Tenere tra le braccia
la voce del mondo
ospitare i suoni ammucchiati
senza chiedere senso
cullare lingue e pelli
ossa di diverse misure
parole fredde e calde urli e bisbigli
una fioritura spinosa
e corrodere le frontiere
e fare uno strepito sorridente:
sì vieni, ben arrivato
nel mio sbando
c’è sempre posto per te.
© Chandra Livia Candiani, La domanda della sete
Argomento
Vorrei che tutti i bambini fossero felici
Ogni tanto mi capita di fare degli spiengoncini. Cerco di farli il meno possibile ma è una tendenza pettegola dentro di me che salta fuori nei modi meno prevedibili e, a volte, nei contesti meno opportuni. Non mi piace la parte di me che fa gli spiegoni perchè non riesco a toglierle quell’aria saccente e vecchia che ho da quando ero bambina. In questo periodo sto guardando la serie Sheldon, su Netflix e devo ammettere che assomigliavo a quel bambino e che solo per miracolo i miei fratelli non mi hanno soffocato nel sonno (ma ci hanno provato!).
Il punto è che quando parte lo spiegone sei convinta che anche agli altri possa interessare e, invece, per molte persone è molesto quasi come il fatidico grillo (o grullo) parlante. Adesso ti ho avvisato: sto per far partire uno spiegone e quindi sei autorizzato a soprassedere e leggere direttamente il post di domani:-)
Lo spiegone di oggi riguarda il fatidico tema del bambino interiore, del reparenting e della nostra personalità fatta di tante sub-identità.
Tutti noi abbiamo un bambino interiore, che la nostra infanzia sia andata bene, benissimo o male. La differenza sta in quanto è funzionale il modo di esprimere le nostre parti infantili interiori. Non sono necessariamente parti che devono crescere e credere che diventeremo, un giorno, tutti adulti, è una delle distopie più deprimenti che posso immaginare. Fortunatamente non si realizza. Ma quand’è che il nostro bambino interiore va curato? Quando esagera. Tutte le nostre esagerazioni nascono dal bambino interiore che, come si sa, non apprezza il senso del limite. Per trattare il bambino interiore la strada è il reparenting, ossia fare con noi stessi quello che avrebbero dovuto fare i nostri genitori e che non hanno saputo o potuto fare. A volte per eccesso d’amore – troppo compensativi – a volte per mancanza d’amore – troppo deprivativi.
Durante lo sviluppo di una regolare pratica di mindfulness è molto probabile che questi aspetti riemergano e spesso ci distraiamo proprio per non incontrarli ma più procrastiniamo e più possono dare vita a delle sub-identità, parti del nostro carattere che entrano in azione in maniera poco costruttiva anche se hanno comportamenti molto adeguati.
Facciamo un esempio banale. Sono una persona bisognosa di amore ma temo di espormi e di venir rifiutata e quindi sviluppo un comportamento compensativo che mi offra un surrogato di quello che cerco. Posso scegliere di diventare seduttiva, saccente, primeggiare, competere. Tutto questo può esprimersi con comportamenti molto adeguati di impegno, dedizione, affidabilità e così via. Sono comportamenti adeguati ma che hanno un aspetto abusante perché sono compensativi di un bisogno e non la risposta a quel bisogno. Sono stata adeguata agli occhi del mondo esterno ma inadeguata agli occhi del mondo interno. Ho fatto un “cattivo reparenting” anche se l’ho fatto con una buona intenzione.
Se riesco a riconoscere il mio bisogno e confortarlo, con il tempo questo bisogno sarà sempre più integrato nella mia vita perché l’avrò consolato. Avrò fatto un “buon reparenting”.
