
C’è una domanda che mi porto dietro da anni, alla quale non ho mai trovato risposta in modo soddisfacente nelle sedute, nei libri, nelle meditazioni guidate. La domanda è questa: cosa facciamo con ciò che non ha parole?
Intendo dire: il dolore che si siede nel petto e non ha nome. La perdita che non riesci a raccontare perché ogni volta che provi le parole ti sembrano troppo piccole, troppo piatte, troppo ordinarie per contenere quello che porti. Il lutto che non è ancora lutto. La stanchezza che non è solo stanchezza. Quella sensazione di smarrimento che a volte arriva all’improvviso, anche in mezzo a una vita che “va bene”, e che ti lascia con la domanda più difficile: ma dove sto andando? E soprattutto perché?
Ho conosciuto Valerio Grutt attraverso il suo lavoro, prima ancora di conoscerlo come persona. E quando ho letto di “Immagini dal deserto” — lo spettacolo che ha costruito con attori e con dodici pazienti affetti da Alzheimer alla Fondazione Sant’Orsola di Bologna qualcosa in me si è fermato. Non di emozione generica, di quella che si prova davanti a una bella storia. Si è fermato di riconoscimento. Come quando incontri qualcuno che sta cercando le stesse pepite d’oro che cerchi tu, anche se scava in un terreno diverso.
Martedì 9 giugno alle 20, su Zoom, Valerio sarà con noi. Parleremo di poesia e cura. Di parole e silenzio. Di quello che succede quando porti la bellezza nei luoghi dove il dolore è di casa.
Prima di quell’incontro, voglio condividere alcune riflessioni che questo incontro ha già cominciato a muovere in me.
Il deserto che è di tutti
Il progetto di Valerio nasce da un’immagine. Un gruppo di viandanti che vaga nel deserto da così tanto tempo che nessuno ricorda più da dove è partito, dove è diretto e soprattutto perché. Si avanza tra miraggi, rituali misteriosi e incontri improbabili. Una sola certezza accomuna tutti: la sete.
Quello che mi ha colpito non è la bellezza dell’immagine — anche se è bellissima. È quello che ha detto il direttore della Fondazione, Stefano Vezzani: “La cosa più interessante è che gli anziani non fingono di non avere la malattia che hanno, ma proprio il loro non ricordare diventa immagine di uno smarrimento che a ben guardare è di tutti”.
Ecco. Proprio questo.
Il non ricordare — la perdita della memoria, della rotta, del senso della direzione — non è solo un sintomo dell’Alzheimer. È una condizione umana. Quante volte ti sei persa nel mezzo di una vita che hai costruito mattone su mattone, e all’improvviso non sai più perché? Quante volte hai avuto la sensazione di camminare in un deserto, cercando qualcosa di cui non ricordi neanche più il nome?
La sete. Quello è il filo.
Non la risposta. Non la meta. La sete — quella tensione verso qualcosa di vivo, di vero, di acqua — è ciò che ci tiene in movimento. Ed è, in fondo, quello che porta le persone da me: non solo la sofferenza, ma la sete sotto la sofferenza. Il desiderio di ritrovare qualcosa che sentono di aver perso, anche se non riescono a dirmi esattamente cos’è.
La poesia sa cose che noi non sappiamo ancora
Valerio dice una cosa che mi è rimasta: “La poesia sa sempre più cose di me. Io la seguo mettendomi a servizio”.
Questa frase mi ha fatto pensare a come lavoro anch’io — non con la poesia, o almeno non solo, ma con la pratica della mindfulness, con la bioenergetica, con la scrittura contemplativa. C’è qualcosa in questi strumenti che va oltre la tecnica. Qualcosa che, se ci metti a servizio, ti porta in luoghi che il pensiero razionale non avrebbe mai trovato da solo.
La poesia funziona così. Non ti spiega il dolore — lo ospita. Non ti risolve la perdita — le dà forma. E quando qualcosa ha forma, anche se quella forma è strana, asimmetrica, non del tutto comprensibile, diventa portabile. Puoi tenerla in mano. Puoi guardarla.
In terapia, e nella pratica della mindfulness, accade qualcosa di molto simile. Il momento in cui una persona riesce finalmente a dare un nome — anche impreciso, anche provvisorio — a ciò che sta vivendo, qualcosa cambia. Non perché il dolore sia sparito. Ma perché è diventato qualcosa, invece di essere quel buio informe che occupa tutto lo spazio.
