Non conoscete la vera origine dei vostri figli.
Li chiamate vostri
Ma appartengono a un Mistero più grande.
Non conoscete il nome di questo Mistero,
Ma è la vera Madre e il vero Padre dei vostri figli.
Alla nascita i figli sono pieni di possibilità.
Non è compito vostro limitare queste possibilità.
Non dite, ‘Questo o quello è possibile per te.
Le altre cose non sono possibili.’
Scopriranno da soli cosa è possibile e cosa non è possibile.
Il Vostro compito è solo aiutarli a restare aperti
ai meravigliosi misteri della vita.
Può essere interessante chiedersi
‘Quali limiti ho imposto a me stesso, senza accorgermene?”
È molto difficile che gli orizzonti dei vostri figli
siano più ampi dei vostri.
Oggi, fate qualcosa che va contro i vostri preconcetti.
Poi prendete per mano i vostri figli
e incoraggiateli con gentilezza a fare lo stesso. Susan Bögels dal libro in corso di pubblicazione Mindful parenting
Argomento
Quello che mi manca da fare
Confesso che non faccio liste. Evito di farle perché mi mettono ansia: le trovo preoccupanti. Preferisco procedere a mente. Tranne che quando le cose da fare sono tante. Allora ripiego sulla lista e cerco di smarcarle appena possibile come forma di incoraggiamento sul futuro. Ora son giorni che procedo sempre con la lista alla mano. Così ho scoperto diverse cose interessanti che ti annoto a mò di lista:
- La realtà e la mia mente non vanno d’accordo sul tempo che ci vuole a fare le cose. Per la mia mente tutto procede piuttosto semplice e spedito. Poi, realisticamente ci metto il doppio, a volte il triplo, di quello che credevo. Non ho spiegazioni e nemmeno teorie a riguardo: ho solo capito che non sono realistica sul tempo.
- Sulla mancanza di realismo ho capito che si tende a considerare facilmente i fatti della vita come ostacoli. Non sono ostacoli perché impediscono il rispetto della nostra tabella di marcia. Sono semplici e inevitabili fatti della vita.
- Più cose abbiamo da fare e più ne perderemo. L’illusione di arrivare a fare tutto si nutre dell’idea che l’importante sia non esistere.
- Accettare di esistere comporta il bisogno di lunghi periodi di vuoto e riposo.
- Tra la nostra mente e la realtà vince sempre la realtà: tanto vale cedere prima.
- Quello che mi manca di fare è sempre la stessa cosa: accettare di esistere così come sono. Provo ogni giorno e trovo sempre aree lasciate incontaminate dall’esistenza.
Il reale si incarica di istruirci: a forza di cozzare contro di esso non sarà il reale a cedere, ma noi. E il Lamento si infiltra là dove siamo andati a sbattere. Marion Muller-Colard
Pratica del giorno: Addolcire, confortarsi, aprire
© Nicoletta Cinotti 2019 Il protocollo MBSR per la gestione dello stress
Passa una settimana con la tua famiglia
Se pensi di essere illuminato, passa una settimana con la tua famiglia. Ram Dass
La scorsa settimana mi è capitato di essere testimone di una scena piuttosto toccante. Un bambino in passeggino, attorno ai due anni, per una strada del centro che piangeva a dirotto. Due eleganti genitori probabilmente entrambi superata la trentina. La madre sembrava essere la fonte delle lacrime e camminava avanti come se fossero estranei. Il padre ha fatto scendere il bambino dal passeggino, l’ha piazzato a terra e si è mosso, come se andasse via. Il bambino ha continuato ad urlare disorientato, girando su sé stesso mentre i genitori facevano finta di lasciarlo lì da solo. Poi, dopo aver fatto qualche metro avanti, con il bambino totalmente sconvolto dalle lacrime, il padre è tornato indietro e l’ha preso in braccio.