Facciamo il caso che io abbia paura, fastidio, vergogna per questo bisogno e che cerchi di soffocarlo anziché ascoltarlo. Questi ripetuti rifiuti fatti da me stessa a me stessa andranno a formare una parte che terrò a bada più o meno bene tranne che in condizioni di stress, stanchezza o alta intensità emotiva. Allora verrà fuori senza che riesca a controllarla e si comporterà in modo consueto e disfunzionale. In questo caso il reparenting non basterà più e dovrò invece trattare questo aspetto come se fosse un alter-ego con il quale iniziare una trattativa. Dovrò quindi lavorare su quella parte non solo con il reparenting ma con uno sguardo a tutta la famiglia interiore.
Perché te lo spiego? Perché vorrei che tutti i bambini fossero felici: essere felici da soli non ha sapore!
Nel profondo di ciascuno di noi c’è un bambino che era innocente e libero e sapeva che il dono della vita è il dono della felicità. Alexander Lowen
Pratica di mindfulness: Famiglie interiori
© Nicoletta Cinotti 2022 Mindfulness e psicoterapia: formazione in reparenting 26 – 29 Maggio 2022
Errori con una storia (ed errori freschi di giornata)
Cercavo una definizione di self-compassion. Non che non ne esistano, la definizione più diffusa è quella di rivolgere la compassione verso di sé, verso le proprie difficoltà e verso la propria vulnerabilità. E, in effetti, è un’ottima definizione.
Ma continuando a cercare dentro di me mi sono accorta che quello che interrompe un atteggiamento compassionevole nei miei confronti è la perdita di fiducia che sorge dopo che sono rimasta delusa da un mio comportamento. Ho sbagliato qualcosa e, proprio nel momento in cui avrei bisogno di self-compassion, mi ritrovo, invece, ad essere severa. Perché, mi sono detta, sparisce questa qualità proprio quando ne avrei più bisogno? La risposta mi sembra che sia la perdita di fiducia nei confronti di me stessa e della possibilità futura di non ripetere lo stesso errore. Perdo fiducia nella possibilità di imparare. Mi accontento della punizione e non credo sia possibile una riparazione. Mi sento come quelle vecchie macchine che porti dal meccanico, le guarda scuotendo la testa e dicendo, “Non vale la pena ripararla, è troppo vecchia!” In effetti questo sentimento sorge di più se sono errori con una storia piuttosto che errori freschi di giornata.
In ogni caso direi che self-compassion è continuare ad avere fiducia in sé stessi. Continuare a credere che sia possibile imparare dai propri errori e saperli perdonare perché, se non sappiamo perdonarci per aver sbagliato, non sapremo nemmeno rimettere in moto la fiducia. È la fiducia il vero motorino d’avviamento del cuore!
Sperare in una vita fatta solo di felicità e piacere è una tendenza naturale dell’essere umano. Siamo sempre alla ricerca di un modo per non provare niente di sgradevole. Eppure, possiamo intraprendere con tutto il cuore un percorso spirituale autentico solo quando cominciamo ad avere la tormentosa sensazione che questo sogno non si realizzerà mai. Finché non abbiamo almeno un sentore di questa realtà, per noi sarà difficile muoverci in direzione di un’apertura alla totalità della vita. Continueremo piuttosto a mantenere le abitudini che ci incastrano in un ciclo di ansia e insoddisfazione, una generazione dopo l’altra. Pema Chodron, Accogliere l’inaccettabile
Pratica di mindfulness: Un respiro affettuoso
© Nicoletta Cinotti 2022 Reparenting ourselves. Ritiro di bioenergetica e mindfulness
Sostenere l’insegnante interiore: l’MBI-TAC e le capacità relazionali
Quali sono le caratteristiche di un buon insegnate di mindfulness? E, soprattutto, come possiamo sostenere lo sviluppo e la crescita delle capacità di insegnamento degli insegnanti già formati? Questo sarà il tema del ciclo di supervisione che inizierà a Novembre, con Rebecca Crane dell’università di Bangor, in Gran Bretagna.
