Oggi è la Giornata Mondiale della Poesia. E io volevo parlarvi di parole. Ma non di parole qualunque — delle parole che curano.
Quando dopo una seduta piena di dolore condiviso leggo una poesia, non faccio altro che riparare falle. Come un muratore. Come un idraulico. Mi sporco le mani di parole.
Emily Dickinson lo dice meglio di me:
“Per chiudere una falla devi inserirvi ciò che la produsse — se con qualcosa d’altro vuoi richiuderla ti si spalancherà sempre più grande — non puoi colmare un abisso con l’aria.”
Ecco cosa fa la poesia: chiude le falle con le parole giuste. Non con spiegazioni — con precisione.
La poesia e la mindfulness — Un matrimonio naturale
Quando ho iniziato a praticare mindfulness sono rimasta colpita dall’uso che viene fatto delle poesie nei protocolli. Saki Santorelli, Florence Meleo Meyer — tutti incoraggiano la presentazione di poesie connesse all’esperienza in corso.
Mi sono accorta che quelle poesie risvegliavano una sensibilità per le parole che era rimasta un po’ impolverata dalla mia abitudine a leggere prevalentemente saggistica.
Ogni parola ha il potere di evocare un’emozione, un ricordo, uno stato mentale. Ogni parola evoca un’esperienza. Ed è quell’esperienza che costruisce il nostro legame con la poesia.
Chogyam Trungpa diceva: “Il concetto di haiku è esattamente questo: scrivere la mente. Non si dovrebbe avere troppe velleità dilettantistiche. I pensieri non hanno bisogno di rossetto o cipria.”
Ecco perché amo le poesie: perché la nostra mente è scritta come le poesie.
Le parole sono come cuscini
Le parole sono come cuscini diceva James Hillman, lo psicoanalista junghiano, in una intervista fatta mentre era malato terminale di cancro. E, in effetti, le sue parole sono state cuscini per molte persopne. Io stessa mi sono appoggiata sulle sue parole per trovare riposo, conforto, compagnia: le parole, messe nel modo giusto, alleviano il dolore. Per questo nel programma di Self-Compassion alle parole viene dedicata tanta attenzione. Perché aprono il cuore e un cuore chiuso non può incontrare né gentilezza né compassione.
Ma c’è un passaggio ulteriore. Le parole non servono solo nella relazione con noi stessi. Servono — e forse ancora di più — nella relazione con gli altri.
Qui entra la Mindfulness Interpersonale. Siamo animati da buone intenzioni. Sempre. Ma otteniamo un risultato che è connesso alle nostre difese, non alle nostre intenzioni. Le nostre emozioni non consapevoli finiscono nei nostri pensieri, e i nostri pensieri finiscono nelle nostre comunicazioni, spesso difficili, conflittuali, dolorose.
La poesia ci insegna un’economia delle parole. Trovare la parola giusta, che esprime proprio quello che vorremmo dire, senza disperderci. La Mindfulness Interpersonale ci chiede la stessa cosa: precisione, ascolto, silenzio prima di parlare.
Preghiera e poesia
Vi racconto una cosa personale.Mia nonna paterna mi portava con sé in chiesa. Mi piaceva quella specie di gita domenicale insieme a lei e mi piaceva tutta l’attrezzatura che comportava, incluso il fatto che allora le donne mettevano un velo sulla testa, qualcosa di bello e leggero. Poi, durante la messa, e non sapevo mai esattamente perché, iniziavo a pianegere. Non erano singhiozzi erano lacrime silenziose che scendevano senza che potessi arrestarle. Era imbarazzante e, nello stesso tempo, era pieno di sollievo. Non sapevo perché succedeva. Non ero particolarmente devota. Ma c’era qualcosa nelle parole ripetute che mi commuoveva. Era come se con quelle lacrime mi riposassi.
Oggi preghiera e poesia sono per me la stessa cosa. Non so quale delle due è più sacra: io direi che lo sono entrambe. Entrambe coltivano il vocabolario del cuore. Nascono dall’intimità tra la calma della mente e il conforto delle parole giuste. Sono una specie di vocativo che chiama ciò che manca e ciò che desideriamo. Nascono in un vuoto che a volte è silenzio e a volte è mancanza.
Nella self-compassion ripetiamo frasi con il ritmo del respiro, come i versi di una poesia: “Che io possa accettarmi così come sono.” Nella mindfulness interpersonale facciamo qualcosa di ancora più difficile: diciamo quelle frasi a qualcuno. E ascoltiamo qualcuno che le dice a noi.
Poggiamo quelle parole sul cuore perché lo predispongano al risveglio. Giorno dopo giorno, lasciano un’impronta. Quell’impronta è l’effetto della preghiera: il risveglio di qualcosa di sopito.
Dare parole a ciò che non ha nome
La poesia è uno strumento di guarigione. Dà parole a sensazioni che altrimenti rimarrebbero inespresse. Non ti fa sentire sola — qualcun altro ha vibrato con le tue stesse corde. È radicata nell’esperienza vissuta. E porta speranza.
La poesia va dritta verso la verità e la consegna, spacchettata, precisa, essenziale. Una verità che possiamo riconoscere perché è un’intuizione più che un insegnamento.
