Un viaggio attraverso i laboratori del Festival della Peste 2025
C’è un’immagine che porto con me dal Festival della Peste alla Fondazione Il Lazzaretto: una rete di fili bianchi che connette quaranta persone in cerchio, tessuta con le nostre mani durante l’ultimo laboratorio. Non è solo una bella metafora – è l’incarnazione fisica di quello che succede quando esploriamo davvero il binomio Potere/Piacere, tema di quest’anno del Festival.
In due intensi virus, laboratori esperenziali – “Vulnerabili guerrieri”, e “Se il mondo ti crolla addosso” – e un workshop sui confini durante il Festival – abbiamo toccato con mano (e con il corpo) come il potere autentico nasca dalla vulnerabilità e come il vero piacere emerga quando smettiamo di controllare.
Primo movimento: Il potere capovolto del guerriero vulnerabile

Nel primo laboratorio, “Vulnerabili guerrieri”, abbiamo iniziato da una provocazione: e se la vulnerabilità fosse la nostra più grande forza?
Viviamo in un mondo che ci insegna a costruire corazze. Wilhelm Reich le chiamava “armature caratteriali” – quelle strutture muscolari ed emotive che ci danno un senso di identità ma che possono diventare prigioni. Durante il laboratorio, attraverso esercizi di bioenergetica, i partecipanti hanno sentito nel proprio corpo dove si annida la corazza: nelle spalle alzate a protezione, nella mandibola serrata, nel respiro superficiale che evita di sentire troppo.
Ho condiviso la storia della mia bambola, spelacchiata dal troppo amore e molti altri hanno trovato la loro storia del giocattolo tanto amato da diventare vecchio eppure ancora amatissimo. Come nella favola del Coniglio di Velluto di Margery Williams: “Quando sei Vero non ti importa se fa male… In generale, nel momento in cui sei Vero, la maggior parte del tuo pelo se n’è andata per il troppo affetto“. Questo è il bodhicitta buddhista – quel “cuore risvegliato” che è come una ferita aperta, la nostra capacità innata di amare e provare compassione.
I guerrieri vulnerabili non sono eroi invincibili. Sono persone che hanno il coraggio di:
Rimanere presenti quando l’istinto spingerebbe a fuggire
Aprire il cuore proprio quando vorrebbero chiuderlo
Affrontare l’incertezza invece di cercare illusorie sicurezze
Riconoscere la fondamentale interconnessione con tutti gli esseri
Durante gli esercizi corporei, abbiamo esplorato la differenza tra grinta e grazia. La grinta è la tigre che tira fuori unghie e denti quando necessario. La grazia è quella qualità di gentilezza che accompagna un cuore aperto. Come ho condiviso con il gruppo: “Sono stata davvero meglio quando la mia grinta ha lasciato spazio alla grazia. Questo mi ha permesso di superare una grande confusione: credere che essere aperti significhi necessariamente essere disponibili. Non è così: possiamo essere aperti E mettere dei limiti.”
Secondo movimento: Il piacere pericoloso dell’accondiscendenza
Nel secondo laboratorio, “Se il mondo ti crolla addosso”, abbiamo esplorato l’altra faccia del potere: cosa succede quando lo cediamo per il falso piacere dell’appartenenza. Cosa succede quando il nostro piacere è coperto dall’ansia e il potere diventa un vano tentativo di controllo. Un tema che abbiamo ripreso nel laboratorio sui confini fatto al Festival.
Ho raccontato dei “bambini terapeuti” – termine coniato da Sandor Ferenczi – quei bambini che diventano saggi troppo presto, sviluppando una sensibilità estrema ai bisogni dell’adulto. Marta è orgogliosa di suo figlio che “la capisce come nessun altro”. Giovanni adora la sua bambina che “non dà mai problemi”. Chiara, alta “un soldo di cacio”, capisce subito se qualcuno sta male e offre la sua cura affettuosa.
Sembrano i figli che tutti vorremmo avere. In realtà sono bambini che hanno imparato troppo presto uno strumento adattativo potente che, nel tempo, li porta sempre più lontani da sé. Adulti che non sanno rispondere alla domanda: “Di cosa ho bisogno IO?”
