
Stamattina, ancora al buio, ho sentito la sveglia e sapevo esattamente cosa dovevo fare: alzarmi, accendere la candela, sedermi sul cuscino. Trenta minuti di pratica che mi cambiano la giornata. Lo so da quarant’anni. Eppure sono rimasta sotto le coperte, a cincischiare col telefono, sapendo perfettamente che stavo scegliendo il peggio. Lo sento nel corpo: quella contrazione nel petto, quella pesantezza nelle gambe, come se ogni cellula gridasse “no, qui sto bene, qui conosco”.
Cos’è che non ci fa realizzare quello che sappiamo già ci fa bene? I miei pazienti mi dicono “praticare mi fa bene, lo sento ma lo faccio poco”. Me lo domandano spesso e me lo domando anche io.
David Steindl Rast offre una risposta che non mi sembra niente male: non lo facciamo perché la verità è contagiosa. Se facciamo qualcosa che ci fa bene, non si limita solo a quell’aspetto. Coinvolge, a catena, tutto il resto che non siamo disponibili a cambiare. La verità è contagiosa, la sua luce si diffonde. Così la fermiamo. Ci rendiamo conto che aprirebbe un cambiamento inevitabile e inarrestabile, ma noi vogliamo avere le redini della situazione in mano.
Se comincio a meditare sul serio, non posso più mentire così facilmente. Se ascolto davvero il mio corpo, non posso più ignorare quella relazione che mi svuota. Se pratico la gentilezza verso me stessa, devo ammettere quanto sono stata crudele per anni. La verità è contagiosa: apri una porta e si spalancano tutte le stanze.
C’è una storia antica che racconta esattamente questo paradosso. Non l’ho mai dimenticata.
È la storia della moglie di Lot. Stavano fuggendo verso la salvezza, lontano dalla città in fiamme. Non avevano nessun pericolo da correre. Dovevano solo evitare di guardare indietro. Bastava essere grati di quella strada aperta davanti a loro e camminare verso la vita nuova. Ma se si fossero voltati indietro, sarebbero diventati statue di sale.
La moglie di Lot non resistette. Si voltò. E rimase lì, cristallizzata nel rimpianto, nella nostalgia di ciò che conosceva anche se la stava distruggendo. Una statua di sale — perché il sale è l’ingrediente nascosto delle lacrime.
Quante volte anche noi diventiamo statue di sale? Fermi, rigidi, salati di lacrime, mentre davanti a noi c’è una strada aperta.
Domani mattina, quando suonerà la sveglia al buio, forse mi alzerò. O forse no. Ma adesso so che voltarmi indietro non è debolezza — è paura che la luce si diffonda troppo. E forse è proprio questo il primo passo: riconoscere che stiamo scegliendo l’ombra perché abbiamo paura di quanto potremmo brillare.
Non è la gioia la radice della gratitudine. È la gratitudine la radice della gioia.
— David Steindl Rast
Pratica di mindfulness: Addolcire, confortarsi, aprire
© Nicoletta Cinotti 2026 Il protocollo MBSR
