bianchi rossi
neri
ingarbugliati:
il caos è sempre avvolgersi
su se stessi.
negli occhi del gatto
che fissa il rocchetto:
soltanto attenzione
per la trama.
l’irreparabile
Se avete un figlio avete un sacco di cose da mostrare: le foto delle vacanze, gli esami superati, le gare, la crescita, il caos nella stanza. E una serie di cose che fate fatica a vedere che non riguardano lui o lei ma riguardano voi: le volte in cui vi arrabbiate perdendo la testa. Esagerate e quando esagerate siete in un turbine. Poi passa e chiedete scusa. Fino alla prossima volta perché una cosa è certa: genitori e figli litigano sempre per le stesse cose. E hanno torto e ragioni entrambi. Perché? Perché quando nasce un figlio nasce anche un genitore ma, soprattutto, torna in vita il bambino o la bambina che quel genitore è stato.
“Non voglio rifare gli stessi errori ” diventa una specie di mantra per molti genitori che si mettono così d’impegno nel dare al proprio figlio quello che loro non hanno ricevuto (anche se, effettivamente, quella cosa lì il figlio non la voleva). Così quando questo amatissimo bambino fa un solito capriccio il genitore diventa sempre più confuso. Con tutto quello che ho fatto per lui, diventa il secondo mantra e l’interruttore di accensione di uno schema disfunzionale di risposta.
La domanda è, “Come le nostre esperienze infantili condizionano il nostro modo di fare i genitori?“A volte è un condizionamento esplicito: scegliamo lo stesso stie educativo, facciamo la stessa scelta religiosa, non vediamo l’ora di portarlo nello stesso luogo delle nostre vacanze infantili. Altre volte invece la direzione è esattamente l’opposto: vogliamo che tutto sia diverso, e migliore, di come è stato per noi. Quello che sappiamo è che lo stile di attaccamento dei genitori è un’ottimo predittore di come faranno i genitori, trasportando così, senza parole e senza genetica, le esperienze che abbiamo vissuto attraverso un bagaglio di esperienze relazionali.
La nostra esperienza si condensa in schemi di risposta formati da pensieri, comportamenti, emozioni, sensazioni fisiche e significati che diamo all’esperienza. Tendiamo a vivere questi schemi come una totalità. Se ci sentiamo abbandonati – giusto per fare un esempio – è abbastanza probabile che l’esperienza dell’abbandono (reale o percepito) attivi uno schema ripetitivo di risposta perché questi schemi organizzano il nostro modo di rispondere agli eventi difficili. Alcuni di questi schemi sono funzionali. Altri possono essere disfunzionali e possono esporci a una ripetizione dei problemi della nostra infanzia. Il problema è che quando uno schema si attiva sperimentiamo tutto il processo. Possiamo capire che cosa è successo dopo ma nel mentre siamo in preda ad una sorta di flusso difficile da fermare.
In alcuni casi è come se fossimo un bambino nel ruolo del genitore: siamo adulti, genitori “responsabili”ma agiamo che se tornasse in scena il nostro “bambino capriccioso”, oppure “esigente” o “punitivo”. Come accorgerci se siamo in questo tipo di incantesimo? È l’intensità dell’emozione che viviamo a dircelo: è sproporzionata al fatto in sé e per sé. È proporzionata alla nostra esperienza infantile ma non è adatta al momento presente. Il passato irrompe con una differenza sostanziale: siamo adulti e “dovremmo” avere un atteggiamento diverso. Facciamo un’altra ipotesi: nostro figlio ha un problema. Può essere un problema banale come rifiutarsi di fare i compiti, oppure avere un DSA (Disturbo specifico dell’apprendimento) oppure una disabilità psichica o fisica. La frustrazione che viviamo in quella situazione e nella ripetizione di quella situazione ci porta, giorno dopo giorno, al nostro stile infantile di gestire la frustrazione.
Il quarto e il quinto incontro del programma di Mindful Parenting mettono l’attenzione proprio su questo aspetto: riconoscere i propri schemi reattivi. Riconoscere che cosa li attiva, nominarli in modo da creare distanza (ossia non essere compulsivamente costretti ad agirli) senza perdere compassione nei confronti di noi stessi e dei nostri figli. Jeffrey Young, l’ideatore della Schema Therapy, riconosce un numero specifico di schemi disfunzionali. Quando un genitore è capace di riconoscere il proprio schema, così come le situazioni che tendono ad attivarli, si riduce la reattività e la frequenza di questi episodi. Episodi che innescano un circolo vizioso in cui genitori e figli sono incastrati in una ripetizione di situazioni frustranti che, molto spesso, portano ad una forma di evitamento esperenziale.