Quello che fa la poesia, lo fa con una precisione particolare: usa le parole in modo che vadano oltre il loro significato ordinario. Come dice Valerio, “la parola poetica è una super parola, deve saper chiamare l’energia del proprio elemento, sorgere dal lago bianco della pagina”. Non descrive — evoca. E nell’evocazione c’è uno spazio in cui il lettore può inserire la propria esperienza. Può riconoscersi senza essere nominato. Può essere visto senza essere esposto.
Quando le parole entrano in ospedale: l’incontro di un anno fa
C’è un episodio del lavoro di Valerio che non riesco a smettere di pensare. Ha portato la poesia al Sant’Orsola di Bologna — in un laboratorio aperto in cui nessuno entrava con il proprio ruolo. Non sapevi se chi avevi di fronte fosse medico, infermiere, paziente, operatore. Eri semplicemente una persona, con le tue parole e il tuo silenzio.
Quasi nello stesso momento, sua madre era in cura in quello stesso ospedale per un cancro. Ne ho parlato con lui in una diretta circa un anno fa. La trovi qui
Non so se riuscite a sentire la potenza di questo. Portare la poesia in un luogo dove il dolore è istituzionalizzato, dove le persone entrano con etichette — paziente, operatore, visitatore — e creare invece uno spazio dove quelle etichette cadono. Dove ciò che resta è la voce umana. E farlo mentre tua madre, in qualche reparto di quello stesso edificio, stava lottando con la sua vita.
Questo è il coraggio che chiede la cura, a volte. Non il coraggio di essere forti. Il coraggio di essere presenti, anche quando fa male. Di non mettere il tuo dolore da parte per fare spazio agli altri, ma di lasciare che i due dolori si parlino, si informino a vicenda, si rendano più interi.
In quel laboratorio è nato un piccolo libro — pubblicato in forma privata, per chi c’era. Non so se esiste qualcosa di più prezioso di un libro così. Da quell’incontro con Valerio Grutt
Emily Dickinson e le falle del cuore
C’è una poesia di Emily Dickinson che Valerio cita, e che è diventata una specie di stella polare per me in questo periodo:
“Per chiudere una falla devi inserirvi ciò che la produsse — Se con qualcosa d’altro vuoi richiuderla ti si spalancherà sempre più grande — Non puoi colmare un abisso con l’aria.”
Quante volte proviamo a fare l’opposto? A chiudere le falle con il contrario di ciò che le ha aperte. A coprire la tristezza con l’allegria forzata. A curare la solitudine con la distrazione. A rispondere al vuoto con il riempimento.
La Dickinson dice qualcosa di radicalmente diverso: per curare una ferita, devi usare la stessa materia di cui è fatta. Se le parole ti hanno spezzato il cuore — e tutti noi ricordiamo alcune parole che ci hanno spezzato il cuore, frasi dette da qualcuno di importante, in un momento sbagliato, con una precisione chirurgica e crudele — allora sono le parole che possono curare. Parole buone. Parole precise. Parole vere.
Questo è il motivo per cui la pratica di Metta — la gentilezza amorevole — funziona. Non perché sia sentimentale o consolatoria. Ma perché usa la stessa materia del danno: le parole, rivolte a se stessi, con intenzione e cura. Possa io stare bene. Possa io essere al sicuro. Possa io trovare pace. Non sono formule magiche. Sono rammendi. Parole buone che vanno a posarsi esattamente dove le parole cattive hanno fatto il buco.
Valerio lo dice in modo bellissimo: “A volte, quando dopo una seduta piena di dolore condiviso leggo una poesia non faccio altro che riparare falle, come un muratore o un idraulico. Mi sporco le mani di parole.”
Sporcarsi le mani di parole. Ecco un’immagine che vorrei portarmi nella pratica ogni giorno.
La mente che medita non è solo quella che pensa
Uno dei fili che mi ha portato verso questo incontro con Valerio è una domanda che mi faccio spesso, e che porteremo anche nella nostra conversazione del 9 giugno: che linguaggio parla la nostra mente? E di quale mente parliamo quando meditiamo?
La mente che pensa — quella che fa piani, che ricorda, che anticipa, che giudica — è solo una delle menti che abitiamo. C’è una mente più silenziosa, più profonda, che parla per immagini, per sensazioni corporee, per associazioni inaspettate. È la mente che si attiva quando ci perdiamo in una camminata, quando ascoltiamo musica che ci trasporta via, quando leggiamo una poesia e sentiamo qualcosa spostarsi dentro di noi prima ancora di capire perché.
