Il nostro desiderio di cambiamento molto spesso si identifica con il fare: pensiamo di dover fare qualcosa di preciso perché avvenga qualcosa di altrettanto preciso. O almeno di più gratificante.I nostri sforzi in questa direzione spesso ci lasciano frustrati e delusi. Non riusciamo a produrre quel cambiamento desiderato oppure possiamo farlo solo a patto di una pressione continua in una direzione.
Raramente ci viene in mente che molti dei cambiamenti che desideriamo non possono nascere dal fare ma nascono, invece, dall’aumentare lo spazio dell’essere. Lo spazio dedicato alla contemplazione, alla profondità, al sorgere delle intuizioni, al riposo e al vuoto. Uno spazio che si contrae quando siamo troppo attivi e veloci e si espande quando rallentiamo o ci fermiamo.
Il problema è la porta. Cosa c’entra la porta, direte voi? La porta è il passaggio dal dare spazio alle maschere o dare voce alle parti nascoste. È una porta che richiede una transizione, un lasciar andare e che, spesso, forse troppo spesso, è percepita come una sottile angoscia. Come una sottile perdita. O come un timore. Così giriamo i tacchi e ritorniamo alle nostre maschere. E ci impegniamo in nuovi programmi di trasformazione che continuano a nascondere quello che avrebbe bisogno di venire alla luce.
Invece quella porta va varcata. Con tutta l’ansia che può darci. Perché, al di là di quella porta – che è come il rito di iniziazione delle favole – ci aspettano meraviglie.
Non ci aspetta nessuna via ascetica. Ci aspetta la Via di Mezzo: quella del dialogo tra le maschere e le nostre parti nascoste.
Le nostre parti esiliate nascono dal tentativo di contenere le emozioni difficili. Genitori di sé stessi
Pratica di mindfulness: Guardare in profondità: il bambino interiore
© Nicoletta Cinotti 2024 Le parti nascoste