I genitori non hanno mezze misure: o sono pieni di amore, orgoglio, soddisfazione oppure sono arrabbiati per qualcosa che è stato fatto (o non è stato fatto). Molto spesso senza mezze misure. Se il segreto di una genitorialità serena stesse, invece, proprio nelle mezze misure? In quel neutro in cui non sogniamo che i riflettori della ribalta siano sempre su nostro figlio e i suoi successi ma in cui ci gustiamo il ritmo quotidiano fatto di piccole cose e di tante ripetizioni? Soprattutto i genitori che sono abituati ad una vita veloce ed emotivamente intensa possono correre il rischio di tollerare e apprezzare poco i momenti “neutri”: tentando di portare troppa adrenalina rischiano anche di infiammarsi più facilmente. Apprezzare i momenti neutri può significare aumentare la tolleranza – nostra e dei nostri figli – nei confronti della noia e trovare una maniera semplice di abbassare un ritmo che sta diventando sempre più accelerato.
[box] Invitiamo i genitori a notare le proprie modalità reattive nell’interazione con i propri figli per esplorare se ci sono similarità o connessioni con aspetti della loro relazione con i propri genitori. Riconoscere e nominare questa modalità mette una giusta distanza e apre la consapevolezza che quello che i genitori provano non sempre è “la verità”: a volte è la reazione all’esperienza, da riconoscer senza finire nella palude del senso di colpa o nella durezza della punitività, verso i figli o verso noi stessi. Susan Bogels[/box]
© Nicoletta Cinotti 2019
Essere flessibili – che non significa essere accondiscendenti – ci permette di rispondere in modo creativo alle difficoltà e ci consente di essere aperti a nuove esperienze. Ma, soprattutto, ci dà un repertorio ampio di risposte relazionali. Perché è nelle relazioni che paghiamo un prezzo alto quando siamo inflessibili. Mettiamo che ci siamo innamorati – anche questo può non essere facile ma facciamo l’ipotesi di aver superato il primo scoglio ed essere innamorati – passata la fase che potremo definire di “iniziale stordimento” iniziamo a condividere la quotidianità e a scoprire piccole idiosincrasie, qualche difetto del nostro amato. Qualche abitudine non proprio simpatica.
Se siamo flessibili inizieremo a negoziare – dentro e fuori di noi – per trovare alternative (non sempre infatti ci sono soluzioni) che consentano reciproco rispetto e libertà. Se, invece, siamo inflessibili abbiamo la convinzione che i nostri standard siano giusti, che la nostra posizione sia la migliore, che i nostri valori siano quelli da condividere in assoluto. E iniziamo a fare una delle cose più sottili e distruttive in una relazione: iniziamo a far pressione perché l’altro cambi. Una pressione che può avere vari colori: dal tenero romanticismo per convincere gentilmente, alla pressione più aggressiva della lite per i soliti calzini trovati nel posto sbagliato. Fino a che l’inflessibilità ci porta ad avere una posizione rigida e articolata su un insieme di aspetti: tutte le volte che l’altro varca quei confini scatta la tensione. Un po’ come i confini arabo-israeliani nella striscia di Gaza. Basta poco perché da un confine varcato si passi ad un conflitto.
Il guaio dell’inflessibilità è proprio questo: più la persona si sente sfidata più chiede che il cambiamento avvenga all’esterno. Più la relazione ci manda in crisi, più pretendiamo che sia l’altro a cambiare. È una situazione che non ammette soluzioni: solo perdite. Perché se vinci hai vinto contro la volontà dell’altro e, prima o poi, questo ha un prezzo. A volte gli inflessibili più inflessibili aggiungono anche delle “punizioni”. Sono cattivi? No, sono in trappola e la trappola è quella che è stata portata nella loro vita dall’inflessibilità. Sono convinti che, se cederanno, saranno distrutti. Non è vero ma questa credenza è fortissima.
Non pensare però che la storia sia limitata alle relazioni affettive. Potremmo trasportarla pari pari nelle situazioni professionali. Se non siamo flessibili siamo costretti a rimanere aggrappati al prodotto anziché alla persona. Ed essere aggrappati al prodotto, al risultato è sempre molto aleatorio perché infinite sono le disavventure che possono incontrare. Ma se, dall’altra parte, c’è una persona flessibile, molte sono le strategie che possono risultare salvifiche. E, soprattutto, scopriamo, una volta di più, che quello che ci salva è essere umani.
