Questo articolo è la trascrizione della diretta di sabato 31 Gennaio
Buongiorno, stamattina vorrei parlarvi di un tema trasversale a tanto del lavoro che facciamo con la mindfulness: il senso di appartenenza.
Da una parte, come mai ha senso fare mindfulness in gruppo? E dall’altra, il ruolo che le relazioni in un gruppo di appartenenza hanno nei nostri momenti di vulnerabilità. In particolare nei nostri momenti di vulnerabilità: perché è così importante il sostegno, per esempio, delle persone che condividono la nostra stessa difficoltà? O perché l’apprendimento in gruppo è un apprendimento di qualità migliore dell’apprendimento in solitaria?
Insomma, il fatidico detto “meglio soli che male accompagnati” forse avrebbe bisogno di essere ridefinito.
Le rondini
Allora, io ho questa passione per le rondini. Nella casa dove vivevo da bambina c’era una famiglia di rondini. Le rondini hanno anche questa caratteristica di tornare ogni anno nello stesso nido, lo risistemano e si sistemano.
Ma perché ho la passione delle rondini? Beh, intanto perché annunciano la primavera — quindi per me, da bambina, vederle arrivare voleva dire che arrivava finalmente la primavera. E poi perché sono uccelli relativamente piccoli che compiono un viaggio straordinario, dal Sudafrica all’Europa e dall’Europa al Sudafrica. Un viaggio che non potrebbero fare assolutamente da sole: hanno bisogno della forza del gruppo per questa migrazione, che è una migrazione straordinaria.
Ma poi c’è un altro elemento interessante delle rondini. Le rondini partono dal Sudafrica, si fermano in un luogo della Nigeria — mi pare che venga chiamato appunto “la città delle rondini” — per riposarsi, e poi ripartono. Ma è anche interessante che quando arrivano vicine a casa, quando arrivano in Europa, il grande gruppo si divide in piccoli stormi di una decina di animali, e poi questi animali si sistemano, come dire, in famiglia.
A me sembra che questo processo della migrazione collettiva sia esattamente — metaforicamente e praticamente — un ottimo modo per spiegare perché noi (qui parlo degli esseri umani) abbiamo bisogno di sentire di fare parte, di sentire di appartenere a un gruppo, a una comunità, a una realtà. In particolare nei momenti di vulnerabilità: in fondo la migrazione è un momento di grande vulnerabilità, e hanno bisogno di farla in gruppo proprio perché in quel momento sono estremamente vulnerabili e si sostengono reciprocamente.
Ed è interessante perché la coesione non è contatto assoluto e allineamento, ma condivisione dello stesso itinerario con una giusta distanza, che in alcuni momenti offre anche proprio sostegno ai soggetti più deboli.
L’origine co-dipendente
Allora, facciamo un salto qui — ma è un salto solo apparente — alla psicologia buddhista. Nella psicologia buddhista si parla di origine co-dipendente, e cioè: l’origine co-dipendente afferma che nulla esiste da solo, che tutto esiste in relazione.
Perché è interessante? Perché noi abbiamo sviluppato, anche dal punto di vista psicologico, una psicologia molto individualista. Cioè, quando abbiamo un problema o una difficoltà, un tratto caratteriale, noi pensiamo immediatamente all’elemento della nostra storia che giustifica quel sintomo. Ma lo pensiamo in una maniera strettamente personale: non facciamo riferimento né alla cultura familiare, né facciamo riferimento alla cultura in cui viviamo, non consideriamo l’ipotesi che possa essere un problema che ci riguarda in senso più collettivo. E questo ovviamente influenza la cura, ma influenza anche i risultati.
Allora, come mai abbiamo questa logica? Tanto perché, per studiare la psicologia, abbiamo preferito lavorare sul soggetto singolo e mettere in secondo piano gli aspetti culturali — anche se la psiche è storica: le patologie che poteva incontrare Freud, che è il padre della psicologia clinica, non sono certamente le patologie che incontro io oggi nel mio studio, dove il tema, per esempio, dell’inibizione sessuale ha una forma completamente diversa.