Non penso che fossero due persone cattive ma sicuramente, in quel momento, facevano davvero fatica ad essere in sintonia con il loro bambino. Che aveva solo bisogno di essere calmato: perché quando un bambino è nel mezzo di una crisi così qualsiasi ragionamento è perfettamente inutile. Soprattutto se ha due anni.
Se Dio viene al mondo come un neonato, il suo progetto non può essere quello di preservarci dal rischio e dalle preoccupazioni. Marion Muller-Colard
Certamente, mi sono detta, quei genitori saranno stati stressati da quel pianto. Altrettanto certamente quel bambino aveva solo un desiderio: essere amato.

Le lamentele
Se c’è un luogo che suscita lamentele questo è la famiglia. I genitori non vanno mai bene e i figli non sono mai come vorremmo. Ma le lamentele non sono uguali al Lamento. Il Lamento è un grido profondo che arriva da lontano. Le lamentele sono quelle piccole scomodità che ci infastidiscono senza fare troppo danno. Il Lamento invece è diverso e insegna che l’impotenza non sopporta alcuna ricetta, come dice Marion Muller-Colard. Abbiamo bisogno di risalire il fiume e di arrivare al luogo originario del Lamento. Perché il Lamento, quello con la maiuscola, che ognuno di noi conosce e tutti noi evitiamo, ha un principio: ci isola dagli altri anche quando siamo in loro compagnia. Ci rimette in un universo in cui i suoni arrivano filtrati. E i dati di realtà sembrano insignificanti. Il Lamento è autonomo e svincolato dalla realtà. Quello di quel bambino per strada era un Lamento: non so se fosse il primo Lamento della sua vita: temo che non sarà l’ultimo.
Il bambino interiore
Ognuno di noi porta con sé questo Lamento sotto forma di bambino. Nasce, dice Thich Nhat Hanh, dal magazzino della nostra coscienza e contribuisce alle nostre formazioni mentali. Non dobbiamo però guardare nel passato per trovarlo: basta guardare in profondità perché emerga e dia voce alla nostra sofferenza, proprio nel presente. Non è mai in una reggia. Proprio come Gesù bambino porta in sé tutta la grandezza e tutta la povertà in un solo istante. La grandezza del cambiamento e la povertà della crisi.
Abbiamo due tipi diversi di consapevolezza: la consapevolezza del presente, che alimentiamo con la pratica e il magazzino della consapevolezza che è la fondamenta della nostra casa. Il magazzino della consapevolezza è la nostra “radice” della consapevolezza”. Thich Nhat Hanh la descrive come la mente inconscia dove sono immagazzinate tutte le nostre memorie. Memorie che emergono quando la mente non è sincronizzata con il corpo.
La consapevolezza è come una casa in cui il seminterrato è il magazzino della nostra coscienza dove, sotto forma di semi, riposano le formazioni mentali della rabbia, del dolore o della gioia.Thich Nhat Hanh
Le formazioni mentali
Queste formazioni mentali rimangono semi fino a che qualcosa nella nostra realtà non le risveglia manifestandosi a livello della coscienza, nel soggiorno della nostra casa. A quel punto non è più un seme quello che abbiamo di fronte ma una formazione mentale. Non è più una lamentela ma un Lamento. È allora che è necessario invitare il seme della mindfulness. Non per scacciare le formazioni mentali ma per diventarne consapevoli. La mindfulness non è una lotta ma un modo per riconoscere e prendersi cura del Lamento: è un modo per entrare nel processo di guarigione.
Ora potremmo farci la domanda più ovvia: perchè è un modo per entrare nel processo di guarigione? Perché il Lamento nasce dall’esperienza del dolore solitario. Un dolore in cui l’altro non c’era. Avrebbe dovuto o potuto esserci ma era assente. Qualsiasi fosse la ragione la verità è che era assente. È quello che trasforma le nostre lamentele in un Lamento: il senso di isolamento e di mancanza. Le lamentele le facciamo sempre a qualcuno e sono roba di poco conto. il Lamento invece chiede qualcosa di superiore che non c’è stato. Chiede presenza. Una presenza che possiamo darci, finalmente. Senza aspettare altro.