Proprio perché siamo esseri intimamente relazionali, siamo dipendenti da altri; in questo dipendere da un altro da sé sta la vulnerabilità propria dell’essere umano. Luigina Mortari
Pratica del giorno: La meditazione del fiume (pratica live)
© Nicoletta Cinotti 2019 Scrivere la mente nel territorio dell’amore
Da qualche parte, nel profondo di ciascuno di noi, c’è il bambino che era innocente e libero e che sapeva che il dono della vita era il dono della felicità. I sentimenti profondi che abbiamo seppellito appartengono a quel bambino innocente e libero che sapeva godere della vita. Quel bambino vive ancora nei nostri cuori e nelle nostre viscere ma abbiamo perso il contatto con lui perchè abbiamo perso il contatto con la parte più profonda di noi stessi. Per ritrovarci dobbiamo scendere nei territori profondi del nostro essere, nell’oscurità dell’inconscio. Lowen in Arrendersi al corpo
Pratica del giorno: La classe del mattino
© Nicoletta Cinotti 2019 Vulnerabili guerrieri
Abbiamo molta più fiducia nei nostri pensieri che nelle nostre emozioni. È per questo che, molto spesso, le nostre emozioni vengono giustificate con dei ragionamenti che sono solo apparentemente logici. Eppure, proprio perché hanno questa trama emotiva nascosta, hanno moltissimo impatto. Dirigono il nostro comportamento: possono dirigere la nostra mente in direzioni sbagliate.
Un buon esempio di ragionamento emotivo può essere la generalizzazione. Abbiamo avuto un attacco di panico in autostrada e decidiamo di non andare più in autostrada. Come se il problema fosse l’autostrada e non il panico. Oppure è stato commesso un reato e, per estensione, tutte le persone che hanno caratteristiche simili – di professione, razza, sesso, convinzioni religiose – a chi ha commesso quel reato diventano pericolose.
Molto spesso i ragionamenti emotivi si intrecciano formando una storia fatta di omissioni o travisamenti della realtà. Non è insolito che una generalizzazione sia stata preceduta da una minimizzazione. Una realtà che ci fa paura viene prima minimizzata – non è nulla, è solo un po’ di stanchezza, ho lavorato tanto – e poi generalizzata – tutte le volte che faccio quell’azione sto male – senza però andare a verificare la realtà dei fatti. Ossia, in questo esempio, andare dal medico.
Dei ragionamenti emotivi fanno parte anche le paranoie – quelle paure ingiustificate che ci fanno attribuire responsabilità a persone non coinvolte – che alimentano dubbi e sospetti. Paranoie che spesso copriamo con una serie di ragionamenti falsamente logici. Come fare per uscire dalla trappola del ragionamento emotivo? La prima risposta, brillante e incisiva, viene da una giornalista: trasporta il ragionamento in un altro contesto e guarda se funziona. Molto spesso la sua assurdità risulta evidente. Trisha Hall prende spunto dai tweet di Nafisa Rawji sul consenso sessuale. “Se mi chiedessi $5 e fossi troppo ubriaca per risponderti, non andrebbe bene se tu prendessi comunque $5 dal mio portafoglio (perché non ero in grado di risponderti)”. Oppure “Se ti presto $5 questo non dà al tuo amico il diritto di prendere $5 dal mio portafoglio”. O anche “Il fatto che una volta ti abbia prestato $5 non significa che debba prestarteli anche in futuro”.
Il secondo modo è cercare l’emozione che si nasconde dietro quel ragionamento perché l’emozione può spiegare la vera ragione di quelle giustificazioni. Infine se questi ragionamenti emotivi ti vengono fatti per convincerti di qualcosa, domandati se la persona che te li fa può avere un secondo fine, una motivazione personale nel farli.
Se i ragionamenti emotivi vengono usati da persone che detengono una forma di potere sono doppiamente pericolosi perché hanno una probabilità maggiore di essere incisivi. Riassumendo: generalizzare fa male. Sembra che ci metta al sicuro e, in realtà, ci espone ad una percezione del pericolo ingigantita. Usare i ragionamenti emotivi per convincere è una forma di manipolazione che vedo avvenire fin troppo spesso. Non si protegge la vittima di una manipolazione, manipolando gli altri per convincere che tutto ciò che viene fatto ha un vizio sostanziale. Conoscere il proprio panorama mentale ci dà una grande possibilità di scelta. Ci permette di valutare se seguire una scelta etica o manipolare la verità sulla base dei propri ragionamenti.