Nel Regno Unito la formazione per istruttori mindfulness è condotta in tre università di eccellenza: Oxford, Bangor ed Exter. I docenti di questi tre corsi di formazione hanno lavorato in team con un unico scopo: come possiamo sostenere gli insegnati nella loro crescita personale e professionale? E quali sono le caratteristiche degli insegnanti che rendono efficace la loro didattica?
Così, dopo decenni in cui l’attenzione, in area mindfulness, è stata dedicata all’efficacia dei risultati sui partecipanti, adesso iniziamo a chiederci in che modo la qualità dell’insegnamento sostiene la qualità e la bontà dei risultati per un partecipante.
Per questa ragione iniziamo a pubblicare alcuni dei criteri salienti. Si tratta di sei diversi domini tutti di pari importanza. Iniziamo con uno di questi domini: incarnare la consapevolezza
L’insegnamento basato sulla consapevolezza è fortemente relazionale in quanto le pratiche stesse ci aiutano a sviluppare una nuova relazione sia con noi stessi sia con la nostra esperienza.
Le qualità relazionali
Le qualità che l’insegnante trasmette ai partecipanti e il processo di insegnamento rispecchiano le qualità che i partecipanti stanno imparando a dedicare a sé stessi. La mindfulness è la consapevolezza che emerge prestando attenzione all’esperienza in un modo particolare: in modo intenzionale (l’insegnante è deliberato e concentrato quando si relaziona con i partecipanti alle sessioni); nel momento presente (l’insegnante ha intenzione di essere presente con tutto il cuore con i partecipanti); e senza giudizio (l’insegnante porta uno spirito di interesse, profondo rispetto e accettazione ai partecipanti) (Kabat-Zinn, 1990).
Caratteristiche chiave da considerare quando valutiamo questi aspetti:
- Autenticità e potenza: relazionarsi con una attitudine di genuinità, onestà e sicurezza.
- Connessione e accettazione: supportare attivamente e connettersi con i partecipanti e la loro esperienza del momento presente e trasmettere una comprensione accurata ed empatica.
- Compassione e calore: trasmettere una profonda consapevolezza, sensibilità, apprezzamento e apertura all’esperienza dei partecipanti.
- Curiosità e rispetto: trasmettere interesse genuino ad ogni partecipante e la sua esperienza, rispettando le vulnerabilità, i confini e il bisogno di riservatezza di ciascun partecipante.
- Mutualità: impegnarsi con i partecipanti in un rapporto di lavoro reciproco e collaborativo.
©Rebecca Crane MBI-TAC
www.nicolettacinotti.net
Perché la Bioenergetica va d’accordo con la mindfulness?
Cosa significa analisi bioenergetica?
Partiamo dall’inizio perchè non presuppongo che tutti conoscano l’analisi bioenergetica – che è un approccio di psicoterapia corporea – mentre credo che siano molte di più le persone che hanno un’idea di cosa sia la mindfulness. Io provo a tenerle insieme perché hanno un filo forte che le unisce: il filo della consapevolezza corporea. Così cosa contraddistingue la bioenergetica degli altri approcci di psicoterapia corporea? Due elementi: l’integrazione corpo – mente e il concetto di energia.
L’integrazione mente – corpo
Il primo punto da cui parte Lowen è l’integrazione mente-corpo.
“L’analisi bioenergetica è un approccio che integra il corpo nel processo analitico, perché il corpo è la persona. Qualunque problema presente nella personalità quindi si manifesta sia nell’espressione corporea che nell’espressione psicologica. Questi problemi posso essere individuati in modo accurato a partire proprio dalla motilità del corpo se si è in grado di leggerne il linguaggio. Il corpo inoltre contiene la memoria di ogni esperienza che la persona abbia attraversato, pertanto è possibile leggere la biografia di una persona a partire dalla struttura dinamica del suo corpo. Da un punto di vista teorico possiamo affermare che ogni esperienza vissuta si struttura nel corpo delle persone così come nella loro mente.“
A livello profondo, corpo e mente sono un’unica realtà: la parola corpo include la mente così come quest’ultima implica l’esistenza di un corpo. Non possono essere separati e non esiste esperienza che non abbia impatto su entrambi. A livello superficiale, il corpo e la mente sono antitetici ed ognuno rappresenta un aspetto differente ed opposto della personalità. A questo livello, i processi mentali influenzano il funzionamento corporeo mentre i processi corporei influenzano e determinano pensieri ed immagini. La formulazione di questa relazione tra corpo e mente, che è alla base dell’analisi bioenergetica, è alla base anche della consapevolezza del corpo nella mindfulness.