La mindfulness stimola e accelera la circolazione attraverso i blocchi di dolore. Thich Nhat Hanh
Tornare in famiglia
Spesso il nostro Lamento ha un luogo d’origine familiare. Spesso tornare a casa è la gioia e la difficoltà maggiore che incontriamo nella nostra vita: incontriamo la ripetizione e il risveglio dei semi che dormono nel seminterrato della nostra coscienza. Per questo il Natale è bellissimo e difficile. È bellissimo perché offre una possibilità di riconciliazione. È difficile perchè può essere il fallimento – l’ennesimo fallimento – della riconciliazione. Così lo descrive Ester Viola, acidamente realista?
<<Non lo sopporta quasi più nessuno, a parte i bambini. I regali, le città impazzite, le metro che scoppiano, le cene di saluto con l’ufficio, le cene di saluto con gli amici manco stessimo partendo per la guerra, <<anche a te e famiglia>>, e i biglietti per tornare a casa il 24, e i biglietti per ripartire il 30, e i <<che fai a Capodanno>>, e il Capodanno mio è più intelligente del tuo.
E ti dici che vuoi riposare, poi però resti a casa da solo e alla fine ti viene da piangere perché ogni fine è tempo di bilanci. Drammatizziamo di più: e resti in città e ti senti straniero, torni al paese e ti senti inghiottito un’altra volta da quella vita che ci hai messo una vita a dimenticare e lasciare lontana…Io gli spiriti festosi a Natale davvero li vorrei capire e non li capisco.>> Ester Viola
La riconciliazione
Quando nei monasteri buddisti si verifica un conflitto i monaci sono incoraggiati a fare una pratica formale di riconciliazione che comincia con una affermazione interiore “Non importa che cosa ci ha ferito, possiamo sempre cercare la riconciliazione”. Cercare la riconciliazione non ha condizioni: non significa che gli altri devono cambiare, né che potrebbero farlo. È un invito che facciamo a noi stessi. È l’invito a smettere la guerra dentro. L’invito a permettere che prevalga il senso della cura.
In fondo il Natale è un invito: per questo ci disturba. Per questo può realizzare un miracolo: essere presenti senza essere identificati con quello che ci ha ferito. Il miracolo del Natale è lo sciogliersi – possibile ma non certo – del nostro Lamento.
© Nicoletta Cinotti 2019 Photo by Tyler Delgado on Unsplash
https://www.nicolettacinotti.net/training-internazionale-in-mindful-parenting-con-susan-bogels-3-8-marzo-2022/
Libri citati
La mia letterina di Natale
Ieri sera c’era la pratica gratuita “Mettere le intenzioni”. C’era anche l’allerta rossa ma io sapevo che non potevo mancare. Non potevo mancare perché quello è il mio Natale. Ogni anno è così: la pratica di Dicembre è il mio Natale in famiglia. Non con la famiglia reale ma con quella famiglia con la quale condivido la pratica tra gioia e dolore, tra fiducia e speranza. Io a questa famiglia mobile, nobile e variegata – con contorni sempre in trasformazione – che ogni anno mi dimostra che cambiare è possibile, devo tantissimo. Forse sembrerà strano ma quasi tutto quello che so l’ho imparato da te, da voi.
Così ho scritto a tutti dicendo che ci sarei stata. Sarei stata lì per mettere le mie intenzioni e coltivarle. Anche da sola sapendo che da sola non è la stessa cosa. Nel mio dire che ci sarei stata dicevo quanto siete importanti per me e come, senza di voi, la mia pratica non sarebbe la stessa.
