
Perché il passato torna, e come la consapevolezza può curarlo invece di seppellirlo
Qualche tempo fa, durante un’intervista per un podcast, mi è stata fatta una domanda che mi ha fermata. Me l’aspettavo facile e invece era di quelle che meritano silenzio prima della risposta. Suonava più o meno così: «Ma se la mindfulness è la pratica di stare nel presente, com’è possibile che abbia qualcosa a che vedere con la cura del nostro passato?».
È una domanda intelligente. È anche, parola per parola, la stessa domanda che si pose Wilhelm Reich — l’analista che ha fondato l’approccio caratteroanalitico — quando si accorse di una stranezza clinica: certi sintomi comparivano nelle persone moltissimi anni dopo l’evento che li aveva generati. Un trauma che sul momento sembrava non lasciare traccia, e poi, decenni dopo, ecco la sintomatologia. Reich si chiese: com’è possibile? E la sua risposta è anche la chiave di tutto quello che voglio raccontarti oggi. Perché il corpo ha una memoria. Tiene il ricordo di ciò che abbiamo vissuto, comprese le emozioni che, sul momento, non ci siamo permessi di sentire. E quel ricordo, in determinate condizioni, si riattualizza.
Voglio partire proprio da qui, dal nodo che lega il presente della pratica alla cura di ciò che è stato. Perché è il fondamento di tutto il lavoro di Reparenting, ed è anche, credo, una delle cose più controintuitive e liberatorie che la meditazione mi abbia insegnato.
La memoria non riguarda il passato
Pensiamo alla memoria come a un archivio del passato. È l’idea più naturale del mondo, e per pigrizia non la mettiamo mai in discussione. Ma è sbagliata, o almeno parziale.
La memoria è una funzione che riguarda il futuro. Noi memorizziamo perché l’esperienza passata ci serve a organizzare il comportamento futuro. Ricordiamo per orientarci in avanti, non per guardare indietro. La memoria è una bussola, non un album di fotografie.
E qui succede una cosa importante. Se da un’esperienza abbiamo imparato — se l’abbiamo capita, digerita, integrata — quell’esperienza prende il suo posto e ci serve, silenziosa, a navigare il presente. Ma se da un’esperienza non abbiamo imparato, se è rimasta lì incompiuta, allora continua a ripresentarsi. Non per tormentarci. Per darci un’altra possibilità di imparare.
Lo dico in modo più semplice, perché è il cuore di tutto: quello che non abbiamo elaborato torna. E torna finché non lo elaboriamo. Lo intuisce la psicoterapia corporea, lo dice — a suo modo — anche la tradizione contemplativa. Le esperienze ritornano non per punirci, ma per offrirci l’occasione che la prima volta non abbiamo potuto cogliere.
Quando dunque, durante una pratica di meditazione, ti sorge spontaneo un ricordo — un’immagine, una persona, una sensazione di anni fa — non stai “perdendo la concentrazione”. E soprattutto: non stai tornando al passato. È il passato che si sta riattualizzando nel tuo presente, perché qualcosa, in te, è finalmente pronto a guardarlo.
Perché certe cose tornano proprio adesso
Forse ti chiedi: ma perché tornano in certi momenti e non in altri? Le condizioni che richiamano un’esperienza non elaborata sono essenzialmente tre. A volte è la similitudine: ci troviamo in un contesto che assomiglia a quello di allora. A volte è l’associazione: due cose non si somigliano, ma le abbiamo legate dentro di noi. E molto spesso — la più frequente — è il tenore emotivo: provo un’ansia, un’angoscia, una rabbia, e quella tonalità emotiva mi riallaccia, sottopelle, a un evento antico che aveva lo stesso colore.
C’è poi una ragione più semplice e più bella. A volte le cose tornano semplicemente perché siamo diventate più grandi. Più capaci, più forti, più attrezzate. La psiche ha una sua saggezza nei tempi: certe memorie restano in disparte finché non siamo in grado di reggerle, e affiorano quando — finalmente — possiamo. È il motivo per cui certi ricordi molto dolorosi, a volte legati a esperienze gravi, riemergono solo molti anni dopo: non prima, perché prima non avremmo retto.