[box] Domani sarà dedicato a questo la prima delle tre meditazioni del mini corso gratuito su Zoom[/box]
Il concetto di energia
Un altro aspetto dell’analisi bioenergetica è il concetto di energia, compreso nella stessa definizione di analisi bio-energetica.Se si vuole comprendere la personalità ed il carattere di una persona è importante avere chiaro quanta energia abbia e come la utilizzi. Ogni struttura caratteriale porta con sé una riduzione del livello personale di energia o una restrizione del suo flusso naturale nel corpo. Carattere va inteso in senso ampio come organizzazione della personalità, delle strutture difensive e delle modalità automatiche di risposta alle situazioni del quotidiano. Nella mindfulness questo insieme ha due diverse denominazioni: può essere considerato quello che ci fa dire “Io”, “mio” e quello che ci fa agire con il pilota automatico inserito. In entrambi i casi sia per la bioenergetica che per la mindfulness la nostra consapevolezza e la nostra energia è ridotta da questi aspetti automatici.
Ma di quale energia stiamo parlando? L’energia è in relazione con la nostra vitalità e con la disponibilità di accesso alle nostre risorse. Portare l’attenzione intenzionalmente al respiro aumenta la nostra energia e fa affiorare nuove possibilità. Quando respiriamo consapevolmente, il livello energetico migliora, diventiamo più consapevoli ed emergono aspetti che erano stati repressi o dissociati.
Più pratichiamo, più attiviamo la consapevolezza e più emergono le vecchie abitudini che ci invitano a rimanere nella strada conosciuta, la strada del carattere e quella del pilota automatico.
È qui che la pratica si fa davvero interessante; è qui che siamo invitati a guardare con gentilezza invece che con severità quello che accade. È qui che potremmo confondere la distrazione con un errore anziché con la messa in moto di un processo di cambiamento.
[box] Lunedì 23 Maggio sarà dedicato a questo la seconda delle tre meditazioni del mini corso gratuito su Zoom[/box]
Come si affrontano le tensioni
A partire da questi due elementi di base – l’identità funzionale mente – corpo e il concetto di energia e la sua modulazione o diminuzione dovuta alle tensioni muscolari croniche – possiamo dire che i fondamenti dell’analisi bioenergetica riguardano la comprensione del lavoro sulle tensioni muscolari. Con la consueta chiarezza Lowen definisce come interviene nel lavoro corporeo.
Quando vedo un’area del corpo trattenuta o contratta la interpreto per prima cosa in termini energetici. La contrazione, a seconda della sua collocazione, blocca il flusso di eccitazione che va verso l’alto, nella testa e negli occhi, o verso il basso, nel bacino, nei genitali, e nelle gambe. In ogni caso il dolore è connesso con il trattenere. Da una parte trattenere o contrarre sono manovre utili a diminuire il dolore legato ad un desiderio insoddisfatto, ad una ferita o ad un’umiliazione, alla perdita o alla frustrazione. Diminuiscono il dolore attenuando le emozioni, cioè desensibilizzando la persona nei confronti del dolore. L’area interessata viene intorpidita. In terapia per prima cosa viene sperimentato l’allentamento della contrazione, quindi dolore. Il passaggio di una forza energetica (il sangue) attraverso una zona contratta, è doloroso. Ma dopo che è avvenuta l’esperienza del rilasciare la tensione, la sensazione è di piacere“
Il dolore del cambiamento
Passare attraverso il corpo ha lo scopo di riconnettere – anziché evitare o dissociare – con il dolore provato. Ristabilendo la nostra naturale capacità di percepire il dolore, riportiamo vitalità anche alla nostra capacità di sentire il piacere. Lowen considera questo processo di risveglio del corpo come “Il dolore del cambiamento” .
