Il bello
è non avere
una mente. Sentimenti:
oh, quelli ce l’ho; mi
governano. Ho
un signore in cielo
chiamato sole, e mi apro
per lui, mostrandogli
il fuoco del mio cuore, fuoco
come la sua presenza.
Cosa potrebbe essere una simile gloria
se non un cuore? Oh, mieifratelli e sorelle,
eravate come me una volta, tanto tempo fa,
prima di essere umani? Vi
concedeste di aprirvi
una volta per poi non aprirvi
mai più? Perché in verità
adesso io sto parlando
come voi. Io parlo
perché sono disfatta.
Louise Glück, tradotta da Massimo Bacigalupo
Argomento
L’eco di un altro sentire
Si è conclusa proprio oggi la settimana di pratica gratuita, “La compagnia della fioritura”. Per una settimana ci siamo ritrovati la mattina alle 8, insieme a Louise Glück e alle poesie dell’Iris selvatico e abbiamo approfittato delle sue parole per iniziare la nostra pratica di meditazione attorno ad un tema diverso ogni giorno.
Perché dedicare una poesia – che è frutto di parole – ad una pratica, come quella di mindfulness, che si nutre di silenzio? La ragione è semplice e ricca insieme. Lo faccio perché la poesia è l’eco di un altro sentire che evoca, risveglia, richiama, il nostro sentire e, in questo modo, ci riporta alla nostra vastità. Le difese ci limitano per proteggerci, la vastità ci consente di riprendere a crescere, un po’ come succede alle piante in un bosco che si allungano verso la luce.
Non diamo abbastanza valore al fatto che le difese ci rinchiudono in una ripetizione, paghiamo così il prezzo per la nostra ricerca di sicurezza. Nella mindfulness chiamiamo questa ripetizione pilota automatico che è una modalità priva di consapevolezza, una modalità mindlessness anzichè mindfulness. Ci permette di sentirci sicuri perchè ci illude di sapere già che cosa è necessario fare. Ma è, per l’appunto, una illusione.
L’unica certezza è l’incertezza
Lo scorso anno, a marzo ho iniziato un lungo periodo di pratica gratuita durato quanto il lockdown. Mi rendo conto ora che nutrivo una segreta speranza: la speranza che sarebbe finito. Nel passare dei mesi mi sono accorta quanto la fine sia ignota, per questa pandemia come per molte altre cose della nostra vita. La cosa più certa che possiamo dire è che la nostra vita è piena di momenti di incertezza e quell’incertezza, quella vulnerabilità, ci commuove e ci trasforma.
Non c’è solo pericolo nella vulnerabilità: c’è potenzialità, apertura, disponibilità a “disfarci” come dice Louise parlando a nome di un papavero.
Vi concedeste di aprirvi una volta, per non aprirvi mai più? Perchè in verità ora sto parlando come fate voi. Parlo perché sono disfatto. Louise Glück
Dopo questa pratica, “Non sapere è la più grande intimità”, così mi ha scritto una persona, che ringrazio per la chiarezza delle sue parole
“Davanti alla semplicità delle immagini, i pensieri ripetitivi e le emozioni represse si sono arrese. I campi di papaveri dell’Andalusia sono già sul punto di fiorire, soltanto qualche fiore qua è là è ancora chiuso. Chi sa cosa aspettano. Ognuno di questi fiori ogni anno non sa, tutte le volte sembrano la prima volta. Si chiede se il suo rosso sarà bello come quello degli altri, e quali sguardi e parole lo accoglieranno. Teme di sminuire la bellezza dell’intero campo, non è ancora il momento per lui, non è pronto. E se poi non piace neanche al sole, se poi non vorrà riscaldarlo? Il papavero si chiude ancora di più, nel silenzio e oscurità del suo interno, li dove ancora tutto è possibile. Proprio lì una parola si fa spazio, UNICA.Una voce famigliare che viene da lontano, le sussurra che in mezzo a quel campo, lei sarà unica e uguale a tutti gli altri. E che lei va bene così.”
