Per te
voglio essere notturna.
Nell’oscurità offrirti
la mia luna.
Donatella Bisutti da “la rosa alchemica”
Per te
voglio essere notturna.
Nell’oscurità offrirti
la mia luna.
Donatella Bisutti da “la rosa alchemica”
Com’è fatto l’amore mi chiede la psicologa
una settimana dopo la separazione
e io non so bene come risponderle
se non che credevo che l’amore
somigliasse molto a te
allora ho un’illuminazione
e mi rendo conto di quanto sono stata ingenua
a sovrapporre un’idea tanto bella all’immagine di una persona
come se in tutto il pianeta ci fosse qualcuno
in grado di contenere tutto ciò che l’amore rappresenta
come se quest’emozione per cui fremono in sette miliardi
avesse l’aspetto di un uomo alto un metro e ottanta
che a colazione mangia pizza surgelata (…)
be’ le dico
non credo più che l’amore fosse lui
sarebbe qui dico bene
se fosse quello giusto per me
sarebbe lui a star seduto dirimpetto a me
se l’amore fosse lui sarebbe stato semplice
non credo più che l’amore sia lui ripeto
credo che non lo sia mai stato
credo di aver semplicemente voluto qualcosa
esser stata disposta a consegnarmi a qualcosa
che credevo più grande di me
e quando ho visto qualcuno
che forse era adatto al ruolo
mi sono prefissata
di farne la contro parte….Tratto da The sun and her flowers by Rupi Kaur
Sabato 6 Ottobre alle 11.30 terrò un talk a Milano,
Insieme a me le poesia di Rupi Kaur
Photo by Hutomo Abrianto on Unsplash
Quando parliamo di psicologia parliamo sempre della psiche, la parte in cui le emozioni disegnano il panorama interno. La parola anima non è quasi mai nominata. L’unico che ne ha parlato in maniera diffusa è stato, nel secolo scorso, Carl Gustav Jung. Questo separare la psiche dall’anima non è stato tanto diverso dal separare la mente dal corpo. È stato una perdita che ha contraddistinto una attenzione sempre maggiore agli sviluppi dell’identità personale e una minore attenzione agli aspetti legati all’intersoggettività. Al terreno del noi. A quello spazio unico e mutevole che costruiamo in una specifica relazione. Non esiste un solo noi. Esistono tanti noi quante sono le nostre relazioni, perchè ogni relazione è unica.
Separando la psiche dall’anima abbiamo però perso anche qualcosa di diverso. Abbiamo perso il senso, il valore della spiritualità. Forse è più semplice pensare che i nostri bisogni siano solo immediati e tangibili. Pratici. Ma ognuno di noi si allunga anche oltre la propria identità, si estende al di là della durata della nostra vita personale, non fosse altro che nel ricordo di chi l’ha amato. Non c’è solo un inconscio personale. C’è anche un inconscio collettivo che sta dietro ai fenomeni – viziosi o virtuosi – di massa. Un inconscio collettivo che ci spinge ad aderire a valori e ideali. Se pensiamo solo in termini psichici non avremo parole per descrivere l’etica. Forse avremo solo regole morali.
Quando pratichiamo, quando torniamo al corpo, non coltiviamo solo la nostra psiche. Curiamo la nostra anima, coltiviamo un terreno condiviso con le altre persone che – vicine o lontane – praticano insieme a noi. Costruiamo una comunità reale o virtuale che ci dà esempio. Non pratichiamo mai solo per se stessi: pratichiamo sempre per quell’entità non misurabile che si chiama noi.
Oggi inizia il ritiro “La cura del silenzio“. Non sarà solo per chi partecipa strettamente. Ognuno di noi tornerà a casa portando un frammento di quello che ha sperimentato e lo condividerà – consapevolmente o inconsapevolmente – con le persone della sua vita. Forse alleggerirà qualcosa nella propria anima e nella loro. La nostra psiche sarà – mi auguro – saziata. Ma sarà la nostra anima che ci avrà permesso di stare insieme e di crescere. Così, in qualche modo, oggi inizia il ritiro per tutti, anche per te che mi leggi in questo momento. Perché lunedì avrò il sapore di quella esperienza nelle mie parole.