L’accondiscendenza opera come un’equazione emotiva interna: “Se non accontento l’altro, non sarò amato”. È un modo di gestire l’ansia familiare, di “tenere la barca piana”. Chi è accondiscendente assorbe l’ansia in circolazione e dicendo sì quando vorrebbe dire no mantiene il precario equilibrio familiare.
Durante il laboratorio, attraverso role-play e esercizi in coppia, i partecipanti hanno sperimentato:
La differenza fisica tra un “sì” autentico e un “sì” compiacente
Come si sente nel corpo dire “no” (il tremore nelle mani, il cuore che accelera)
Il sollievo paradossale quando finalmente mettiamo un confine
Ho condiviso la mia storia personale: “Per tutta la mia infanzia sono stata punita per non essere accondiscendente. Oggi lavoro con persone che hanno il problema opposto: sono state premiate per esserlo troppo, e ora non sanno più chi sono. Sia gli accondiscendenti che i ribelli come me cercano la stessa cosa: non perdere connessione.”
Terzo movimento: Danzare sui confini
Nel workshop esperienziale, abbiamo lavorato con la mappa di Nedra Glover Tawwab sui sei tipi di confini:
Confini fisici: Il nostro spazio personale, chi può toccarci e come
Confini emotivi: Il diritto di avere le nostre emozioni senza che qualcuno ci dica come dovremmo sentirci
Confini temporali: Come usiamo il nostro tempo, il diritto di non essere sempre disponibili
Confini materiali: I nostri beni, il denaro, le nostre cose
Confini intellettuali: Il rispetto per i nostri pensieri e opinioni
Confini sessuali: Il consenso, il rispetto dei nostri limiti nell’intimità
Abbiamo esplorato lo spettro dei confini:
Porosi (troppo aperti): dire sempre sì, sentirsi responsabili della felicità altrui, dipendere dall’approvazione
Rigidi (murati): evitare l’intimità, non chiedere mai aiuto, vedere ogni richiesta come invasione
Sani (flessibili): comunicare i bisogni chiaramente, accettare i “no” altrui, essere vulnerabili quando è sicuro
Il corpo rivela sempre la verità sui nostri confini. Confini porosi si manifestano in spalle curve, come per occupare meno spazio. Confini rigidi in muscolatura sempre tesa, mandibola serrata, difficoltà a ricevere anche un abbraccio.
La pratica: Metta e Upekkhā come antidoti
Durante i laboratori, abbiamo integrato due pratiche fondamentali della tradizione contemplativa:
Metta (gentilezza amorevole) – ma con una rivoluzione. Sharon Salzberg ha insistito che si debba partire da sé stessi:
“Che io possa essere felice”
“Che io possa essere al sicuro”
“Che io possa essere in pace”
Per il “bambino terapeuta” abituato a mettere sempre gli altri al primo posto, questo è sovversivo. Ma attenzione: metta può diventare un altro modo per spiritualizzare l’auto-sacrificio (“devo solo mandare loving-kindness anche a chi mi maltratta”). La vera metta include confini sani. Amare non significa salvare.
Upekkhā (equanimità) – la mente che rimane stabile, che vede tutti gli elementi in gioco senza farsi travolgere. Non è indifferenza ma “vicinanza senza attaccamento”. È stato il mio antidoto personale all’accondiscendenza: la consapevolezza che la felicità degli altri non è una mia responsabilità.
Il rituale del filo: tessere nuove forme di potere
L’ultimo giorno del Festival, nell’esercizio conclusivo, ogni partecipante teneva in mano parte di un filo. Insieme, abbiamo tessuto una rete, non gerarchica, ma interconnessa. Ogni movimento di uno influenzava tutti, ma nessuno controllava l’intera rete.
Questa è l’immagine del nuovo paradigma di potere che abbiamo esplorato:
Non il potere SU qualcuno (dominio)
Non il potere CEDUTO a qualcuno (sottomissione)
Ma il potere CON gli altri (interdipendenza)
Forse per la prima volta sento fisicamente come i miei confini influenzano gli altri e come i loro influenzano me. Non siamo isole, ma non siamo neanche un amalgama indistinto.