Abbiamo paura di fiorire
Sembra strano ma dentro di noi risiede una paura sottile e persistente: è la paura di fiorire perché, in quel momento, si scoprirà, scopriremo se siamo abbastanza. La grandiosità delle nostre aspettative si arricchisce di competizione e non ci fa accontentare della nostra fioritura, che è, ovviamente, unica. Ci fa entrare nel paragone con altri fiori e altre fioriture. Realizziamo così un grande paradosso: tratteniamo la crescita, le scelte, procrastiniamo di vivere nell’attesa che sia il momento giusto per farlo. Non c’è un momento giusto: c’è questo momento. Non è vero che i treni passano una sola volta. Non so chi l’ha detto per prima ma è una menzogna che alimenta vagonate di rimpianto. C’è sempre un treno che possiamo prendere e una destinazione che possiamo scegliere. L’unica vera differenza è se nel farlo siamo presenti – mindfulness significa piena presenza mentale – o assenti – mindlessness, senza presenza mentale.
Non aspettare la prossima primavera per fiorire. Non aspettare che finisca il Covid per scegliere, L’unica vera certezza è che la nostra vita è incerta e, per questo, unica e preziosa.
Buona fioritura
Nicoletta Cinotti
Eventi correlati
Reparenting ourselves
Le pratiche della compagnia della fioritura
Non sapere è la più grande intimità
Perdersi e ritrovarsi
C’è stato qualche momento, in un passato nemmeno tanto lontano, in cui ho avuto la sensazione di essermi persa. La sensazione che non mi era più tanto chiara la direzione che stavo prendendo e nemmeno più tanto chiara la ragione per cui avevo scelto di andare in quella direzione. Quando ero una bambina mio zio mi portava con sé nei boschi delle sue esplorazioni montanare. Mi aveva insegnato che, andando nel bosco, se ti perdi la cosa migliore da fare è rimanere fermi, non cercare di ritrovare la strada perché questo confonde chi ti sta cercando.
Credo che sia lo stesso anche nella vita. Quando ci sentiamo persi spesso entriamo in un’iper-attività convinti che così ritroveremo la strada e, invece, ci perdiamo sempre di più. Quei momenti, i momenti in cui mi sono persa sono stati, a guardarli oggi, delle vere e proprie rinascite. Mi sono fermata, come diceva mio zio e non mi sono mossa fino a che ho avuto chiaro che, dall’interno, prendeva forma una direzione e che quella direzione mi assomigliava. Ho lasciato andare i miei progetti grandiosi e sono ripartita dal punto in cui nascono tutte le cose: dal basso, dall’umido, dalla terra.
Anche oggi mi capita, ogni tanto, di sentirmi persa. Festeggio quei momenti perché ho imparato che sono i momenti in cui torno a cercare la mia vera direzione. I momenti in cui mi sento persa sono le occasioni in cui mi ritrovo e non posso che esserne grata.
Può darsi che proprio quando non sappiamo più cosa fare
siamo arrivati alla nostra vera opera,
e che quando non sappiamo più dove andare
siamo arrivati al nostro vero viaggio.
La mente non perplessa non si adopera.
Il torrente ostacolato è quello che canta. Wendell Berry (Traduzione di Paolo Severini)
Pratica di mindfulness: Lasciar andare
© Nicoletta Cinotti
Il Protocollo MBCT: Protocollo per la prevenzione delle ricadute depressive
Bivi, strade e sentieri
Ci sono tanti momenti in cui dobbiamo prendere delle decisioni. Da quelle banali, quotidiane, spicciole – quelle che prendiamo a occhi chiusi per intendersi – a quelle che, invece, ci sembra che cambieranno per sempre la nostra vita. Io quelle decisioni lì le ho sempre prese dopo. Dopo, perchè solo a posteriori mi sono accorta che avevo fatto qualcosa che avrebbe cambiato la mia strada. Dopo perché tendo a non essere impulsiva. Insomma cerco di riflettere prima di decidere: spesso questo mi ha fatto rimanere troppo a lungo in strade che avrei dovuto abbandonare. Non posso lamentarmi però perché amo i lunghi addii (tutta colpa del dottor Zivago:-)). A volte i miei addii sono stati così lunghi che alla fine andarmene non è stato più un dolore ma un sollievo. Adesso ho addii molto più brevi, meno romantici ma più felici! Così ho capito due o tre cose rispetto alle scelte. La prima è che spesso evito le decisioni impulsive ma sono raramente quelle il problema. Il vero problema è la spaccatura che sta sotto perché, non so se capita anche a te, ma a me succede spesso che il cuore vada in una direzione e la mente in un’altra direzione. il corpo in mezzo che cerca di fare l’arbitro. Un po’ come la mamma che tiene per mano due bambini che vogliono andare in due giochi diversi nello stesso luna park.