Dopo il silenzio, ciò che meglio descrive l’inesprimibile è la musica. Aldous Huxley
Pratica del giorno: I suoni del silenzio
© Nicoletta Cinotti 2018 Il protocollo MBSR
Esprimere le nostre emozioni non è facile. Non è facile nemmeno sentirle con chiarezza ma quando poi le abbiamo messe a fuoco, il dilemma, molto spesso, è se e come condividerle. Un dilemma ancora più grande per tutte quelle emozioni che sono, effettivamente relazionali.
Come dire che siamo arrabbiati? O delusi, feriti? Dirlo o lasciar perdere? Esprimerlo o passarci sopra e cercare di lasciar andare?
Non ci sono regole ovviamente ma se le emozioni sono informazioni importanti per noi lo sono ancora di più in una relazione. Sono le nostre emozioni che permettono agli altri di conoscerci e nascondere quello che proviamo rende il terreno relazionale insicuro per noi e per il partner. Dirle, è vero, molto spesso è difficile. Sorgono malintesi e fraintendimenti. Oppure possono ferire.
Eppure c’è un modo che aiuta ad esprimerle e può sembrare banale tanto è semplice: dirle rimanendo in contatto. Perché il rischio, soprattutto se le nostre emozioni sono intense, è che ci portino in una bolla espressiva in cui ci siamo solo noi. Immersi nel nostro dolore o nella nostra rabbia, perdiamo il contatto con l’effetto che le nostre emozioni fanno al nostro interlocutore. Siamo trascinati e non ci rendiamo conto che la base, per qualsiasi comunicazione è il contatto. Inutile parlare se l’altro non è presente; inutile parlare se noi non siamo presenti all’altro. Di quelle parole verrà visto solo l’aspetto che ferisce o che irrita. Non scivoleranno via: andranno a depositarsi nel cumulo di detriti che spesso è la causa della fine di molti legami.
Quando siamo totalmente centrati su di noi il nostro cuore è chiuso, anche se stiamo esprimendo una emozione. È chiuso perché la sua natura è relazionale: quando ci siamo solo noi – con ciò che proviamo – chiediamo all’altro di essere spettatore e lo tagliamo fuori dal dialogo. E perdendo il contatto perdiamo anche la possibilità di imparare.
Non chiedere a chi ami di navigare nelle tempeste che non sai domare: chiedi a te stesso di stare in porto quando il mare è troppo mosso.
Se apriamo il nostro cuore tutti, persino le persone che ci fanno impazzire, possono diventare nostri maestri. Pema Chodron
Pratica di mindfulness: Self compassion breathing
© Nicoletta Cinotti 2018 Il protocollo MBCT
Photo by Michael Weidner on Unsplash
Mi capita spessissimo di sentire persone che ritengono che, a curarsi, non dovrebbero essere loro ma, piuttosto, i loro parenti, compagni, amici. Insomma le persone che, nella loro vita, offrono troppi dolori e poche gioie. Accanto a questa affermazione se ne accompagna, in genere, un’altra “peccato che non si accorgano di averne bisogno!”
Potremmo fare molte considerazioni su queste due frasi ma una è, secondo me, fondamentale. I sintomi ci spingono in terapia. Il carattere invece ci convince che non abbiamo bisogno di terapia.
Che differenza c’è tra carattere e sintomo? Il sintomo è quello che ci fa stare male. È la febbre nell’influenza, il disagio emotivo in psicologia. Anche se sappiamo che la febbre è solo un sintomo e non la malattia ci indica che c’è qualcosa che non va. Lo stesso servizio fa, per noi, il dolore emotivo.
Il carattere invece è ego-sintonico, ossia è un insieme coerente che costruiamo per evitare il disagio e i bordi appuntiti dell’anima nostra e altrui. Ecco perché nessuno viene in terapia perché ha un “cattivo carattere”: quel carattere gli evita di sentire il suo dolore primitivo e gli permette di funzionare bene nel mondo. Sono gli altri che vorrebbero mandarci in terapia per il nostro carattere: a noi sta davvero bene così.
