda. Tu ce l’avevi, un giocattolo amato fino a renderlo brutto? Come si chiamava? E — se ci pensi adesso, con gli occhi di oggi — cosa stavi imparando ad amare, attraverso di lui, molto prima di avere le parole per dirlo?
Con grazia e grinta,
Nicoletta
© Nicoletta Cinotti 2026 Reparenting ourselves. Genitori di se stessi