“Non credo che si possa ottenere alcun cambiamento caratteriale significativo senza sperimentare il dolore del cambiamento. Cambiare è doloroso. Un processo di crescita normale non comporta dolore ma la terapia lavora per rimuovere i blocchi alla crescita e si confronta con una crescita distorta e uno sviluppo bloccato“.
Questo lavoro è finalizzato a riconnetterci con l’aspetto emotivo, di cui il blocco è sempre espressione.
A questo punto, il tipo di blocco (linguaggio del corpo) mi dice di quale emozione si tratta. Di solito, questa emozione può essere portata alla consapevolezza attivando il movimento espressivo relativo.
Il dolore del cambiamento è anche il punto d’incontro con la mindfulness che ci ricorda come da una parte siamo inevitabilmente soggetti al cambiamento legato al passare del tempo, all’invecchiamento e all’altalena salute/malattia mentre dall’altra parte siamo soggetti al dolore che nasce dal rifiutare la realtà così com’è. Una realtà che vorremmo più aderente alle nostre aspettative
La strada della resa, la gentilezza
Tendiamo a riservare la gentilezza alle occasioni speciali o alle relazioni speciali. Ne facciamo un uso discriminativo come se fosse un farmaco o un premio. In bioenergetica la gentilezza è la resa, quando il muscolo scioglie la sua tensione e si “arrende”. Nella mindfulness la gentilezza, altrettanto centrale, è un invito. Un invito a lasciar cadere qualche goccia di accettazione della realtà nel momento in cui si presenta, desiderata o indesiderata che sia.
Cosa c’è di più gentile che dire alla realtà, benvenuta e nominarla, con le parole che riconoscono la sua natura: rabbia, paura, dolore, gioia, sorpresa, curiosità. Sospendendo il giudizio e soprattutto sospendendo l’associazione tra piacevole=buono, spiacevole=cattivo.
Questo soffermarsi sulla porta apre un’altra possibilità: la possibilità della self-compassion
La possibilità della self-compassion
Potremmo chiederci che cosa sia la self-compassion. Sono sempre più convinta che è un invito al perdono. A perdonare noi stessi per come siamo e la realtà per come è. È questo momento di perdono (e accettazione) che lascia sorgere il sentimento della compassione.
La compassione ci invita a praticare “pausa” mentre noi siamo predisposti a praticare “fuga”. Perché quindi fare qualcosa di così controintuitivo? Perché se pratichiamo pausa disattiviamo il circuito di risposte difensive che ci mette sotto stress. Nello stesso tempo, perché questa pausa non sia lesiva, abbiamo bisogno di saper distinguere le situazioni in cui vale la pena soffermarsi da quelle in cui vale la pena, anzi è indispensabile, reagire. Possiamo imparare a fare questa distinzione grazie alla consapevolezza che ci regala la pratica di mindfulness. Se non facciamo distinzioni combatteremo con uguale forza sia disagi piccoli che dolori grandi mettendoci in una continua lotta per la sopravvivenza.
Uscire dalla vergogna
Nessuno di noi ama troppo sbagliare e soprattutto temiamo le conseguenze dei nostri errori. Temiamo di venir giudicati sulla base di quello che non funziona o che i nostri errori nascondano il nostro valore. Temiamo il giudizio degli altri ma soprattutto il nostro, così intimo e preciso. E anche se potrà sembrare strano è vergogna quella che proviamo nei confronti delle nostre imperfezioni e ansia all’idea che ne emerga qualcuna di nuova. È così che ci distraiamo, è così che trasformiamo la pratica in una lotta per cambiare, per essere diversi e, per migliorarci. È così che può sfuggirci quel sollievo, lieve eppure riconoscibile, che ci fa dire, “sono al sicuro, sono a casa”. Non perché andrà tutto bene ma perché avrò fiducia in quello che emerge anche quando è tanto diverso dalle mie aspettative. In quel momento le tensioni lasciano fiorire una nuova percezione del corpo, il cuore si ammorbidisce e la mente si calma.