C’è solo un momento in cui il nostro carattere diventa scomodo: è quando le illusioni che stanno alla base crollano e scoprono la loro limitatezza. Il nostro carattere nasce, infatti su una base illusoria, diversa per ogni carattere. La mia illusione preferita è quella orale: la convinzione che la mia generosità garantisca l’amore. Non è così ovviamente ma crederci mi fa compagnia! E saperlo mi permette di riconoscere quando offro qualcosa e, invece, avrei solo bisogno di ricevere un gesto d’affetto. E questa consapevolezza apre nuove possibilità di scelta
I problemi caratteriali si differenziano dai sintomi nevrotici in quanto in essi manca l’introspezione della malattia. Alexander Lowen in Il linguaggio del corpo 1958
Pratica del giorno: Grounding
© Nicoletta Cinotti 2018 L’analisi del carattere 2.0
Prima di parlare di Mindfulness è bene introdurre alcuni concetti legati al sistema nervoso. Ho scelto di dedicarmi in particolare alla teoria polivagale (Stephen Porges), fondata su quarant’anni di ricerche multidisciplinari.
Le pratiche contemplative del mondo orientale hanno considerato per secoli mente e corpo come un tutt’uno, elementi indissolubili nella stessa esperienza. Ciò che accade nel corpo influenza la mente e ciò che accade nella mente influenza il corpo. La teoria polivagale è uno dei sostegni più forti che la scienza occidentale ha trovato in questo senso.
Partiamo dal presupposto che il cervello umano non sia comparso casualmente dal nulla, diverso e separato da quello di tutti gli altri esseri viventi complessi. Si è sviluppato nel corso di milioni di anni con delle stratificazioni: nelle parti più profonde abbiamo parti comuni a pesci e anfibi, a salire ci sono i rettili, i mammiferi. Da qui si entra più nello specifico con raffinamenti comuni con i primati, fino poi ad arrivare a noi. Abbiamo un background importante che non può essere messo da parte, è letteralmente incarnato. Per comprendere meglio come questo si traduca in maniera visiva possiamo immaginarci una cipolla, dove lo strato più superficiale è il più nuovo, evolutivamente parlando, mentre il cuore interno è il più antico.
Come le teste di una chimera operano singolarmente, possiamo dividere il funzionamento del nostro sistema nervoso in tre parti, tre strati con funzioni diverse. Questa struttura a livelli segue alcune regole semplici ed efficaci: vige un principio gerarchico per cui il funzionamento ed il controllo spettano allo strato più recente, alla corteccia prefrontale, all’uomo. Quando uno strato non può adempiere adeguatamente alle sue funzioni, il controllo passa allo strato precedente a livello di evoluzione, e via così fino alla parte più primitiva.
Il nervo vago è un importantissimo organizzatore interno che regola le comunicazioni fra questi strati. L’innervatura più sofisticata (mielinizzata) è la diramazione vago ventrale. Quando questo sistema è attivo siamo in grado di riposare, recuperare energie, crescere, apprendere, ma soprattutto coinvolgerci socialmente con i nostri simili, regolare la prosodia della voce, le espressioni facciali. È qui che possiamo “essere” pienamente umani, è qui che possiamo modulare con finezza la nostra attenzione per i complessi compiti che richiede la comunicazione sociale. Il vago ventrale, essendo mielinizzato, può regolare gli impulsi in maniera fine. Per fare un esempio bruto, è come avere un telecomando che può impostare il volume usando tutti i numeri da uno a cento. Per “grezzo”, di cui parleremo in seguito, potremmo intendere invece un telecomando che permette di scegliere solo i multipli di dieci.
Il nervo vago pone un freno sul pacemaker cardiaco, lo tiene a bada. Senza questo freno il nostro cuore non starebbe sui 60-70 battiti al minuto, ma andrebbe ben più forte. In parole semplici, quando questo sistema è attivo siamo regolati, perché se ci pensate, per una comunicazione efficace occorre esserlo (la disregolazione, non a caso, rientra in tante problematiche psicopatologiche).