La pratica della mindfulness è, tra le altre cose, un allenamento a frequentare questa mente più silenziosa. A rallentare abbastanza da sentire quello che c’è sotto il chiacchiericcio incessante. Ed è per questo che poesia e mindfulness non sono solo compatibili, sono profondamente alleate. Entrambe lavorano con la presenza. Entrambe cercano la verità sotto la superficie. Entrambe usano la forma — il respiro, il ritmo, la parola — per toccare qualcosa di informe.
Quando Valerio ha costruito “Immagini dal deserto” ha scelto di lavorare “sul sentire e sul momento, più che su un testo portante”. Ha scelto l’improvvisazione, il gioco, la reazione. Ha lavorato non sulla memoria — perché le persone con cui lavorava l’avevano persa — ma sulla presenza. Sul corpo. Sul gesto.
Cosa possiamo imparare da questo, noi che la memoria l’abbiamo ancora, ma spesso la usiamo per vivere altrove — nel passato o nel futuro — invece che qui, adesso, in questo corpo, in questo momento?
Una pratica: il rammendo con le parole
Tempo necessario: 20-25 minuti. Cosa ti serve: un quaderno, una penna, uno spazio tranquillo dove non sarai disturbata.
A — Radicamento (5 minuti)
Prima di cominciare, siediti con entrambi i piedi ben piantati a terra. Senti il peso del corpo sulla sedia. Fai tre respiri lenti, profondi, completi — inspirando dal naso, espirando dalla bocca con un piccolo sospiro sonoro. Lascia che ogni espirazione sia un permesso a depositarti.
Porta l’attenzione al corpo. Dove senti tensione in questo momento? Non per cambiarla — solo per notarla. Annuiscile. Ci sei. Ti vedo.
B — La falla (5-8 minuti)
Nel quaderno, scrivi in cima alla pagina: “Ci sono parole che mi hanno fatto del male.”
Poi lascia che vengano. Non quelle “giuste” o “importanti” — quelle che vengono. Possono essere parole di qualcuno che ami. Possono essere cose che ti sei detta tu stessa. Possono essere vecchie di decenni o recentissime.
Non devi scrivere un racconto — puoi scrivere frammenti. Immagini. Frasi spezzate. Lascia che la penna si muova senza troppo controllo.
Domande guida, se hai bisogno:
- Quale frase ricordo ancora, anche se avrei preferito dimenticarla?
- Quali parole hanno lasciato un segno nel corpo? Dove lo sento, quel segno?
- C’è qualcosa che qualcuno mi ha detto e che ha cambiato come mi vedo?
C — Il rammendo (8-10 minuti)
Ora, accanto a ogni falla che hai scritto, scrivi una parola buona. Non deve essere il contrario. Non deve essere “consolante”. Deve essere vera.
Se hai scritto “sei troppo sensibile”, potresti scrivere accanto: “la mia sensibilità mi permette di vedere quello che altri non vedono.” Se hai scritto “non sei abbastanza”, potresti provare: “sono abbastanza per questo momento, per questo respiro, per questa pagina.”
Puoi anche prendere a prestito parole di poesia — di Dickinson, di Merini, di Szymborska, di Pavese. Le parole degli altri, dice Valerio, “solo leggendole diventano anche le tue parole.”
Termina scrivendo una piccola frase di Metta verso te stessa: Possa io ricevere parole buone. Possa io essere al sicuro anche nel mio non sapere. Possa io trovare la mia acqua nel deserto.
D — Chiusura
Rileggi solo il rammendo — le parole buone. Poi chiudi il quaderno. Fai tre respiri. Torna ai piedi a terra.
Martedì 9 giugno, alle 20, ti aspetto
Martedì 9 giugno alle 20, su Zoom, incontreremo Valerio Grutt. Parleremo di tutto questo — e di altro. Di come la poesia entra nei luoghi di cura. Di cosa significa portare la bellezza dove c’è dolore. Di quella domanda che Valerio si porta dietro: la poesia è un destino?
Non è un evento per addetti ai lavori. È per chiunque sia curioso di capire come le parole possono guarire — o almeno, come possono tenere compagnia al dolore finché non si decide a trasformarsi. Iscriviti qui per partecipare
Portati un quaderno. Portati le tue falle. Portati la tua sete.
Nel deserto, dice Valerio, si cerca l’acqua. Forse la poesia è una delle forme in cui l’acqua appare. Non sempre dove te la aspetti. Non sempre nella forma che immaginavi. Ma vera, quando la trovi.
Con grazia, grinta e gratitudine, Nicoletta
© Nicoletta Cinotti 2026, La gioia ribelle. La mindfulness e l’arte di invecchiare