E qui una parola di cautela, perché è importante. Quando parlo di esperienze che riaffiorano, non parlo di traumi gravi da affrontare in solitudine sul cuscino di meditazione. Le ferite profonde — gli abusi, le perdite che hanno spaccato una vita — chiedono di essere accompagnate da una persona competente e fidata. La pratica può aprire una porta, ma attraversarla, in quei casi, si fa in due. Se leggendo queste righe senti muoversi qualcosa di troppo grande, quella non è una debolezza: è il segnale che meriti di non essere sola mentre lo guardi.
“Io sono fatta così”: il carattere come barriera
Quando il passato bussa, abbiamo due possibilità. Possiamo aprirci e accogliere ciò che torna — lasciare che ci insegni qualcosa, che dia una direzione nuova al nostro andare avanti. Oppure possiamo rispedirlo indietro.
Il modo in cui lo rispediamo indietro ha un nome: si chiama carattere. Il carattere, quando funziona da barriera, è la nostra resistenza. È quella vocina che, di fronte a ciò che chiede di essere visto, dice: «Io sono fatta così». Sembra un’affermazione di identità. In realtà è una dichiarazione di paura. Dietro «io sono fatta così» c’è il timore di imparare da quell’esperienza, e la riluttanza a lasciare che ci cambi.
C’è una ragione fisiologica per cui resistiamo, e val la pena conoscerla. Ogni volta che un’esperienza supera la nostra finestra di tolleranza — quando l’intensità emotiva o la complessità sono troppo grandi per essere reggute — il pensiero riflessivo si stacca e si attiva quello difensivo. Non è un difetto morale: è un meccanismo di sopravvivenza. Reagiamo in fretta, secondo il nostro stile caratteriale, e mettiamo via l’evento il più lontano possibile. A volte lo dimentichiamo del tutto. Lo facciamo perché in quel momento è la cosa migliore che sappiamo fare. Il problema è che la soluzione di allora, se non la rivediamo, diventa la prigione di adesso.
Le parti che sono rimaste indietro
Ecco perché mi piace tanto parlare di Reparenting, di diventare genitori di noi stessi. Quando un’esperienza ci ha messo in difficoltà e l’abbiamo allontanata, una parte di noi è rimasta identificata in quel momento. È rimasta lì, della stessa età che avevamo allora. Le parti che esiliamo sono parti più giovani di noi: bambine, adolescenti, ragazze ferme al punto in cui le abbiamo lasciate.
E quando tornano — con una reazione sproporzionata, con un tormento ricorrente, con un’emozione che non sembra nostra — non stanno chiedendo di prendere il comando. Stanno chiedendo il nostro sostegno. Chiedono a noi, che nel frattempo siamo cresciute, l’aiuto che allora non c’è stato. Il punto è che troppo spesso, invece di dare loro questo aiuto, le rispediamo indietro. Ci comportiamo, verso le nostre parti più giovani, come dei genitori poco accoglienti. Le trattiamo come un disturbo invece che come una richiesta.
Diventare genitori di sé stessi è esattamente questo movimento inverso: smettere di respingere e cominciare ad accogliere.
I pensieri non sono distrazioni: sono frecce
Torniamo al cuscino, perché qui c’è una svolta pratica.
Ci hanno insegnato che durante la meditazione i pensieri sono distrazioni da lasciar andare, tornando al respiro. È vero, in parte. Ma c’è un di più che vale la pena conoscere: i pensieri che ci turbano durante la pratica, spesso, non sono distrazioni. Sono frecce. Indicano una direzione. Ci dicono: guarda lì, proprio in quell’area della tua vita. Se li ignoriamo sistematicamente, se ci aggrappiamo al respiro per non sentirli, diventiamo più rigide — e compiamo, ancora una volta, un piccolo atto di esilio.
Ma attenzione: ascoltare un pensiero non significa credergli. I pensieri sono come le sirene di Ulisse: vanno ascoltati restando legati all’albero maestro, perché ci trasportano, ci fanno costruire realtà che a volte sono solo immaginarie. Come si fa, allora, ad ascoltarli senza dare loro il comando? Usandoli come i sassolini di Pollicino — non per perdersi nel bosco delle illazioni, ma per ritrovare la strada di casa.