Ti ascolto, mi freno, inizio a parlare, mi attivo, ti lascio la parola, mi freno ancora, nel frattempo seguo i movimenti del tuo corpo e del mio (a diversi livelli di consapevolezza ovviamente). Serve precisione. Come dicevo all’inizio, se il cuore partisse all’impazzata la mente entrerebbe in uno stato del tutto diverso, anche gli organi del corpo si attiverebbero in altra maniera.
Arriviamo qui al secondo sistema, quello appena più profondo. Quando il coinvolgimento sociale non è più adatto è il sistema simpatico a prendere il comando e sono due le reazioni principali ad esso deputate: attacco-avvicinamento / fuga-allontanamento. L’intero organismo si mobilita, aumenta l’energia e la reattività, aumenta anche la forza. Tutto questo in cambio di qualcos’altro. Non abbiamo più accesso al ragionamento fine che potremmo fare chiacchierando con amici o colleghi; anche le vocalizzazioni diventano meno modulabili. L’intero sistema perde l’omeostasi (si compromette la pressione sanguigna, la termoregolazione, nutrimento e digestione), non si cresce né si recupera, questo perché le energie vanno impiegate per risolvere un problema concreto.
Può capitare che anche questo secondo sistema non sia adeguato alla situazione, e allora arriviamo all’ultima parte, la diramazione vago dorsale (non mielinizzata, “grezza” come detto in precedenza). Si occupa dei meccanismi di immobilizzazione (Freezing, Sottomissione Totale, blocco con collasso, dissociazione, morte simulata). È l’ultima risorsa disponibile, molto pericolosa per noi mammiferi – essendo molto dispendiosi in termini di consumo di ossigeno. Quando non basta attivarsi e combattere, l’intero sistema si spegne.
Come passiamo da un sistema all’altro? Neurocezione
Fino ad ora abbiamo preso in considerazione questi tre sistemi senza considerare il meccanismo che stabilisce quale di questi sia più necessario nel momento. Questa è la neurocezione, una specie di radar integrato, costantemente attivo e impegnato a mappare la sicurezza dell’ambiente interno e dell’ambiente esterno.
La neurocezione funziona utilizzando le informazioni veicolate dai cinque sensi e dall’interocezione, la sensibilità interna al corpo (le farfalle nello stomaco degli innamorati, il petto pesante della tristezza e via dicendo).
Questo sistema di sicurezza integrato stabilisce quando siamo in una condizione di sicurezza (e quindi ci dà accesso al sistema vago ventrale del coinvolgimento sociale) e quando siamo in una condizione di insicurezza. Fra queste ci sono due distinzioni da fare: il pericolo con via d’uscita (dove si attiva il sistema simpatico, la reazione attacco/fuga) ed il pericolo senza via d’uscita (dove invece si attiva il sistema vago dorsale, l’immobilizzazione e la morte simulata).
Tutto questo meccanismo non è sotto il nostro controllo. Avviene al di sotto del livello di coscienza. Per questo non possiamo pensare lucidamente quando siamo troppo agitati o in una condizione di pericolo. Per questo se un nostro simile è disregolato non può tornare ad uno stato di calma se gli chiediamo di farlo.
Perché è così importante l’interocezione?
Mi capita spesso, insegnando mindfulness nei protocolli MBSR, di incontrare persone che non hanno una percezione chiara del proprio corpo, né una percezione distinta di ciò che avviene nella mente. Pensieri, immagini, emozioni, stati mentali, sono tutti elementi che talvolta vengono fraintesi, scambiati o ignorati.
Nonostante questo, tutti questi elementi della nostra esperienza sono fondamentali. Una buona interocezione nel bambino si forma anche grazie alla regolazione che la figura di riferimento riesce a dare. Il bambino prova una sensazione spiacevole, il genitore comprende trattarsi di fame e lo nutre. Questo è un ottimo esempio di come tutto il sistema inizi a regolarsi. Se un bambino inizia a sviluppare un sistema nervoso sano, ben integrato, sarà in grado di ascoltare i propri bisogni (nutrimento, protezione) e quindi sarà anche in grado di entrare in relazione adeguatamente. Ma cosa succede se la percezione di ciò che avviene all’interno, se l’interocezione non è precisa? Cosa succede se rimaniamo all’oscuro delle correnti che muovono la nostra mente?