Alle persone non piace ammettere di avere sbagliato. È un meccanismo di difesa. È spaventoso credere in qualcosa che è falso. Così risolviamo il problema aggrappandoci alle nostre credenze e ingorando i fatti. Trish Hall
Pratica di mindfulness: Il panorama della mente
© Nicoletta Cinotti 2019 Vulnerabili guerrieri
Certe cose si possono dire con le parole, altre con i movimenti. Ci sono anche dei momenti in cui si rimane senza parole, completamente perduti e disorientati, non si sa più che cosa fare. A questo punto comincia la danza, e per motivi del tutto diversi dalla vanità. Non per dimostrare che i danzatori sanno fare qualcosa che uno spettatore non sa fare. Si deve trovare un linguaggio – con parole, con immagini, atmosfere – che faccia intuire qualcosa che esiste in noi da sempre. Pina Bausch
Negli ultimi tempi ho frequentato luoghi diversi e mi sono accorta che mi mancavano le parole per dire alcune cose. Erano parole che non conoscevo e la sensazione che mi lasciavano era quella di essere imbrigliata. Oppure balbuziente. La seconda cosa che succedeva, però, era muovermi. Come se volessi spiegare a gesti quello che non riuscivo a dire a voce. In una specie di lingua da mimo, divertente e che, alla fine, portava alla soluzione dell’enigma: trovavano la parola giusta. Mi sono chiesta come può essere non avere parole per esprimere le sensazioni che si prova. Io faccio questo di lavoro e non mi capita quai mai di non trovare le parole per me. A volte le trovo anche per gli altri ma com’è quando ti mancano le parole?
Quando proviamo qualcosa di poco tollerabile la prima risposta avviene nel corpo: ci irrigidiamo o collassiamo (dipende dall’intensità di quello che proviamo). Questo blocca la naturale spinta espressiva. Così immagino che tutte le parole che non abbiamo detto stiano nei nostri muscoli, dure come acciaio oppure torpide come nuvole di cui non distingui mai i confini. Non è facile ridare vita a quelle parole: ci spaventano. Eppure sono lì che, come melograni maturi, aspettano di venire alla luce. Le parole sono state l’origine della distanza tra Wilhelm Reich e Alexander Lowen. Per Reich bastava riportare il corpo ad uno stato di vitalità perché la guarigione avvenisse spontaneamente. Per Lowen non si poteva prescindere dall’espressione consapevole, dal ritrovare le parole che erano rimaste congelate nel corpo. Così corpo e parola tornavano all’unità, senza la separazione che produce il trauma. Così mente e corpo tornavano insieme. Rimasero ognuno della propria idea, Lowen e Reich. Anch’io ho un’idea: la penso come Lowen. Senza parole il processo di guarigione non avviene e le parole che guariscono devono essere il più possibile vicine all’esperienza della persona. Parole generiche o significati inesatti vengono rifiutati: non vogliamo parole a caso: vogliamo parole precise
Le parole sono melagrane mature,
cadono a terra
e si aprono.
Tutto l’interno si volge all’esterno,
il frutto denuda il proprio segreto
e mostra il suo seme,
un segreto nuovo. Hilde Domin
Non tolleriamo buchi, salti logici, passaggi mancanti. Cerchiamo di riempire le sospensioni e, se non possiamo riempirle, evitiamo le sospensioni, cambiando argomento. Questa coerenza ci offre continuità e congruenza ma non è solo un vantaggio. Molte volte questo bisogno di coerenza ci rende rigidi e inflessibili. Attaccati alla storia della nostra vita come se fosse un romanzo concluso e già pubblicato, senza la possibilità di ulteriori colpi di scena. In effetti attribuiamo significato a ciò che accade costruendo una narrazione. Nei colloqui diagnostici la capacità di fare un racconto coerente dei propri episodi di vita diventa un elemento distintivo di uno stile di attaccamento sicuro.
Ci sono dei momenti però in cui la coerenza è un ostacolo perché ci fa forzare tutti i significati in una direzione: generalizziamo la nostra vita a partire da un episodio e costruiamo così una ripetizione della stessa tragedia, commedia, storia. Come uscire da questa trappola? Non generalizzando. Un episodio è un episodio non disegna la storia della vita. Più ci permettiamo di tollerare le sospensioni più rimaniamo in grado di cogliere la novità e di seguirla.