Ma l’altra ragione per cui abbiamo costruito una psicologia del solitario, solitaria, individualistica, è perché nel momento in cui noi siamo in una posizione difensiva, incominciamo a percepire un senso di chiusura rispetto alla connessione con gli altri. Negli interventi post-traumatici, una delle cose più delicate e importanti è proprio ristabilire il senso di connessione. Cioè il trauma grande, quello con la T maiuscola, e il trauma quotidiano, quello con la t minuscola, che comunque lascia un segno, hanno la caratteristica di rafforzare i nostri confini e aumentare il nostro senso di solitudine e di percezione di noi come un sé isolato. Quindi ci allontaniamo da questo concetto che tutto è connesso.
Byron Good e la Papua Nuova Guinea
Vorrei raccontarvi brevemente un episodio che riguarda ancora l’ansia. Byron Good era un giovane antropologo e psichiatra che passò del tempo in una tribù della Papua Nuova Guinea. E lì si accorse di una cosa molto interessante: uno dei membri della tribù che aveva avuto un attacco di panico — quello che noi avremmo definito un attacco di panico — venne trattato come un problema della collettività. Cioè non fu considerato il suo attacco di panico un problema personale, ma venne considerato un problema collettivo e comunitario.
E la cosa straordinaria fu che questa cura collettiva ebbe efficacia. Quindi il nostro modo personalistico di considerare i nostri sintomi e i nostri problemi a volte può essere una delle cause di peggioramento dei nostri disturbi.
Pádraig Ó Tuama e il proverbio irlandese
E qui faccio invece un salto poetico. Non so se pronuncio bene il nome di questo autore irlandese: Pádraig Ó Tuama, che nel suo libro In the Shelter cita un proverbio irlandese che dice: “È nel rifugio l’uno dell’altro che la gente vive.”
Ed è interessante perché lui non dice “nella casa” — dice “nel rifugio”, proprio a sottolineare che il senso di appartenenza ci crea. Il senso di appartenenza alla famiglia di origine ci crea, e perdere il senso di appartenenza ci disfa.
Questo è uno dei problemi più forti, per esempio, per le persone che vivono una condizione di estraneamento familiare. Perché l’aver perso un senso di appartenenza fa sì che questa esclusione venga proiettata anche sulle altre relazioni possibili. E questo, per esempio, è quello che avviene alle persone quando vanno in pensione: magari hanno lavorato quarant’anni in un’azienda, con colleghi, vicini di scrivania, scambi e interazioni — magari non sempre piacevoli, ma presenti. Perdere quel senso di appartenenza, per molte persone, è come perdere un senso di vitalità.
Non a caso — ecco, qui torno al termine iniziale — non a caso la mindfulness si fa in gruppo. E non a caso Kristin Neff, qualificando l’esperienza della self-compassion, mette la comune umanità condivisa come uno degli elementi fondamentali.
L’appartenenza è anche vulnerabilità
Ora, però, qual è il tema? L’appartenenza può essere conforto, ma è anche esposizione, è anche rischio, è anche vulnerabilità. Ecco perché, se abbiamo vissuto una condizione di trauma — e ripeto, il trauma con la T maiuscola ma anche il trauma cumulativo, quello con la t minuscola — appartenere ci fa sentire particolarmente esposti.
Mi capita molto spesso nei protocolli che le persone abbiano inizialmente sospetto, fastidio a volte, per la presenza delle altre persone — come se fosse un minus avere tante persone. Ma alla fine del protocollo, la stragrande maggioranza delle persone riconosce quanto la presenza degli altri, la condivisione, il sentirsi tutti sulla stessa barca, sia stato un elemento fondamentale del processo di apprendimento, ma anche un elemento fondamentale del benessere.
I dati dell’OMS
Non a caso oggi parliamo di salute dal punto di vista bio-psico-sociale: quindi la salute non come esclusivamente un fattore personale, biologico, psicologico, ma anche come un fattore sociale.