Sono fiorita di gioia, man mano che il campanello suonava e arrivavano tante persone: contente, bagnate, con un sogno da portare dentro di sé e coltivare in quest’anno. Qualcuno con i biscotti fatti in casa. Qualcun altro con il panettone. Qualcuno con il cellulare ancora in mano per gli ultimi saluti. Poi abbiamo iniziato a praticare e, nel bel mezzo della prima pratica è suonato il campanello: un ritardatario. Tutti sanno che non interrompo la pratica per aprire la porta, che basta aspettare e prima o poi apro ma ieri sera qualcuno si è alzato ed è andato ad aprire. Ecco – mi sono detta – questa è l’inclusione di cui parliamo tanto. A volte siamo fuori – fuori regola, fuori tempo, fuori per qualche misteriosa ragione – ma qualcuno ti apre. Nessuno aveva chiesto di aprire ai ritardatari ma qualcuno ha aperto. E nel sentire la porta che si apriva ho pensato che questa è la mia intenzione: aprire la porta al non conosciuto, al fuori regola, allo straordinario nell’ordinario.
In quella sera, in quella pratica, tutta la fiducia che riserviamo al Natale era lì, non come buone parole ma come buon silenzio e buona intenzione: ecco perché per me quello è Natale. Ognuno di noi è lì con il suo impegno, la sua intenzione di coltivarlo, la sua speranza. E ognuno di noi sa che abbiamo bisogno del sostegno reciproco per farlo.
Una persona che non poteva venire mi ha scritto ringraziandomi perché l’incontro con me aveva reso la sua vita migliore. È assolutamente reciproco con ognuno di voi.
Così sono tornata a casa, piena di gratitudine. Ricchissima di gratitudine.
Appena arrivata mio marito mi ha fatto vedere un’infiltrazione di acqua. Mi ha ricordato che l’amministratore di condominio non risponde. Che abbiamo sollecitato inutilmente. Che i lavori al terrazzo soprastante sono stati malfatti. Io lo guardavo e sorridevo. Va beh, mi ha detto, io vado a letto, un po’ perplesso sulla mia non reattività. E io mi sono detta, ecco, sono tornata a casa. A quella famiglia reale che curo tutti i giorni e che passa attraverso bollette, condomino, amministratori, infiltrazioni, piccoli e grandi guai, piccole e grandi gioie. È perché ho l’altra famiglia che posso affrontare anche questa famiglia. Da sola non potrei.
Buon Natale!
con affetto
Nicoletta
© Nicoletta Cinotti 2019
L’anima schiacciata
Non saprei dire con precisione che sintomi ha l’anima quando è schiacciata. Per tanto tempo non ho pensato in termini di anima. Mi sembrava che avere spirito fosse più che sufficiente. Invece ho capito che, per me, l’anima è una parte insostanziale eppure molto reale. Assomiglia a quello che in Oriente chiamano la mente – cuore perché l’anima capisce molto bene quello che succede e le risuona direttamente nel cuore. A volte mi capita di vedere pazienti che non avrebbero bisogno di psicoterapia perché non hanno un disturbo psichico ma, semplicemente, hanno l’anima che rimane schiacciata tra gli impegni della vita. Come quando una manica larga rimane impigliata dalla maniglia della porta. Eri convinta di muoverti ma qualcosa – d’improvviso – ti ha trattenuto. Allora arrivano in psicoterapia perché capiscono che quella è una situazione che richiede rimedio: si sentono stanchi, demotivati. Soprattutto hanno la stanchezza che divide. Quella stanchezza che ti porta a litigare invece che a riposare l’uno nelle braccia dell’altro.
Direi che la stanchezza che divide è uno dei sintomi più frequenti dell’anima schiacciata. Divide perchè sei stanco morto ma nessuno vede la tua stanchezza. Allora ti arrabbi perché nessuno ti capisce ma il punto è che sei tu che non ti capisci più. Il tuo cuore non percepisce più correttamente il tempo e quindi continui a fare anche quando dovresti fermarti.