Possiamo riconoscere i segnali di chi ha perso il contatto con le proprie parole: la svalutazione delle emozioni, la difficoltà a distinguere tra pensieri ed emozioni, la difficoltà a trovare le parole per la propria esperienza interna.
Leggendo le poesie riprendiamo, passo dopo passo, ad avere le parole della nostra esperienza. A riconoscere l’universalità del nostro dolore. Il dolore non è pericoloso: è pericolosa l’incapacità di riconoscerlo e confortarlo.
Il protocollo di mindfulness interpersonale
Capisco di fare la figura della piagnona ma la prima vbolta che ho fatto un ritiro con Gregory Kramer sono tornate le lacrime che incontravo da bambina. Non erano singhiozzi, era qualcosa di intimo e profondo che si scioglieva proprio grazie alla ricerca delle parole giuste da dire e grazie alle parole giuste che ascoltavo. Non ho mai pianto tanto in un ritiro come in quella occasione. E quando il ritiro è finito mi sentivo come se si fosse sciolto, in quelle lacrime, un iceberg di dolore. È nata lì la decisione di fare la formazione per il protocollo di Mindfulness Interpersonale – che deriva dall’Insight Dialogue di Gregory Kramer – e porta la consapevolezza nel luogo più intimo: la comunicazione relazionale. Otto settimane in cui la meditazione individuale si apre alla meditazione in diadi — in coppia, faccia a faccia, con un interlocutore.
È un protocollo unico perché lavora esattamente su questo: le parole che diciamo agli altri e le parole che ascoltiamo. Le parole che nascono dal silenzio — che sono sempre diverse, più vere, meno reattive – di quelle che nascono dai discorsi. Perché lo sai vero che le parole che nascono dal silenzio sono diverse da quelle che nascono dalle nostre storie già scritte? Quelle, le parole dei traumi interpretati, delle narrazioni confezionate, sono parole logore, usate e abusate. ma le parole che nascono dal silenzio sono come il bianco della pagina che accoglie le poesie: il silenzio prima del verso è importante quanto il verso stesso.Scrivo perché le parole mi trovano. E quando le leggo a qualcuno — in un ritiro, in una seduta, in una diretta come quella che trovi nell’articolo — succede qualcosa che scrivendo da sola non succede
(Le iscrizioni al protocollo di Mindfulness interpersonale sono aperte. Per partecipare è necessario aver già conosciuto la meditazione perché non insegno a meditare ma suppongo che tu lo sappia già fare, almeno le basi, perché prima impari a stare con te stessa. Poi impari a stare con l’altro.Ecco il link)
La mattina scrivo
Ieri sera sono andata a vedere, “La mattina scrivo”. Avevo paura di perderlo e così, visto che la mia giornata era stata piena, sono andata all’ultimo spettacolo, Imbacuccata fino all’orlo perché sono mezza malata (l’altra mezza è, come al solito, curiosa). Beh, mi dichiaro, alla fine qualche lacrima è uscita anche lì. Io non potrei mai fare una scelta così radicale, come quella che ha fatto lui, non potrei perdere la mia famiglia per scrivere ma, nella sostanza ho fatto la stessa cosa: ho creato condizioni di vita perché io la mattina scrivo. Mi è stato più facile ma è, nello stesso modo, non remunerativo. Ho pubblicato 14 libri: la somma dei diritti d’autore non mi avrebbe dato lo stipendio sufficiente nemmeno per un anno. Per vivere facendo lo scrittore devi vendere milioni di libri e, possibilmente, tradotti in più lingue. Solo i narratori di grande successo sono in quella situazione. Eppure io la mattina scrivo, ostinatamente, silenziosamente, alzandomi a ore assurde (ore da operaia, come diceva mia mamma che operaia lo era stata davvero!). È un appuntamento che non puoi tradire perché speri che qualcuno ti legga ma, soprattutto, perché scavare parole ti permette di trovare frammenti di te. Ho un sogno: scrivere un romanzo ma non ho ancora scavato abbastanza per poterlo realizzare! E vi dico una cosa: la mia famiglia non mi legge ma se mi leggesse mi capirebbe meglio. E l’unico momento in cui il personaggio principale del film si commuove davvero è quando il figlio lo chiama e gli dice, “ti ho letto. Sono orgoglioso di te papà”. Ecco lì ho pianto anch’io: sto aspettando quelle parole anche se non lo ammetto.
Se oggi volete fare una cosa sola per celebrare la Giornata della Poesia, fate questa: prendete una poesia che amate. Una qualunque. Leggetela ad alta voce. Non nella mente — ad alta voce. E sentite cosa succede nel corpo quando le parole escono e incontrano l’aria.
Poi, se avete coraggio, leggetela a qualcuno. A voce. Non mandatela su WhatsApp — leggetela. E guardate cosa succede tra voi.
Questa è mindfulness interpersonale. Non servono otto settimane per iniziare. Serve una poesia e qualcuno che ascolti.
con grazia, grinta e gratitudine
© Nicoletta Cinotti 2026 Il protocollo di Mindfulness interpersonale