Nel 2025 l’OMS — l’Organizzazione Mondiale della Sanità — ha dichiarato che la solitudine percepita (sottolineo il termine percepita) aumenta il rischio di morte prematura del 26%, e l’isolamento sociale aumenta il rischio di morte prematura del 29%.
Ecco, quindi non siamo nella Papua Nuova Guinea dove tutta la comunità ci cura, però incominciamo a renderci conto che pensare alle nostre difficoltà e ai nostri problemi come esclusivamente personali è in realtà un minus, non è assolutamente un plus.
La solitudine percepita
E parliamo — e questo lo sottolineo — di solitudine percepita. Perché noi possiamo sentirci soli anche quando siamo in una stanza piena di persone. Anzi, a volte quel tipo di solitudine lì è la peggiore. Ed è una solitudine che viene percepita perché ci mettiamo in una condizione interiore difensiva: rafforziamo i confini e incominciamo a nutrire un pregiudizio nei confronti degli altri.
Allora, il punto fondamentale: non è essere genericamente insieme agli altri, non è far parte di un gruppone, ma sentirsi parte. Quindi l’attenzione si sposta sul senso di appartenenza, che è quello che sperimentiamo nel momento in cui siamo connessi — indipendentemente dal livello di intimità reale — ma ci sentiamo parte di un gruppo di persone.
La ricerca di Nicholas Epley
In una ricerca fatta all’Università di Chicago è stato rilevato che le persone che sugli autobus e sui treni parlano con sconosciuti sono significativamente più felici di quelle che rimangono zitte.
E questa io la trovo una cosa molto interessante. Perché poi è anche interessante che, prima di questo esperimento, le persone prevedevano il contrario — cioè prevedevano che parlare con estranei sarebbe stato spiacevole.
E guardate, questo è un riscontro che avviene frequentissimamente nei protocolli e nelle condivisioni in via mindfulness: le persone escono dalla condivisione rimanendo toccate da quanto quella conversazione con una persona sconosciuta è stata nutriente e interessante.
L’intimità senza storia
E qui aggiungo un’altra cosa. Io prima ho usato il termine “intimità”. Allora, l’intimità è una faccenda complicata. Perché? Perché ha storia. L’intimità storica ci fa entrare in delle modalità a volte difensive di relazione, e può condizionare il modo in cui entriamo in contatto con gli altri.
Nel momento in cui abbiamo di fronte una persona non conosciuta, entriamo in un livello di intimità che non ha storia ed è radicato nel momento presente. E quell’essere radicati nel momento presente ci può permettere di avere una percezione di appartenenza.
Il liking gap
Su quali presupposti e pregiudizi si basano le nostre relazioni con gli estranei?
Allora, la prima cosa: noi abbiamo il pregiudizio di disturbare. Perché? Perché non sappiamo riconoscere quelli che sono i segnali di stop e quelli che sono i segnali comunicativi. Quindi, in maniera un po’ indiscriminata, consideriamo o tutti molto disturbati dalla nostra presenza, oppure ce ne freghiamo e parliamo senza rispettare i segnali di stop.
Ma il punto è che noi sperimentiamo un liking gap: abbiamo la convinzione — e ci teniamo tantissimo — che gli altri ci trovino più antipatici di quanto siamo in realtà.
Questa è una cosa altrettanto interessante. Anche su questo è stata fatta una ricerca americana a Yale, in cui dopo una conversazione fra sconosciuti veniva chiesto di valutare l’interesse e la gradevolezza della conversazione appena avuta. E quello che veniva fuori è che la persona si auto-giudicava più antipatica e meno gradevole di quanto in realtà l’aveva giudicata il suo interlocutore.
Quindi il nostro interlocutore spesso pensa “Ma che bella conversazione!” e noi pensiamo “Sarò stata noiosa”. Io questa è una cosa che penso sempre — non riesco proprio a pensare di non essere tremendamente noiosa.
