mindfulness e poesia
Le donne della mia vita
Ho parecchi debiti di gratitudine: cerco di saldarli ma sono sempre in ritardo e in disavanzo. Questo non è poi un gran male e comunque stamattina vorrei rimediare.
Ho un debito di gratitudine verso mia madre: non solo per l’ovvia considerazione che mi ha fatto nascere ma perché ha tollerato la mia lunghissima adolescenza e il mio animo ribelle. In effetti credo di essere uscita dall’adolescenza più o meno ieri.
Ho un debito di gratitudine verso la mia analista che in tanti momenti ho sentito generatrice più di una madre. Libera dall’impegno di accudirmi fisicamente mi ha restituito “l’anima intera”, non più frammentata in parti distinte e separate. Una gratitudine che ancora mi commuove.
Ho un debito di gratitudine verso la mia maestra di meditazione. Perché mi ha fatto rinascere infinite volte e mi ha fatto intravedere la possibilità che un’identità stabile non sia poi una così grande ricchezza. Mi ha insegnato ad apprezzare gli “attimi di me” senza sforzarmi di farli diventare un’unità costituita, una ricchezza stabile. Mi ha insegnato la circolazione della trasformazione, il baratto della compassione. E la risata del paradosso, quella che scuote le fondamenta delle cose di cui siamo convinti.
Ho un debito di gratitudine verso tutte le donne che ho incontrato nella mia vita: intelligenti, belle, brutte, panzer, dolci, imprevedibili o costanti e affidabili. Mi hanno insegnato cosa vuol dire la parola sorella.
Poesia del giorno: Ammonimenti rivolti alle donne
Pratica di Mindfulness: Meditazione sul cambiamento e sulla gentilezza amorevole
© Nicoletta Cinotti 2015
Foto di ©leosagnotti
Contributo alla statistica
Su cento persone:
che ne sanno sempre più degli altri
– cinquantadue;
insicuri a ogni passo
– quasi tutti gli altri;
pronti ad aiutare,
purché la cosa non duri molto
– ben quarantanove;
buoni sempre,
perché non sanno fare altrimenti
– quattro, be’, forse cinque;
propensi ad ammirare senza invidia
– diciotto;
viventi con la continua paura
di qualcuno o qualcosa
– settantasette;
dotati per la felicità,
– al massimo poco più di venti;
innocui singolarmente,
che imbarbariscono nella folla
– di sicuro più della metà;
crudeli,
se costretti dalle circostanze
– è meglio non saperlo
neppure approssimativamente;
quelli col senno di poi
– non molti di più
di quelli col senno di prima;
che dalla vita prendono solo cose
– quaranta,
anche se vorrei sbagliarmi;
ripiegati, dolenti
e senza torcia nel buio
– ottantatré
prima o poi;
degni di compassione
– novantanove;
mortali
– cento su cento.
Numero al momento invariato.
Essere parte del tessuto
Capita a tutti di sbagliare. Capita a tutti di ripetere un errore già fatto in passato: questo dispiace ancora di più. Perché ci dice che non abbiamo imparato, che siamo rimasti nello stesso punto dove eravamo prima.
Non ci dice nulla però sulla ragione per cui non abbiamo imparato, anche se sarebbe davvero utile.
Non impariamo tutte le volte in cui continuiamo a guardare le cose dall’esterno, dall’alto, da una prospettiva in cui non facciamo davvero parte del quadro. Tutte le volte in cui non vogliamo sporcarci le mani con la realtà della nostra esperienza. Tutte le volte in cui il nostro giudizio ci fa presumere di avere capito e imparato, dimenticando però, di sentire davvero cos’è successo.
Se ci mettiamo nel quadro, nella situazione, nell’errore, e lo sentiamo da dentro, il processo di apprendimento si attiva naturalmente. Perché quello che proviamo si ferma nel corpo e non solo nella mente. Non raccontiamo l’errore come se fossimo dei cronisti ma entriamo nei fili e nel tessuto di quell’errore. E, forse, possiamo aprirci al primo passo del cambiamento: perdonarci davvero perché abbiamo sentito dove abbiamo sbagliato.
Non si può cambiare niente dall’esterno. Stando al di fuori, guardando dall’alto, con un colpo d’occhio generale puoi scorgere le linee del disegno. Vedi cosa è sbagliato, cosa manca. Vorresti aggiustarlo. Ma non puoi annodare i fili. Devi esserci dentro, tesserli. Tu stesso devi esser parte del tessuto. Ursula Le Guin
Pratica di mindfulness: Meditazione sul cambiamento e la gentilezza amorevole
© Nicoletta Cinotti 2015 Scongelare il cuore
Foto di ©ALMartino Fiero del mio sognare
Per favore chiamatemi con i miei veri nomi
Non dire che domani scomparirò,
perché io arrivo sempre.
Guarda in profondità: io arrivo ogni secondo,
per essere un germoglio sul ramo a primavera;
per essere un minuscolo uccellino con le ali ancora fragili
che impara a cantare nel suo nido;
per essere un bruco nel cuore di un fiore,
per essere un gioiello che si nasconde in una pietra.
Io arrivo sempre, per ridere e per piangere,
per temere e per sperare.
Il ritmo del mio cuore è la nascita e
la morte di tutto ciò che è vivo.
Io sono un insetto che muta la sua forma sulla superficie di un fiume.
E io sono l’uccello che, a primavera, arriva a mangiare l’insetto.
Io sono una rana che nuota felice nell’acqua chiara di uno stagno.
E io sono il serpente che, avvicinandosi in silenzio, divora la rana.
Sono un bambino in Uganda, tutto pelle e ossa, le mie gambe esili come canne di
bambù,
e io sono il mercante di armi che vende armi mortali all’Uganda.
Io sono la bambina dodicenne profuga su una barca,
che si getta in mare dopo essere stata violentata da un pirata.
E io sono il pirata, il mio cuore ancora incapace di vedere e di amare.
Io sono un membro del Politburo, con tanto potere a disposizione.
E io sono l’uomo che deve pagare il ‘debito di sangue’ alla mia gente,
morendo lentamente in un campo di lavori forzati.
La mia gioia è come la primavera, così splendente che da sbocciare i fiori su tutti
i sentieri della vita.
Il mio dolore è come un fiume in lacrime, così gonfio che riempie tutti i quattro
oceani.
Per favore chiamatemi con i miei veri nomi,
cosicché io possa udire tutti i miei pianti e tutte le mie risa insieme;
cosicché io possa vedere che la mia gioia e il mio dolore sono una cosa sola.
Per favore chiamatemi con i miei veri nomi,
cosicché io mi possa svegliare
e cosicché la porta del mio cuore sia lasciata aperta,
la porta della compassione.
Thich Nhat Hanh
Foto di © bhoomki
Essere un fiore è profonda responsabilità
Fiorire – è il fine – chi passa un fiore
con uno sguardo distratto
stenterà a sospettare
le minime circostanze
coinvolte in quel luminoso fenomeno
costruito in modo così intricato
poi offerto come una farfalla
al mezzogiorno –
Colmare il bocciolo – combattere il verme –
ottenere quanta rugiada gli spetta –
regolare il calore – eludere il vento-
sfuggire all’ape ladruncola-
non deludere la natura grande
che l’attende proprio quel giorno –
essere un fiore, è profonda
responsabilità –
Emily Dickinson (poesia n°1058)
Foto di ©Rolando CRINITI