Le parole nascono dall’ascolto. Anche quando siamo piccoli è così. Nei primi due anni di vita – ossia prima che si strutturi il linguaggio – la qualità del nostro apprendimento e della nostra memoria è globale. Impariamo e ricordiamo attraverso la percezione. Anche le parole vengono apprese sulla base di caratteristiche percettive oltre che di significato. Ricordiamo e impariamo prima parole che hanno una ragione emotiva e sentiamo le parole nel corpo. Quello che impariamo nei primi due anni di vita non è ricordabile esplicitamente però è memorizzato nel modo con cui facciamo le cose. Nel modo con cui ci addormentiamo. Nei ritmi sonno-veglia. Nelle preferenza alimentari e nei gusti personali. Una grammatica dell’esperienza che definisce la rete degli altri apprendimenti. Poi, quando impariamo a parlare l’apprendimento diventa memorizzato e costruisce la nostra memoria autobiografica. Questi due stili di apprendimento e memorizzazione rimangono attivi tutta la vita. Abbiamo una mente sensoriale e una mente narrativa. La seconda parla ad alta voce, l’altra a bassa voce. Non per questo è meno importante. Non per questo non è significativa. È significativa e importante ed è la rete su cui costruiamo significati. Se la nostra mente sensoriale dice no, la nostra mente narrativa potrà darci un sacco di buone ragioni ma saranno ragioni fittizie, non convincenti. Per questa ragione è importante saper riconoscere i segnali – tutti percettivi – della mente sensoriale. Inoltre la mente sensoriale è quella che ci aiuta a trovare le parole giuste per descrivere la nostra esperienza. Le parole che risuonano. Quelle che parlano proprio di noi: le parole che fanno venire la pelle d’oca.
Se non vogliamo che raccontare la propria esperienza sia una semplice storia senza spinta e direzione è necessario che mente sensoriale e mente narrativa siano in dialogo. Può avvenire attraverso la riflessione – che non è rimuginazione – può avvenire attraverso la terza posizione della meditazione. Una posizione in cui osserviamo l’esperienza e, allo stesso tempo, la percepiamo. Più gli strumenti della mente sensoriale sono affilati, più è chiara la definizione di noi e più è possibile lasciar andare. Nulla più della mancanza di chiarezza interferisce con il processo del lasciar andare. In fondo credo che tutti noi non vediamo l’ora di lasciar andare ma non riusciamo a lasciar andare fino a che non vediamo chiaro. Ecco perché scrivere la mente aiuta: aiuta a mettere a fuoco il dialogo tra mente sensoriale e mente narrativa. Aiuta a scoprire il mistero che sta dentro di noi e a non averne paura: perché fino a che c’è mistero c’è vita.
Come arrivano le poesie
Rigirale in bocca sottovoce
Poi lasciale vagare nella mente
Finché un significato prende forma.
Come l’amore, sono più forti se accolte alla cieca,
Giudicate all’istante, percepite con sensi acutizzati
Mentre ancora non è chiaro se siano necessarie.
L’emozione imprecisa – intensa
Quanto un’azione adrenalinica –
Si nutre di sé stessa, e a sua difesa
Si immagina un ruolo umanitario,
Ma le poesie, siano maschi o femmine, sono vanesie
E traggono le proprie soddisfazioni dall’interno,
Sfoggiano vocali, o esibiscono catene
Di elle ed emme d’argento per fare mostra
Di intimità o di biasimo, di gioia o di dolore.
Le vie delle parole sono strette ed egoiste,
Esige ognuna uno spazio adeguato al proprio peso.
Non serve scandire i versi ad ogni frase,
Ma una sorta di battito deve integrare
Il suono che la poesia fa quando è inventata.
Sennò, scrivi prosa. Oppure aspetta
Che arrivi e sia lei il proprio intento a dichiarare.Anne Stevenson
https://www.nicolettacinotti.net/eventi/parole-che-si-poggiano-sul-cuore/
Nicoletta Cinotti 2019 Photo by Raphael Schaller on Unsplash
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Programma Regionale Liguria 2021–2027 – Azione 1.2.3 “Supporto allo sviluppo di progetti di digitalizzazione nelle micro, piccole e medie imprese”.
CUP: G34E24003120005

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