Ti lascio tre passaggi concreti, gli stessi che pratico io.
Una pratica per ascoltare i pensieri senza credergli
Tempo: 15-20 minuti, durante o subito dopo una pratica di meditazione. Ti serve solo un corpo che senti e un po’ di silenzio.
1. La qualità energetica, non il contenuto. Quando un pensiero ricorrente si presenta, prima di entrare nel suo racconto — nella storia che vuole raccontarti — chiediti: che energia ha? È leggero o pesante? Offusca la percezione o la rende più acuta? Stai spostando l’attenzione dal cosa dice al come pesa. È già un cambio di posizione: non sei più dentro il pensiero, lo stai osservando.
2. La risonanza nel corpo. Ogni pensiero ha un’eco fisica. Invece di entrare nel dialogo discorsivo — “sì, ma lui ha detto, però io avrei dovuto” — vai a cercare dove quel pensiero risuona nel corpo. Lo stomaco? La gola? Il petto? Se non senti niente, non è un fallimento: vuol dire solo che il corpo è un po’ addormentato, e che vale la pena fare qualcosa per risvegliarlo prima. Quando trovi il punto, porta lì il respiro. L’attenzione gentile, non l’analisi.
3. Il conforto, non la soluzione. A volte, restando in quella risonanza, riaffiora l’emozione che avevamo represso — ed è proprio quella che il pensiero cercava di farci ritrovare. Altre volte non affiora nulla di eclatante, e va benissimo lo stesso: il semplice stare ha già sciolto qualcosa. Quello che non serve è cercare una soluzione, un ragionamento che chiuda la faccenda. Perché — e qui sta tutto — ciò che torna dal passato non chiede di essere risolto. Chiede di essere confortato.
Non si chiude una falla con l’aria
In diretta ho chiuso con una poesia di Emily Dickinson, che dà voce a tutto questo meglio di qualsiasi spiegazione. Dice, in sostanza, che per chiudere una falla devi inserirvi ciò che l’ha prodotta — e che se provi a tapparla con qualcos’altro, quella si spalancherà sempre più grande. Non si colma un abisso con l’aria.
È geniale, perché descrive con esattezza ciò che facciamo quando esiliamo una parte di noi. Cerchiamo di chiudere una ferita riempiendola di sostituti — lavoro, controllo, ragionamenti, buoni propositi — invece di darle ciò che davvero chiede. E ciò che davvero chiede, quasi sempre, è una cosa sola: conforto. L’evento difficile genera una falla perché non è stato né confortato né consolato. È l’assenza di conforto, più dell’evento in sé, ad aprire il varco. Per questo i nostri ragionamenti sulle nostre falle non funzionano: una falla non si argomenta, si conforta.
Ed ecco perché la mindfulness ha tutto a che vedere con la cura del passato, malgrado sia la pratica del presente. Perché ci insegna a stare — presenti, senza dissociarci — proprio accanto a ciò che torna. A non fare i vigili che fermano il traffico delle memorie con un gesto della mano. A lasciare che il passato si riattualizzi nel presente, dove finalmente, da adulte, possiamo dargli il conforto che allora è mancato. E così la pratica del presente diventa il luogo dove curiamo il passato e, insieme, diamo una direzione nuova al futuro. Perché la memoria, ricordiamolo, guarda avanti.
Di tutto questo — del passato che bussa, delle parti più giovani che chiedono accoglienza, del conforto come unica cura delle nostre falle — faremo esperienza diretta, e non solo concettuale, nei ritiri di Reparenting. Quello che qui ho potuto solo raccontarti, lì potremo viverlo insieme: in un corpo, in una stanza, con altre persone che fanno lo stesso cammino.
Per oggi, una domanda da portarti a spasso. C’è un pensiero che ti torna spesso — uno di quelli che scacci come una distrazione? E se invece fosse una freccia? Se stesse indicando proprio l’area della tua vita che chiede, da tempo, di essere finalmente confortata?
Nicoletta [Scopri il ritiro di agosto —