Oppure tutto ti sembra senza sapore. Più ti impegni meno non funziona. Una volta le persone non venivano in psicoterapia perché avevano l’anima schiacciata. Venivano perché erano depressi o ossessivi. Oppure isterici. Oggi no: il 70% delle persone viene in terapia perché ha l’anima schiacciata e non ha nessuno con cui parlarne. È per questo che la meditazione ha una grande diffusione: lì, fermi e immobili, con l’unica attenzione al respiro, l’anima schiacciata riprende fiato. E finalmente riprende la sua dimensione naturale. Che è un po’ più grande del nostro corpo. Chi ha l’anima infatti, è sensibile anche a quello che succede accanto a lui. Quando l’anima è schiacciata no, senti solo il tuo personale dolore.
Come voi avete occhi per vedere la luce, e orecchie per sentire i suoni, così avete un cuore per percepire il tempo. E tutto il tempo che il cuore non percepisce è perduto, come i colori dell’arcobaleno per un cieco o il canto dell’usignolo per un sordo. Michael Ende
Pratica di mindfulness: La consapevolezza del respiro
© Nicoletta Cinotti 2019 Il protocollo MBSR: edizione online
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Più spazio all’anima delle cose
Fragilità non è una parola che tendo ad associare a me stessa: di me ho più la memoria della determinazione, della capacità di tollerare la stanchezza, della costanza, dell’impegno. Tutte parole che mi sembrano lontane dalla parola fragilità. Sono resistente: direi questo di me, con tutte le sfumature, anche non propriamente positive, che questa parola comporta.
Eppure racconto che la mia vita quotidiana è fatta di alti e bassi come quella di tutti. Mi sono domandata perché non userei la parola fragile. Forse perché è l’opposto di resistente. Forse perchè, per me, mostrare quello che ho dentro richiede forza. Una forza che ho acquistato con gli anni. Ero molto più fragile quando tenevo nascoste le mie debolezze e mi mostravo forte al mondo. Quando mi vergognavo da morire per qualunque errore. Quando mi imponevo un regime anziché fidarmi della saggezza del corpo. Ora, che racconto del tempo dedicato a curare i miei genitori, della sensazione – a volte imbarazzante – di perdere pezzi importanti, dell’invecchiare senza strategie di riparazione, ora che guardo la mia vita con la prospettiva di aver ampiamente superato la metà, non mi sento fragile.
Mi sento vulnerabile alla vita. E più mi rendo conto che la mia vulnerabilità, la mia apertura mi rendono conoscibile e più desidero farlo. Non desidero annoiare nessuno con i fatti miei ma mi rendo conto che rendermi aperta – quello che di solito chiamiamo vulnerabilità – mi restituisce vita. Non vorrei invecchiare diventando dura. Vorrei invecchiare diventando morbida e aperta. Vorrei che l’età mi regalasse questo lusso.
Da giovane avevo paura ad essere aperta: paura che si creassero equivoci, paura di venir fraintesa. Oggi, seduta sul mio cuscino posso dire che sono una principiante nel territorio sconfinato della vulnerabilità. Il tempo vissuto mi rende, giorno dopo giorno, più trasparente. Forse sono vulnerabile perché lascio più spazio all’anima. All’anima mia e altrui. Più spazio all’anima delle cose.
L’anima la si ha ogni tanto.
Nessuno la ha di continuo
e per sempre.
Giorno dopo giorno,
anno dopo anno
possono passare senza di lei.
A volte
nidifica un po’ più a lungo
sole in estasi e paure dell’infanzia.
A volte solo nello stupore
dell’essere vecchi.
Di rado ci da una mano
in occupazioni faticose,
come spostare mobili,
portare valige
o percorrere le strade con scarpe strette.da Qualche parola sull’anima di Wislawa Szymborska
Pratica di Mindfulness: La consapevolezza del respiro
© Nicoletta Cinotti 2019 Il protocollo MBSR edizione invernale.
Photo by Kacper Szczechla on Unsplash