Ho scoperto di avere un pregiudizio. il pregiudizio che la mente abbia più ragione del cuore. Perché il mio cuore è ingenuo. Non so se il tuo è, invece, saggio. Il mio contiene una qualità d’ingenuità resistente al tempo. Invecchio ma lui rimane, almeno in parte, ingenuo. Gli ho chiesto perché e mi ha detto che si chiama fiducia, che non ci rinuncerà mai a quella cosa lì che si chiama fiducia anche se qualche volta diventa scottatura, bruciatura (a volte ustione di secondo/terzo grado). Comunque non voglio perdermi in chiacchiere ma ho capito che prima di decidere devo ridurre la spaccatura tra mente e cuore, metterli insieme, sulla stessa giostra. A volte è possibile e a volte no. Quando non è possibile, se ho coraggio, scelgo di fare quello che mi dice il cuore. Perché cuore è una parola che ha dato vita a tante altre parole (e ne porta dentro il seme): coraggio, ri-cordo, miseri-cordia, cor-dialità. Così so che quando scelgo una strada che ha cuore parto con dei buoni semi. L’importante è essere onesta: perché a volte il cuore è avido e vuole troppo. In quel caso allora bisogna che dia ragione alla mente. L’avidità non ha cuore e, alla lunga, produce avversione. Quando siamo troppo avidi, quando abbiamo troppa fame, quando vogliamo troppo, non possiamo che scegliere male perchè quella scelta è dominata da un impulso eccessivo. Quella è la vera radice dell’impulsività: volere troppo.
Alla fine, se proprio rimango incerta faccio un’altra cosa: scelgo la strada nuova, quella non ancora battuta. Per questo amo tanto la primavera: è sempre nuova. Non so mai cosa fiorirà davvero. So solo che, anche quest’anno, mi stupirà!
Due strade divergevano in un bosco d’autunno
e dispiaciuto di non poterle percorrere entrambe,
essendo un solo viaggiatore, a lungo indugiai
fissandone una, più lontano che potevo
fin dove si perdeva tra i cespugli.Poi presi l’altra, che era buona ugualmente
e aveva forse l’aspetto migliore
perché era erbosa e meno calpestata
sebbene il passaggio le avesse rese quasi uguali.
(…)
Lo racconterò con un sospiro
da qualche parte tra molti anni:
due strade divergevano in un bosco ed io –
io presi la meno battuta,
e questo ha fatto tutta la differenza. Robert Frost
Pratica di mindfulness: La compagnia della fioritura
© Nicoletta Cinotti 2021 Serata di presentazione del protocollo MBSR
Siamo lunatici!
Hai presente il percorso della luna? È relativamente lento, perché dura 28 giorni ma quel percorso descrive il sorgere e il tramontare e, insieme, le varie fasi che compaiono nella notte, come lame di luce. Quando diciamo a qualcuno che è lunatico, non gli facciamo un complimento ma tutte le nostre emozioni sono lunatiche ossia arrivano, durano per un po’ di tempo e poi scompaiono. L’unica cosa che davvero è diversa è che la durata di queste fasi è personale. Ci sono persone che rimangono a lungo in un’emozione, altri che la lasciano scorrere via veloce. Quelle che rimangono a lungo a bagno nell’emozione sono quelli che ragionano tanto. Più ci ragionano, più le emozioni rimangono.
Ci sono persone che rimangono arrabbiate per giorni e altre che calano subito la loro aggressività. Più siamo di cattivo umore e più le fasi delle emozioni “negative”diventano lunghe nel tempo. Ma qualunque fase passa, proprio come la luna, qualunque sorgere ha un suo tramontare. Solo che la luna non ha pensieri. Fa il suo percorso, ci illumina e naviga nello spazio senza preoccuparsi della fase in cui si trova.
Noi non siamo come la luna. Vorremmo comandare le nostre fasi emotive come se fossero pedine di una scacchiera. Lottiamo contro quello che accade quando avremmo, sempre, un’alternativa. Lasciar andare, far tramontare quello che ora illumina il panorama interno, sapendo bene che, prima o poi, tornerà. Sapendo bene che ogni emozione è un messaggero che arriva da lontano. Ascoltiamo il suo messaggio e poi lasciamola andare.
L’essere umano è come una locanda.
Ogni mattina un nuovo arrivo.
Momenti di gioia, di depressione, di meschinità,
a volte un lampo di consapevolezza giunge
come un visitatore inatteso.(…)
tratta ugualmente ogni ospite con rispetto.
