
Torno da un ritiro, e come mi accade quasi sempre, il tema di questa settimana non l’ho scelto io. Me l’ha portato una conversazione. Le mie dirette, e spesso i miei pensieri più veri, nascono così: dal dialogo con le persone, da qualcosa che qualcuno dice e che continua a lavorarmi dentro anche dopo che siamo uscite dalla stanza.
Questa volta è stata una donna che seguo da tempo. Una persona autonoma, capace, che sa fare i conti con la realtà e sa mettere uno stop quando le cose non vanno come dovrebbero. Non ha i tratti della dipendenza affettiva — anzi, per molti versi è l’opposto. Eppure c’è una cosa, in lei, che mi ha fatto pensare: quando vuole qualcosa, la vuole veramente. E su quel volere non ci sono molte mediazioni possibili. Il desiderio, in quei momenti, la prende tutta.
Guardandola, mi sono posta una domanda che è diventata il filo di questa settimana: come mai certe persone restano avvolte dal desiderio fino a farne una dipendenza, e altre invece desiderano, magari intensamente, e poi riescono a interrompere ciò che fa loro male? Cosa fa la differenza?
Prima di provare a rispondere, però, devo togliere di mezzo un fraintendimento — perché tra chi medita è diffusissimo, e rischia di allontanarci sia dalla pratica che dalla vita. È l’idea che la meditazione ci chieda di non desiderare più niente. Di diventare creature acquietate, distaccate, un po’ spente. Non è così. E il buddhismo, che di desiderio se ne intende, lo dice con una precisione che la nostra lingua fatica a rendere.
In italiano abbiamo una parola sola: desiderio. Il buddhismo ne ha due. C’è taṇhā, che significa letteralmente sete: la fame, il desiderio che acceca, quello che ci spinge a fare cose non sempre di buon auspicio. E c’è chanda: il desiderio come motivazione, come intenzione, come filo. Sono due cose diverse. Il primo produce guai. Il secondo ci permette di essere fedeli a noi stesse, di seguire una strada buona anche quando è faticosa, di restare su ciò che conta. Il desiderio di praticare, di crescere, di prenderci cura di ciò che amiamo — quello è chanda. Nessuna tradizione contemplativa ci chiede di spegnerlo. Al contrario: senza chanda non ci si siede nemmeno sul cuscino. È il desiderio che ci porta a cercare, ed è il desiderio che ci tiene fedeli alla ricerca.
È taṇhā, la brama, quella che viene considerata un impedimento alla consapevolezza. E allora il primo gesto — prima di qualunque tecnica, prima di qualunque pratica — è imparare a distinguere, dentro di noi, quale dei due ci sta abitando in un dato momento. Possiamo semplicemente domandarci: questo che sento è una brama, un desiderio che mi offusca la mente, oppure è chanda, una motivazione, un’intenzione, un filo? Già solo porsi la domanda cambia il paesaggio. Ci restituisce un margine dove un attimo prima c’era solo la spinta.
la differenza che si sente
E la cosa preziosa è che la differenza non è filosofica: si sente nel corpo. Quando siamo nella brama, non vediamo nient’altro e non pensiamo a nient’altro. Che sia il desiderio di un oggetto o di una persona, quel desiderio è capace di occupare tutta la mente — come un ospite che entra in casa e si allarga fino a non lasciarci più una stanza libera. La motivazione, invece, ha tutt’altra qualità: è una spinta soffice, piacevole, che ci muove dall’interno senza divorarci. Se cerchi un criterio da portare con te questa settimana, è questo: la brama restringe, la motivazione apre. Provaci, nei prossimi giorni. Quando senti salire un desiderio, prima ancora di chiederti se è giusto o sbagliato, senti soltanto: mi sta stringendo il campo, o me lo sta allargando?
Ma perché la brama ci porta via dalla presenza? Perché ci mette nella condizione di essere totalmente protese verso qualcosa che non c’è. Una realizzazione concreta, una relazione, una persona, un possedimento che in questo momento manca. Il desiderio ha per sua natura la forza di spingerci in avanti — ed è una forza, non è un difetto. Ma mentre ci spinge in avanti, ci toglie da qui. Siamo nel presente con il corpo e altrove con tutto il resto. Il momento che stiamo vivendo diventa solo un corridoio da attraversare in fretta, per arrivare alla stanza dove crediamo ci aspetti finalmente la felicità. E i corridoi, si sa, non li abita nessuno. Ci passiamo. Non ci viviamo.