© Nicoletta Cinotti 2022
Mini corso su zoom
- Lunedì 16 Maggio ore 8 a.m
- Lunedì 23 Maggio ore 8 a.m.
- Lunedì 30 Maggio ore 8 a.m.
Le pratiche saranno registrate e le troverai su Youtube, Instagram e Facebook
Il paradosso della fuga
Scappare è una reazione istintiva: hai paura, scappi. Vedi un pericolo, scappi.Non ci pensi nemmeno tanto: è un gesto istintivo, rapido come il vento perché ai comandi della regina paura si obbedisce con una fedeltà che non ha eguali. Sono pochi quelli che rispondono ai suoi comandi fermandosi. Sembra che quei pochi siano praticanti mindfulness. strana disciplina questa mindfulness che ti dice di non scappare ma di andare incontro a quello che ti fa paura. Non per altro: per prevenzione. Sì, un po’ come le visite mediche preventive. C’è chi le fa e chi non le fa per paura di trovare qualcosa.
Comunque, tornando a quelli strani della. mindfulness che invece che scappare di fronte alla paura ci stanno davanti, io direi che sono coraggiosi. Che allenano il coraggio. E ierisera ne ho trovato uno che ha scoperto una cosa meravigliosa. L’ha chiamata, “la porta”. Dunque la pratica della porta funziona così. Entri nella stanza della paura e quando diventa troppo grande esci e ti chiudi la porta alle spalle. Riprendi fiato e poi riapri la porta. Così per tutte le volte che vuoi. Sembra che funzioni.
Io invece ho trovato che quando la vita crea dei dislivelli – e la vita crea tanti dislivelli che, a volte, sono come baratri – bisogna usare delle conche di navigazione, come quelle che sono sul Brenta. Ti fermi, fai entrare l’acqua nella chiusa, fino a che il livello non sale e così puoi proseguire. La chiusa di navigazione nello stare fermi permette di esplorare e di raccogliere le forze necessarie, non per scappare, ma per andare avanti. perché, non so se te ne sei accorta ma qualunque fuga alla fine si arresta perché la vita va sempre più veloce della tua fuga e ti mette davanti proprio quello da cui stavi scappando. Tanto vale fermarsi prima
Forse sai come funzionano le conche di navigazione, ma spendo qual- che parola per descriverle perché ci assomigliano più di quello che pen- siamo. Nei corsi d’acqua e nei canali si creano dei dislivelli che renderebbero impossibile la navigazione. Quando la barca arriva al dislivello si apre una chiusa e viene fatta entrare l’acqua nella conca in modo che il livello interno pareggi quello del corso superiore del canale. A quel punto viene aperta un’altra chiusa e la barca procede.
Senza aiuto non riusciamo ad andare avanti. Potremmo rinunciare alla navigazione e limitare il nostro viaggio al tratto di fiume navigabile: lo facciamo tutte le volte che evitiamo le situazioni che ci fanno paura. (…) Ma a un certo punto abbiamo una intuizione: non vogliamo continuare così. Siamo stanchi di fare avanti e indietro in un piccolo tratto di fiume. Vogliamo navigare fino al mare. Allora, con la prati-ca di mindfulness, riempiamo la nostra conca e, quando ci sentiamo pronti, andiamo avanti. da Mindfulness ed emozioni
Pratica di mindfulness: Lavorare con la paura
© Nicoletta Cinotti 2022 Reparenting ourselves. Ritiro di bioenergetica e mindfulness