E questo gap sulla nostra piacevolezza non è legato all’età: gli studenti universitari intervistati in uno studentato avevano anche loro questo gap. È un gap molto interessante che persiste anche nel tempo: studenti universitari che si sono salutati perché hanno finito il percorso di studio continuano a pensare di non essere stati simpatici.
In realtà, siamo più amabili di quanto pensiamo, e gli altri sono più disponibili di quanto immaginiamo.
Perché nascono i gruppi di supporto
Quindi torno al punto: quando siamo vulnerabili, perché nascono i gruppi di supporto per pazienti oncologici? I gruppi di sostegno dei genitori che hanno bambini con autismo, neurodivergenze di altro genere? Perché nel momento in cui ci misuriamo con un fattore discriminante, abbiamo bisogno di uscire dal senso di invisibilità che quella difficoltà ci comporta, e renderci conto che non siamo soli, che siamo una comunità, che facciamo parte di una comunità.
E in particolare, nel momento in cui noi ci sentiamo vulnerabili, abbiamo assolutamente bisogno di riconoscere che non siamo invisibili, che facciamo parte di un gruppo, e che questo gruppo ha un senso che riguarda la cura.
Perché faccio la diretta del sabato
Allora, perché io faccio la diretta del sabato, la meditazione insieme del lunedì? Per questa ragione: perché nel farla io curo — curo voi, spero (anche se ho sempre il dubbio di essere un po’ noiosa) — ma anche me.
Cioè mi sento parte di una comunità, mi sento di appartenere e di prendere rifugio in voi, e voi in me. Che è forse la definizione più bella del senso di appartenenza che io posso conoscere: prendere rifugio.
Nel buddhismo si parla di “prendere rifugio” — questa è la parola. Il proverbio irlandese non c’entra col buddhismo, però nel buddhismo si usa la stessa parola: prendere rifugio nel Buddha, nel Sangha (che è la comunità dei praticanti) e nel Dharma (cioè in un comportamento etico).
E quando, nella fase finale della vita, venne chiesto al Buddha qual era la pratica più importante, qual era l’aspetto più importante della pratica, il Buddha rispose: la comunità.
Ecco perché essere qui insieme stamattina ha un senso che ci fa bene. Ci fa bene perché ci fa sentire che condividiamo un interesse comune con altre persone, che non siamo soli, che facciamo parte di una comunità.
L’invisibilità e l’invecchiamento
E per questo, tutte le volte che noi per qualche ragione entriamo in una condizione di invisibilità — perché siamo malati, perché siamo vecchi — sentirsi parte di una comunità è fondamentale.
Ecco perché per me la condizione di invisibilità che vivono le persone quando invecchiano è una condizione che va curata costruendo un senso di appartenenza.
Per me è stato fondamentale il percorso di Mindful Aging portato avanti in questi mesi, e che continua. E per me è fondamentale che questo percorso abbia un momento collettivo in presenza.
L’annuncio: 14 marzo al Teatro Stradanuova
E quindi il 14 di marzo, come le rondini che arrivano in Italia, sarò al Teatro Stradanuova per una pratica di Mindful Aging collettiva che si intitolerà “Diventare Stormo”.
Non sarò sola in questa esperienza: ci sarà di nuovo il violoncello di Simone Criscienti, e ci saranno le foto di Alessandra Carrea per il suo progetto BioImage, in cui lei fotografa donne — o persone, non solo donne — over 50, per rompere il senso di invisibilità in cui cadiamo semplicemente perché invecchiamo.
Perché guardate: nelle pubblicità ci sono solo persone giovani, nei programmi televisivi ci sono solo persone giovani, gli influencer sono persone giovani.
Voglio specificare una cosa: Mindful Aging vuol dire “pienezza dell’età” a qualunque età. Quindi non è una cosa per anziani. Anzi, come fanno gli stormi: i soggetti più giovani rompono l’aria, ma la direzione la sanno quelli più vecchi.