Ci muoviamo in maniera sempre più reattiva e automatica. Abitiamo il mondo e la nostra esperienza passando da un sistema all’altro senza neanche comprenderlo. Questo può creare moltissimo stress, moltissima fatica. A volte leggiamo come pericolose sensazioni che non lo sono e compromettiamo la nostra possibilità di vivere felicemente il momento. A volte invece non ci accorgiamo di essere in una situazione pericolosa perché non siamo allenati a riconoscere i segnali.
Ma come mai dovrebbe essere così importante conoscere quello che il corpo dice? Come mai il nostro funzionamento cognitivo e sociale ne è così dipendente? Perché le emozioni, la regolazione affettiva ed il comportamento sociale sono rappresentati da un’interazione complessa tra la mente ed il corpo, sono incarnate e pensate, non possiamo escludere un elemento in favore di un altro. Parliamo di una comunicazione dinamica e bidirezionale tra gli organi periferici ed il sistema nervoso centrale.
Siamo finalmente arrivati al nodo cruciale della questione. Abbiamo un sistema nervoso complesso, abbiamo accesso alla mente umana solo in una condizione di sicurezza, abbiamo una neurocezione che stabilisce la sicurezza non a un livello cosciente. Per questo ci serve la Mindfulness, proprio come pratica.
Mindfulness vuol dire consapevolezza, e come pratica si intende il portare l’attenzione al momento presente, scegliendo un oggetto di pratica come ancoraggio, osservando il costante divenire dell’esperienza. Proviamo a metterla in termini ancora più concreti: di che cosa abbiamo esperienza nel momento presente? Del corpo e della mente, e come abbiamo detto, non sono elementi separati.
Se raffiniamo la nostra esplorazione però possiamo considerare corpo e mente come dei macro-insiemi composti da vari elementi. Il corpo composto dai sensi e dall’interocezione, la mente composta dalle tonalità affettive (il piacevole, spiacevole e neutro dell’esperienza, quella percezione immediata che potremmo avere quando riceviamo una carezza o un pizzicotto, ad esempio), le cognizioni (ciò che ci fa distinguere fra questo e quello, le categorie, i pensieri e le immagini con cui stabiliamo che io sono un uomo, che faccio lo psicologo e via dicendo), gli stati mentali (predisposizioni ad agire, emozioni, il clima della mente) e le volizioni (le intenzioni, le azioni messe in atto).
Fare tutte queste distinzioni, osservare l’esperienza più da vicino, con allenamento, ci permette di regolare il funzionamento del sistema nervoso.
Regolati: un nuovo significato
Come mai? Perché nel praticare mindfulness meditiamo, e lo possiamo fare solo se siamo regolati, in un contesto sicuro e tranquillo. Quindi ci mettiamo in una condizione in cui il nostro sistema può riposare, ripararsi e crescere, oltre che aumentare la nostra finestra di tolleranza agli stimoli stressogeni che mettono in allarme la neurocezione. Più siamo consapevoli di quello che accade così come accade, delle cose che esperiamo così come sono, più siamo liberi dagli automatismi. Non rischiamo più di reagire in automatico a pericoli inesistenti o non reagire a minacce reali perché la nostra percezione migliora, diviene più precisa.
Praticando Mindfulness alleniamo anche la nostra flessibilità, la nostra pazienza. Non smetteremo di reagire, questi tre sistemi incarnati che abbiamo sono un regalo dell’evoluzione che volenti o nolenti non possiamo togliere. Quello che possiamo fare però è conoscerlo e usarlo più saggiamente.
© Niccolò Gorgoni 2018 Niccolò Gorgoni condurrà Il protocollo MBSR Genova edizione serale e Torino. Serata di presentazione Genova 8 Ottobre 2018
https://www.nicolettacinotti.net/eventi/il-protocollo-mbsr-a-genova/2018-10-08/
Progetto finanziato con il contributo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR)
Programma Regionale Liguria 2021–2027 – Azione 1.2.3 “Supporto allo sviluppo di progetti di digitalizzazione nelle micro, piccole e medie imprese”.
CUP: G34E24003120005

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