De-siderium
C’è un’etimologia che molte di voi conoscono e che amo profondamente. Desiderium: assenza di stelle. Quando i naviganti antichi non potevano vedere le stelle, non potevano orientarsi, e non potevano tornare a casa. In quel cielo coperto nasceva la nostalgia — il desiderio di casa. Ma quella stessa nostalgia era anche ciò che li teneva con gli occhi rivolti al cielo, ad aspettare il momento in cui le stelle sarebbero riapparse e avrebbero potuto muoversi. Ecco la doppia natura scritta dentro la parola: il desiderio è una mancanza, e la mancanza fa male; ed è un orientamento, e l’orientamento è ciò che ci tiene in cammino. Il problema comincia in un punto preciso: quando la mancanza smette di orientarci e comincia a convincerci che di quella cosa abbiamo un bisogno assoluto. Che senza, non potremo stare bene. È lì che il desiderio-bussola diventa desiderio-catena.
L’iconografia buddhista ha per tutto questo un’immagine che, una volta vista, non si dimentica più: il preta, lo spirito affamato. Viene raffigurato magrissimo, con una gola sottile come un ago e una pancia enorme. Una fame immensa, e nessuna possibilità di saziarla. Perché quella pancia così grande? Perché desiderare e appagarsi sono due azioni diverse. Noi possiamo desiderare una cosa, raggiungerla, e passare immediatamente al desiderio successivo — senza esserci fermate, nemmeno un istante, ad assaporare l’appagamento che quella realizzazione ci aveva dato. La fame del preta non dipende da quanto mangia. Dipende dal fatto che non gusta mai. Trangugia e riparte. E resta affamato in eterno.
perché il cervello ci tiene affamati?
Fermiamoci qui, su questa immagine, perché è la soglia di tutto il resto. C’è un punto — sottile, quasi impercettibile — in cui il desiderio comincia a trasformarsi in qualcosa che assomiglia a una dipendenza. Ed è esattamente quel salto: dal desiderio realizzato al desiderio nuovo, senza la sosta dell’assaporare. La mia paziente desiderava una relazione con una persona. E la persona c’era. La relazione c’era. Eppure qualcosa in lei continuava a desiderare come se non ci fosse. Non era dipendenza da quella persona — era il desiderio stesso che non riusciva a fermarsi, a prendere atto, a dire: è qui. C’è. Adesso posso finalmente guardarlo, e godermelo.
Cosa succede in quel punto, e perché il cervello è fatto in modo da tenerci affamate anche quando siamo sazie — è il territorio in cui entreremo nei post di questa settimana. Per ora, mi interessa lasciarti con il gesto più semplice e più sovversivo di tutti. Non è rinunciare a desiderare: sarebbe rinunciare alla vita, e non è questo che vogliamo. È molto più umile. È fermarsi, quando qualcosa arriva. Sospendere per un momento la spinta in avanti e chiedersi: quello che ho desiderato tanto, ora che c’è, com’è davvero? A volte scopriremo che è una gioia — e allora finalmente ce la godremo, invece di correre già verso la prossima. E a volte scopriremo che non era la grande vincita che il desiderio ci aveva promesso. Anche questa è una scoperta preziosa: ci dice che a parlare, dentro di noi, era la brama. Non la vita.
La pratica della settimana. Domattina alle 8, nella meditazione gratuita del lunedì, portiamo tutto questo dal concetto al corpo — perché il desiderio è come un’onda, e le onde, anche le più alte, si possono imparare a cavalcare senza esserne travolte. È mezz’ora, è per tutte, e ti aspetto [link Zoom]. Poi, per chi partecipa al Substack Premiumci sarà il Cerchio di Pratica del mese.
Ti lascio con la domanda da tenere in tasca in questi giorni, come una piccola bussola: quello che stai desiderando più intensamente in questo momento — è brama, o è motivazione? Ti restringe il campo, o te lo apre?
Con grazia, grinta e gratitudine,
Nicoletta
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