Potrebbe aprirti a qualche nuova gioia.
I pensieri cupi, la vergogna, la malizia,
Accoglili sulla porta con un sorriso,
ed invitali ad entrare.
Sii grato chiunque arrivi,
perché ognuno è stato mandato
dall’aldilà per farti da guida. Rumi
Pratica di mindfulness: La chiarezza
© Nicoletta Cinotti 2021 Mindfulness ed emozioni
Un equivoco sull’amore
Lavoro da molti anni con le coppie. La mia terapia di coppia più lunga è stata quella terminata lo scorso anno. È iniziata quando avevo quattro/cinque anni e solo con la morte di mio padre ho davvero capito come stavano le cose. Mi sono resa conto che avevo creduto ad una versione, quella di mia madre, e che quella versione non era per niente giusta.
Da lì ho cominciato a riconsiderare molte delle psicoterapia di coppia che avevo fatto nel passato. Ho riguardato gli appunti, le riflessioni e le considerazioni fatte alla fine del trattamento, sia per le psicoterapie che avevano funzionato che per quelle che non avevano funzionato. E ho capito che sull’amore abbiamo costruito un grande equivoco e che, su questo equivoco, abbiamo costruito una cultura, un mercato e un diritto di famiglia (non esagero davvero tanto)
Qual è l’equivoco?
L’equivoco è che l’amore significhi reciprocità distributiva e paritaria e che la nostra identità, nella relazione, possa e debba venir confermata dall’altro. Mi spiego meglio. Iniziamo con la reciprocità. Siamo convinti che se diciamo al nostro partner (maschile, femminile o samesex) qualcosa di noi, l’altro debba per forza fare lo stesso. Più noi facciamo una rivelazione intima più l’altro dovrebbe corrispondere con una rivelazione altrettanto intima. Altrimenti diventiamo frustrati e iniziamo a pensare che l’altro non ci ami più o non ci ami abbastanza.
Questo equivoco nasce quando ci innamoriamo. In quella fase facciamo a gara per rivelare delle parti di noi, per svelarci e, a volte, ci sorprendiamo noi stessi nel dire cose che sono vere di noi ma che abbiamo capito solo dicendole all’altro (maschile, femminile o samesex…poi non lo dico più perché diventa noioso). Nell’innamoramento il movimento è fusionale. Tutte le distanze si annullano o desideriamo che si annullino. Desideriamo essere una cosa sola e più siamo innamorati più siamo convinti che siamo una cosa sola. Questa è la prima puntata della serie “L’amore è tutta un’altra cosa”.
Vogliamo la sicurezza
Quando siamo innamorati siamo certi e incerti insieme. Come diceva Lucio Battisti in una vecchissima canzone, “neanche un minuto di non amore” è tollerabile. Proprio perchè la spinta è fusionale. Ma questa incerta certezza, quella di essere innamorati, quella che ci fa credere all’anima gemella, quella che ci fa pensare che siamo stati fortunati, è bruciante e si consuma. Come la fiamma di un caminetto con tanta legna piccola brucia velocemente ma se vuoi avere un bel fuoco duraturo devi metterci un legno grosso che non lo soffochi. Quella è la fase in cui passiamo dall’innamoramento all’amore. La seconda puntata della serie “L’amore è tutta un’altra cosa”. È in questa fase che l’equivoco rischia di consolidarsi fino a diventare un rimpianto. L’equivoco è che l’amore ci debba rassicurare, confermare, dare quello che non abbiamo ricevuto. Che debba rispondere senza chiedere, anzi, prima ancora di aver chiesto. L’equivoco è che la nostra identità debba venir confermata dall’approvazione. Essere approvati, sostenuti, non messi in discussione non è la garanzia che il nostro rapporto sta andando bene. È la garanzia che stiamo stabilendo un rapporto di potere basato sull’accondiscendenza ed è possibile che, prima o poi, chi è accondiscendente ribalti il tavolo perchè è stanco/stanca.