Risposta alle domande
Domanda: Può essere che ti senti solo in un gruppo perché quel gruppo non ti appartiene, non solo per pregiudizi?
Certo, di sicuro. Se ti senti solo, vuol dire che in quel momento non sperimenti un senso di appartenenza. Quello che io suggerisco, però, tutte le volte in cui ci sentiamo soli, è di domandarsi se è un dato oggettivo o soggettivo: cioè se ci stiamo difendendo e chiudendo per ragioni emotive personali, oppure se davvero siamo in una compagnia che non condivide i nostri stessi interessi.
Perché andare via dal gruppo sentendosi soli è un piccolo trauma di estraneamento, e quindi bisogna curarlo, il trauma di estraneamento.
E soprattutto, facciamo attenzione: se non c’è un gruppo in cui noi ci sentiamo di appartenere, se ci sentiamo unici al mondo, rischiamo di diventare come i rapaci. I rapaci sono uccelli che non migrano e che vivono da soli, però vivono in un grandissimo stress — perché devono essere predatori per alimentarsi. Quindi, quando non abbiamo un senso di appartenenza, diventiamo più aggressivi.
Domanda (Cristina): È sano far parte di più gruppi? Te lo chiedo perché, se si vuole farne parte bene, bisogna dare — come ci mostri tu — e non succede sempre.
Io credo che è come la marea: noi possiamo far parte di un gruppo a volte in maniera molto attiva (e quindi dando), e a volte possiamo ricevere in un gruppo.
Il punto è non rimanere incastrati in una delle due. Cioè, se noi siamo sempre incastrati nella condizione del dare, e ci sembra che solo se diamo abbiamo diritto di appartenere, facciamo un grande errore. L’errore doloroso: perché tutte le volte in cui avremo bisogno di ricevere, non ci sentiremo parte di un gruppo.
Quindi mi raccomando: non considerate mai obbligatorio il dare per far parte di un gruppo. Questo, per esempio, è un tema tipicamente femminile, in cui sembra che tu devi cucinare, pulire, offrire, invitare… Ecco, ma no. Anche no. Anche meno. Si può anche essere invitate, cucinate e volute bene anche quando non facciamo niente.
E questo, guardate, ha tanto a che vedere col tema dell’invecchiamento: perché nel momento in cui invecchiamo dobbiamo ridefinire le nostre risorse, e quindi anche ridefinire quello che diamo. E per questa ragione a volte pensiamo di essere inutili.
Ecco, quando mi sento dire — e lo sento dire spessissimo — “Vorrei fare qualcosa di utile”, dico: “Ah sì, bello — ma non può essere la nostra condizione esclusiva per appartenere a un gruppo”. Si può anche essere, qualche volta, spettatori.
La poesia di David Wagoner: “Qui”
Concludo con una poesia che mi piace tanto, e che ho letto ieri sera al gruppo dell’Office Hour di Substack. È di David Wagoner e mi piace tanto tanto tanto.
Non la leggo tutta perché è un po’ più lunga. Si intitola “Qui” (Here):
Fermo in piedi, in silenzio.
Gli alberi davanti a te,
i cespugli a fianco
non sono spersi.
Dovunque tu sia si chiama Qui.
Devi trattarlo come uno straniero potente,
devi chiedere il permesso
di conoscerlo e di lasciarti conoscere.
Il bosco respira. Ascolta. Dà risposte.
Ho creato questo luogo attorno a te.
Se te ne vai, puoi tornarci
anche solo dicendo: Qui.
Allora vi invito, tutte le volte in cui vi sentite soli o sole, a dire “Qui”. E in questo modo, a tornare ad appartenere al luogo in cui siete.
Vi ringrazio di avermi ascoltato. Vi invito a scrivere e commentare nella registrazione che rimarrà salvata sulla mia pagina Substack, su Instagram e su YouTube.
Ciao ciao, buona domenica, e grazie a voi per l’ascolto.
© Nicoletta Cinotti 2026
