Forse se non sei genovese non sai cosa sono le Pile 10 e 11. Oppure, se leggi i giornali, lo sai benissimo. Domani è una giornata particolare per Genova: i militari taglieranno gli stralli del pilone del Ponte Morandi, quello crollato il 14 Agosto del 2018. Una frazione di secondo dopo i sostegni in cemento verranno fatti esplodere. La struttura dovrà adagiarsi verso ponente. La 10, nel senso opposto, verso levante. Il tutto durerà al massimo sei secondi. Verranno evacuate 3400 persone e tutta la circolazione cittadina – autostradale, ferroviaria, stradale – subirà delle modifiche. 1700 persone si organizzeranno in modo autonomo, le restanti 1700 dovranno essere assistite.
Non te lo sto scrivendo per fare una versione mindfulness di Isoradio: te lo scrivo perché il crollo di quel ponte è un pezzo di storia che racconta molte, moltissime cose.
Racconta come siamo legati da un filo strettissimo, gli uni agli altri. Pensare che qualcosa che accade lontano non ci tocchi è una distorsione percettiva. Il Ponte Morandi non è Genova. È l’Italia che è straordinaria quando corre ai ripari, molto meno straordinaria quando deve prevenire i danni.
Racconta come negare fino allo stremo una difficoltà non la risolve ma amplifica le conseguenze di questa difficoltà. In piccolo come in grande. Lo facciamo nelle opere pubbliche e in quelle piccole opere private in cui pensiamo che rimandare di occuparcene sia senza conseguenze. Ho visto tante conseguenze dell’evitamento e ho capito che più è grande il pericolo maggiore è l’evitamento e maggiore è il danno finale.
Potrei dirti che i luoghi in cui vivo e lavoro sono fuori dalle conseguenze: è vero ma sarebbe falso. Il cambiamento che comporta riguarda tutti.
Il cambiamento – io preferisco dire l’impermanenza – è accanto a noi. Noi stessi siamo il cambiamento. Questa città sta cambiando velocemente perché il Ponte Morandi ha dato una svolta. Sono state aperte strade diverse: potrebbero essere strade fruttuose. Il lavoro di costruzione di una alternativa potrebbe essere una occasione straordinaria per Genova. Un’occasione di crescita. E proprio come succede in tutte le cose, cambiamento e distruzione vanno insieme. Quando cambiamo in modo più o meno esplicito lasciamo dietro di noi qualcosa. La nostra corazza o quello che non ci serve più. Nelle tradizioni orientali la divinità legata al cambiamento, Durga, è una divinità femminile che ha in sé il potere di creazione e distruzione.
Dopo il crollo del Ponte vederne i resti aveva un forte impatto. Quando passavo in zona lo guardavo sempre: era come se cercassi la parte mancante e le persone mancanti da quel giorno. Adesso che ci prepariamo a non vederlo più mi sorge una strana nostalgia. I giapponesi la chiamano wabi sabi. Wabi si può tradurre con imperfetto, Sabi è ciò che il tempo ha deteriorato. Lo strano è che nell’estetica giapponese questa parola è una declinazione della bellezza: la bellezza di ciò che abbiamo usato e porta i segni del suo uso. Una bellezza che si accompagna a tenerezza e nostalgia. Strano a dirsi ma quel ponte ferito sulla città, che guardavo sempre, era orribile eppure era bello. Non è la bellezza perfetta, eterna, immutabile, dei greci. È la bellezza di ciò che nel tempo cambia e ti ci affezioni anche se non è più nuovo. Anzi proprio perché non è più nuovo. È la maglietta che non ti rassegni a buttar via anche se ne avresti di meglio.
Dicono che i genovesi sono “mugugnoni”, che si lamentano molto. Io dico che hanno forte, fortissimo, il senso della nostalgia, come i cugini portoghesi. Saudade è la mia città, direbbe un genovese. Forse lo direbbe anche De Andrè. Saudade è il mio sentimento: accettazione del passato, fiducia nel futuro.
Ciao Ponte Morandi.
Ciò che diciamo principio | spesso è la fine, e finire | è cominciare. La fine | è là onde partiamo. Thomas Stearns Eliot
Pratica di mindfulness: Meditazione sul cambiamento e la gentilezza amorevole
© Nicoletta Cinotti 2019 Vulnerabili guerrieri

L’aiuto di Anna, Aronne e Roberto è Adama – stesso pizzetto bianco di Areil Sheney – dalla Costa d’Avorio, attraverso la Libia. È arrivato a Marco, nel centro accoglienza della Croce Rossa, vicino a Rovereto. Un centro che adesso è chiuso. Era amico di una collega della sorella di Aronne: fa il custode, le camere e sta diventando un aiuto in cucina. La cucina era un posto dove non aveva mai messo piede prima perché non era da uomo. Solo le donne cucinano. Il primo giorno che è arrivato, a Maggio, ha fatto mezzo metro di neve. Era la prima volta che la vedeva. Così Adama sta facendo cose nuove insieme: entra in cucina e vede le montagne, il freddo, la neve.
Roberto Patti è il proprietario del 
