Spalle strette
Ho le spalle larghe, anche fisicamente. Genetica, scheletro, ma anche storia di vita: sono una che può portare molti carichi. Come tante donne li porto con leggerezza, li nascondo sotto piccole vanità — bigiotteria, moda, qualche spesa inutile — perché la meditazione aiuta, ma qualche volta una spinta ulteriore non fa male.
Da qualche anno al carico consueto si sono aggiunte altre responsabilità. Di cura sanitaria, essenzialmente. Prima mio padre, poi mia madre, adesso mio marito. È per questo che queste spalle larghe stanno diventando sempre più strette. Le stringo per evitare che qualcosa mi cada. O forse perché non voglio che nient’altro ci venga messo sopra.
So di non essere sola. Anzi, mi posso dire fortunata: avendo avuto genitori molto giovani e sani, ho avuto molti anni in cui le mie spalle erano più libere. Ma so di essere in buona compagnia — un gruppo numeroso di donne dai 40 ai 70 anni che iniziano gradualmente ad avere responsabilità di assistenza sempre maggiori.
La caduta nel bosco
Domenica scorsa sono andata a fare una passeggiata. Cinque ore in un bosco con una conoscente simpatica. Durante quella passeggiata una gamba è finita in un buco profondo, l’altra si è abbassata per compensare, e ho preso una botta violenta al ginocchio. Mi sono tirata su e ho continuato. Come sempre.
Solo quando sono tornata a casa mi sono resa conto di essermi fatta davvero male. E in quel momento ho capito di non sapere a chi chiedere aiuto. Medico in ferie, pronto soccorso intasato, e comunque — diciamolo — una stanchezza talmente profonda che mi sono curata da sola.
Mi è sembrato simbolico. Una parte cade nel vuoto e l’altra parte fa il lavoro per entrambe, con qualche danno.
A volte mi domando chi avrà cura di me quando sarò davvero vecchia — perché adesso sono solo vecchia fuori ma giovane dentro — e penso alla longevità in maniera non troppo sorridente. Mi rendo conto che la longevità è costosa sotto molti punti di vista. So di aver raggiunto l’indipendenza economica di tanti uomini, non mi sento discriminata nel mio lavoro, ma non c’è ancora parità di carico tra uomini e donne. La cura rimane una caratteristica prevalentemente femminile, a volte esclusivamente femminile.
Mio fratello era il figlio prediletto e privilegiato, ma la sua cura è stata quella di coordinarmi nell’assistenza che io dovevo dare ai nostri genitori. La mia disobbedienza civile non gli è piaciuta affatto.
Mio nipote ha meno di due anni e una passione per le faccende domestiche. Forse il cambiamento può partire da lì.
So che non racconto niente di nuovo. Il mondo è pieno di famiglie disfunzionali in cui le donne sono risorse e gli altri sono utilizzatori. Soluzioni non ne ho, solo scenari. Potrei accettare che è così e smettere di aspettarmi qualcosa — ma poi mi dissanguo da sola. Potrei ritirarmi drasticamente — ma la solitudine che ne viene ha il sapore del fallimento. Oppure posso dire basta: o cambia qualcosa radicalmente, o mi ritiro. Niente più cene, niente più regali, niente più inviti a chi non capisce.
Ma perché è così difficile il cambiamento? Perché le donne, da sempre, vengono viste come risorse e non come persone. Se va bene sei vista in modo misto: metà persona, metà risorsa. Dev’essere un esito dell’allattamento. Scherzo, ma non tanto.
È per questo che voglio invecchiare da ribelle. Se va bene con gioia ribelle, e sennò almeno da ribelle — da persona che non è ovvia. Invecchiare da ribelle non è rivendicare i propri spazi, come se fosse una concessione demaniale. È dire: non do più energia a chi non vuole capire. La do a chi capisce già.
E questo include le amiche. La comunità. Le persone che amo. E anche la solitudine scelta, che è sempre meglio della compagnia che ti svuota.
Quando ho parlato della situazione attuale, un’amica, senza che glielo chiedessi, si è offerta spontaneamente di accompagnare qualche volta mio marito alle visite di controllo. Ecco la prova: per chi vuole capire non c’è bisogno di didascalie.
Con grazia, grinta e gioia ribelle
Nicoletta
© Nicoletta Cinotti 2026