Il corpo che ricorda
Uno degli aspetti più potenti del lavoro è stato l’approccio corporeo. I confini non sono concetti astratti ma vivono nel corpo:
Il signore che non riusciva a dire no al capo ha scoperto che le sue spalle erano sempre curve in avanti, come in perenne inchino
La donna che “teneva tutti a distanza” ha sentito per la prima volta quanto fosse esausta la tensione costante della sua schiena
La ragazza che “assorbiva le emozioni di tutti” ha realizzato che respirava solo con la parte alta del torace, mai profondamente
Attraverso esercizi bioenergetici specifici – grounding, respirazione, movimento espressivo è stato possibile iniziare a sentire come sarebbe avere confini diversi. Non solo a pensarlo, ma a incarnarlo.
La gioia ribelle del dire no (e del dire sì)
Verso la fine del percorso, è emerso quello che nel mio lavoro sul Mindful Aging chiamo “gioia ribelle” – il piacere sovversivo di:
Invecchiare rifiutando gli stereotipi
Essere vulnerabili in una società che venera la forza
Mettere confini gentili in un mondo che conosce solo muri o porte spalancate
Dire no senza giustificarsi all’infinito
Dire sì solo quando è autentico
Una partecipante mi ha detto: “Per la prima volta ho sentito che dire no può essere un atto d’amore – verso me stessa e paradossalmente anche verso l’altro, perché è onesto.”
Le domande che restano
I laboratori non hanno dato risposte definitive, ma hanno aperto domande essenziali:
Questo confine mi protegge o mi imprigiona?
Sto dicendo sì per amore o per paura?
Il mio no viene dalla chiusura o dalla cura di me?
Come posso essere aperta senza essere disponibile?
Come posso essere forte senza essere rigida?
Il Festival della Peste: un contenitore perfetto
Il Festival della Peste si è rivelato il contenitore perfetto per questo lavoro. Il nome stesso evoca i confini, quelli che la peste ci ha costretti a vedere, rispettare, a volte subire. Ma anche la peste come metafora di ciò che è contagioso: non solo la malattia, ma anche la vulnerabilità, l’autenticità, il coraggio di essere veri.
In un mondo post-pandemico che ha visto i confini diventare muri e poi crollare nel bisogno di connessione, esplorare il binomio Potere/Piacere attraverso la lente dei confini relazionali è stato particolarmente potente.
Conclusione: Il gomitolo nelle mani
Chiudo con l’immagine del gomitolo nelle mie mani. Non è il filo del destino che ci lega inesorabilmente, ma il filo che scegliamo di tessere, momento per momento. Rappresenta il potere di creare connessioni autentiche, non automatiche. Il piacere non di controllare o essere controllati, ma di danzare insieme nell’incertezza.
Come diceva Pema Chödrön: “Bambina, non lasciare che la vita indurisca il tuo cuore.” Possiamo permettere alle difficoltà della vita di renderci più risentiti e paurosi, oppure possiamo lasciarci ammorbidire, diventando più gentili e aperti proprio verso ciò che ci spaventa.
Al Festival della Peste abbiamo toccato con mano – letteralmente, attraverso i fili – come il vero potere non stia nel dominare né nel sottomettersi, ma nel tessere reti di reciprocità. Come il vero piacere non venga dal controllo ma dalla capacità di lasciar andare il controllo mantenendo la presenza.
I partecipanti sono tornati a casa con:
Una mappa dei propri pattern di confini
Esercizi somatici per sentire i confini nel corpo
Formule concrete per comunicarli
Ma soprattutto, la consapevolezza che vulnerabilità e potere non sono opposti
Sono la stessa danza, lo stesso filo che tessiamo quando abbiamo il coraggio di essere autenticamente, imperfettamente, meravigliosamente umani.
Grazie a questi geniacci pestiferi: Alfred Drago, Socio Fondatore e Presidente della Fondazione, Roberta Rocca, Socia Fondatrice e Vicepresidente della Fondazione, Linda Ronzoni, Direttrice del Festival, Salvatore Cristofaro, Coordinamento generale del Festival. Federico Basile, Web e grafica. Giulia Capodieci, Strategia comunicazione, Alessandra Trovati, organizzazione e amministrazione, Martina Di Castri Sviluppo e relazioni esterne, Silvia Gottardi per le sue straordinarie fotografie.
© Nicoletta Cinotti 2025