Le regole dell’equivoco
Le regole dell’equivoco sono precise. Anzi, direi che le regole degli equivoci sono sempre molto precise e rigide e più sono rigide più sono pericolose. Ecco qualche regola base:
- Devi accettarmi e confermarmi e io farò lo stesso con te. Se non lo fai vuol dire che non mi ami. L’antiregola – ossia l’antidoto a questa regola – è “possiamo pensarla diversamente e ascoltarci lo stesso”. “Posso fare qualcosa anche se non sei d’accordo, senza aprire una guerra”. L’intimità comporta la consapevolezza che siamo diversi eppure che possiamo dirci la verità senza che questa diventi una minaccia per la relazione. Invece della guerra questo può suscitare conflitto ma il conflitto è più benefico
dell’accondiscendenza. Soprattutto se si sa stare nel conflitto:-) - Comunicare vuol dire darsi delle informazioni. Si può comunicare senza intimità, come dimostrano le comunicazioni rabbiose. L’intimità è rivelazione di parti di sè. La comunicazione può essere pratica, utile e quotidiana. La rivelazione invece richiede che l’intimità con noi sia profonda e ben coltivata.Se non è così diamo comunicazioni rabbiose perché l’altro non capisce ma, in realtà, siamo noi che non ci capiamo. L’intimità nasce dalla rivelazione. Attenzione perché la rivelazione non può e non deve rientrare tra gli atti di reciprocità. Poiché è basata sull’intimità con noi stessi potremmo avere un partner molto meno capace di noi di essere intimo con sé stesso. Rivelarsi richiede ascolto. Questa è la forma di reciprocità che possiamo aspettarci ma nemmeno questa è un obbligo o una conferma del fatto che siamo amati. La conferma che siamo amati è quando possiamo essere diversi, diversissimi, lontani eppure con il desiderio di incontrarsi. Più ci amiamo, più la lontananza suscita desiderio, anche sessuale. Più siamo accondiscendenti o in una relazione basata sull’accondiscendenza più perdiamo il desiderio sessuale: diventiamo fratelloni solidali. Ottimo fino a che non entra in scena un essere vivente che suscita desiderio sessuale e scompiglia le carte.
- La separazione e il divorzio sono tentativi di interrompere comunicazioni difficili. In genere, una volta divorziati, le comunicazioni rimangono difficili. Il solo sollievo è che siamo legalmente distanti ma se abbiamo figli nemmeno tanto distanti. Quindi tanto vale sistemare prima le cose.
La notiziona che ho capito
Ho visto i miei genitori litigare per tutta la vita. Era piuttosto penoso anche se, il lato buono, è che ha aumentato le mie capacità di lettura. Mi immergevo in un libro e non sentivo più niente. Se valuto quanti libri ho letto – e riletto – da bambina capisco che litigavano parecchio. Ma la notiziona l’ho capita quando mio padre è morto. L’intimità si sviluppa attraverso il conflitto, l’identità auto-confermata e la rivelazione unilaterale. Hai presente quel detto ebraico che dice che la differenza tra una mamma e un terrorista è che con il terrorista puoi trattare? Bene mia madre è cosi (adesso molto meno) ma è sempre stata piena di auto-rivelazioni sul suo mondo emotivo e non dipendente dall’approvazione di mio padre.
Quando mio padre è morto, dopo 68 anni di matrimonio non avevo idea di come si sarebbe ri-organizzata emotivamente. L’ha fatto benissimo. Lo va a trovare più possibile al cimitero e finalmente lo trova sempre quando vuole lei. È triste e gli manca ma esisteva indipendentemente da lui e questo le ha dato una grande capacità di superare il lutto. Ho capito che il loro confliggere era un modo per rimanere diversi e insieme. A dire la verità un segnale l’avevo già avuto da piccola. Litigavano di giorno. Poi la mattina mi accorgevo che i loro cuscini erano sempre vicini. Mi sarei aspettata che sarebbero andati a dormire in due stanze diverse. No. Litigavano di giorno e di notte tornavano vicini. Da lì ho capito un’altra cosa: mai mandare l’altro a dormire sul divano. Permettiamoci qualsiasi diversità ma lasciamo un terreno in cui essere diversi ma vicini.
La storia di Lucia
Ti racconterò la storia di Lucia, nel mio prossimo libro. Nel suo caso la relazione accondiscendente con suo marito ha portato al divorzio. Lui era accondiscende rispetto ai frequenti scoppi di rabbia di Lucia ma, in risposta, diventava sempre meno intimo e sempre meno aperto. Questa è una delle conseguenze dell’accondiscendenza. L’accondiscendenza viene usata come modo per evitare il conflitto ma la conseguenza è che porta a una riduzione dell’intimità via via sempre maggiore. Non riveliamo più nulla di noi nel tentativo di non suscitare disapprovazione. Alla fine l’altro usa la rabbia per riportare l’intimità ma non è un tentativo destinato al successo. Diventa un circolo vizioso basato sulla dominanza. Rabbia e conflitto non sono la stessa cosa. La rabbia è un’emozione difensiva che prevede una vittoria. Il conflitto è una negoziazione, un dialogo, una definizione dei confini e dei limiti. Chiarisce dove ci troviamo e dove è l’altro.
Altra regola dell’equivoco:
-
-
- Se il rapporto è basato sul bisogno che l’altro confermi la nostra identità, la quantità di intimità in circolazione è quella della persona che dà meno intimità. Forzarlo perché ne dia di più – con vari mezzi che vanno dalla lite alla blandizie – non funziona. La rivelazione e l’intimità richiedono fiducia nella diversità. Se vuoi dire qualcosa di intimo su di te questo non obbliga l’altro a fare altrettanto.
-
La nostra nevrosi normale e l’equivoco
Ormai lo diciamo tutti. La nevrosi è una condizione normale legata alla nostra cultura. Ma cosa struttura la nevrosi? La base è il fatto che la nostra identità debba essere confermata dall’altro. Così i nostri figli devono avere successo per confermarci che siamo buoni genitori, il nostro partner deve adorarci per confermarci che siamo amabili, i nostri follower devono crescere per confermarci che siamo cool. Il fatto che dipendiamo dall’approvazione (e dalla disapprovazione) ci rende basicamente nevrotici. Pensiamo di dover essere diversi da come siamo per essere accettabili: Questa è la base dell’equivoco: pensare che la diversità – che sarà la nostra vera salvezza – sia la nostra rovina. Crediamo di poter ottenere un’accettazione indiretta soddisfacendo gli altri. Così quando nei protocolli mindfulness chiedo di offrire un ascolto neutro, non condizionato dai segnali dell’approvazione non è raro che mi senta rispondere, “Sono troppo empatica per non annuire, sorridere, sostenere quello che l’altro dice“. Quella non è empatia, è ansia; è la paura di non venir approvati se non approviamo. L’ansia è contagiosa se non abbiamo un’identità auto-confermata solida. Così ci approviamo reciprocamente ma perdiamo la possibilità di esplorare la verità e di conoscerla intimamente.
Questo è il regalo con fiocco e controfiocco della mindfulness: un senso di identità libero dalla conferma dell’altro. Un senso di identità che fiorisce dall’interno e non dallo specchio dell’approvazione. Ancora di più, se non sappiamo essere intimi con noi saremo sempre più dipendenti dall’approvazione dell’altro e dalla sua risposta. Dovrà rispondere proprio a noi, con nome e cognome, perché se risponde ma non dice proprio il nostro nome non basta.
L’altra grande domanda che ci regala la mindfulness, nel protocollo di Mindfulness interpersonale è “Chi sono io”? La vera risposta è…trovare le parole che risuonino e riprendano la via regia. Quella dell’ascolto che, dalle orecchie arriva al cuore e lo fa vibrare. Perchè il nostro cuore ha un suo suono. Non è solo un strumento che suona quando è toccato dall’approvazione dell’altro. Questa è la nostra vera fioritura: il suono del cuore.
La versione di mia mamma, la posizione di mio padre
La versione di mia madre era che mio padre non l’approvava (e non l’amava abbastanza per questa ragione) ma che lei non si sarebbe mai piegata anche se questo voleva dire che lui non l’amava. La posizione di mio padre era, “siamo diversi, fai quello che ritieni giusto, io ti amerò comunque ma sarò sempre me stesso.” Per anni ho creduto alla versione vetero-femminista di mia madre, pensando che mio padre era poco gratificante a parole. Infatti stava zitto. Nei fatti però sono proprio come lui. Non approvavo mia madre perché volevo essere me stessa e il passaggio – implicito – di tutte le richieste d’approvazione è “Allora se sei d’accordo con me, sei come me“, ossia torniamo alla fusionalità dell’innamoramento. Ma amore e innamoramento non sono la stessa cosa. L’innamoramento è fatto per costruire il legame ma poi, quando si trasforma in amore, deve cambiare. Nessun albero darebbe frutti se rimanesse per sempre in fiore. Nell’innamoramento siamo uno, nell’amore torniamo ad essere moltitudini. E io amo la moltitudine.
Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini…Walt Whitman
© Nicoletta Cinotti 2022
https://www.nicolettacinotti.net/eventi/mindfulness-e-psicoterapia-formazione-in-reparenting/
