Prima o poi doveva succedere. Sapevo che avrei dovuto rimettere le mani nell’impasto della mia famiglia d’origine. A dire la verità ho evitato di farlo per molto tempo. Ho fatto parte, per quanto possibile, dei figli lontani, quelli che hanno una famiglia ma preferiscono guardarla a distanza con la scusa che così hanno di più il senso della prospettiva.
Dirò la verità: preferivo guardarla a distanza ma non per la prospettiva. Preferivo stare lontana dalle emozioni intense che mi suscitava. Come molte altre persone ho nutrito per anni la fantasia di essere stata adottata. Quando ho ammesso a me stessa che non era così e che non ero la figlia abbandonata da un re sconosciuto – Edipo Re – ho accettato che la genetica non è tutto e che, alla fine, assomigliamo sempre al luogo in cui siamo nati. In bene e in male. E sono tornata.
La gioia e la felicità sono impermanenti. Hanno bisogno di essere nutrite per durare più a lungo, se non sappiamo come nutrirle esse morranno. Thich Nhat Hanh
Si era liberato un posto
Nella carriera di molte persone l’attesa che si liberi una posizione può occupare anni. Non sempre, quando la posizione si libera, il posto viene assegnato a chi se lo merita. L’anzianità dei miei genitori mi ha dato un posto in prima fila. Mia sorella, a quel punto, me lo cedeva volentieri. Per questo sono tornata: avevano bisogno di me. La mia professione è diventata improvvisamente utile e consentita. E io ho lasciato perdere tutti i miei evitamenti – fortunatamente i rancori se n’erano andati da tempo – e sono tornata a casa. Munita però di qualche arma: senza non si sopravvive.
La mia arma è, da sempre, la stessa: la meditazione. L’ho incontrata a vent’anni quando sono andata via e la riporto con me a sessanta, tornando. Quando sono partita speravo mi sarei illuminata: adesso credo che l’illuminazione stia nei piccoli atti di consapevolezza che illuminano la vita e tolgono oscurità alla mia famiglia interna ed esterna.
Intanto avevo capito che, per fare bene il genitore, bisogna prima aver sistemato la famiglia interiore.
Non c’è nessuna via per la felicità, la felicità è la via. Non c’è nessuna via per l’illuminazione, l’illuminazione è la via. Ogni volta che facciamo un passo consapevole, siamo coinvolti in un atto di illuminazione. Thich Nhat Hanh
L’incontro con Susan Bögels, il genitore esigente, il bambino vulnerabile
Nel 2016 decido di farmi una scorpacciata di autori che si occupano di Mindful Parenting. Compro quattro libri diversi, tanto per iniziare. Tra questi quattro c’era una collezione di articoli curata da Daniel J. Siegel eMarietta McCarty – The Mindful Parenting collection – e il libro di Susan Bögels e Katleen Restifo, Mindful Parenting, Il primo mi permetteva di avere delle basi, il secondo di fare la rivoluzione rispetto al mio modo di guardare alle relazioni familiari.
Nel prenderci cura dei figli e dell’organizzazione familiare, nel cercare un equilibrio tra famiglia e lavoro, è facile dimenticarsi di prendersi cura di sé. Poi, quando le nostre risorse sono esaurite, diventiamo depressi o irritabili. Susan Bögels, Katleen Restifo
L’ipotesi che fa Susan Bogels è logica e convincente eppure non è mai stata fatta prima con tanta autorevolezza scientifica. Quando abbiamo un figlio diventiamo molto difensivi rispetto alla prole ma questo ci espone al rischio di diventare difensivi sia rispetto a pericoli reali che immaginari. In questa difesa possiamo agire molto duramente anche contro comportamenti dei nostri figli che riteniamo possano metterli in pericolo. In questo modo attiviamo risposte che possono essere esagerate: troppo punitive o troppo esigenti. Ognuno di noi eredita dai propri genitori queste modalità disfunzionali. Insieme al genitore amorevole, coesistono anche due piccoli – o grandi – genitori tiranni: il genitore esigente e il genitore punitivo. Entrano nella scena della relazione quando temiamo che lo standard di comportamento di nostro figlio o di nostra figlia non garantisca la sopravvivenza futura (genitore esigente) o che lo metta in pericolo (genitore punitivo).
Sono comportamenti schematici e non razionali e possono saltare fuori all’improvviso, come mostri o fantasmi tenuti alla larga dalla nostra capacità di controllo. Quante volte ti è capitato di assistere ad una scena incomprensibile di tuo padre o tua madre? Era il genitore fantasma che prendeva campo. A volte, purtroppo prende troppo campo ed educa senza rispetto della realtà dei fatti.
L’idea è che se non possiamo cambiare il problema, possiamo almeno lavorare sulla nostra relazione con quella difficoltà, prendendoci cura di noi stessi come genitori e praticando con un atteggiamento aperto e non giudicante, gentile, verso la nostra difficoltà. Susan Bögels, Katleen Restifo
Susan Bögels e Nicoletta Cinotti alla conferenza pubblica organizzata a Genova a Villa Ronco, Settembre 2019
Chiamo Susan in Italia
Susan Bögels fa una ipotesi che utilizza tre elementi clinici che uso anch’io: l’approccio cognitivo costruttivista (si chiama così ma non morde!); la Mindfulness e la Schema Therapy. Troppo interessante per non approfondire. La cerco e decidiamo di organizzare la prima formazione italiana in Mindful Parenting, che si è tenuta a Genova nel settembre 2019. Bang: colpita al cuore.
Quando vengono fuori il genitore esigente e il genitore punitivo arrivano, a ruota, anche il bambino vulnerabile e il bambino arrabbiato: quelli che, nella nostra infanzia, hanno subito le conseguenze degli errori educativi dei nostri genitori. Sono parti che continuano a farci sbagliare, in una trasmissione, non genetica ma educativa, del trauma.
Lo scenario diventa popolato da personaggi non tangibili ma reali. Potremmo descriverlo in questo modo: nostro figlio/figlia fa qualcosa che ci allarma. Entra in azione il genitore punitivo. Ci rendiamo conto di aver esagerato ma solo dopo un po’ e cerchiamo di riparare seguendo i bisogni del nostro bambino vulnerabile e non del nostro bambino reale e – piano piano – la sensazione di incomprensione tra noi e nostro figlio aumenta. Oppure diventiamo un genitore esigente – a volte per ragioni protettive, a volte per narcisismo – e chiediamo troppo. Non è uno standard misurato sui figli, ma sulle nostre esigenze. Essere consapevoli non basta: ci vuole una cura!
La cura c’è: essere genitori di sé stessi
Che sollievo scoprire che – dopo migliaia di pagine su cosa fare con i bambini, come farli crescere felici, renderli creativi, geniali – finalmente qualcuno sposta l’attenzione sui genitori e non per colpevolizzarli ma per renderli liberi di essere i genitori che sono davvero, senza conti in sospeso con la propria infanzia.
Era ovvio ma, evidentemente, è come la storia dell’elefante raccontato da tre ciechi: ognuno descrive solo una parte perché non riesce a vedere l’insieme. Tutte le volte in cui siamo incastrati con i nostri figli in uno schema ripetitivo di tensione abbiamo bisogno di fermarci, respirare e capire cosa sta succedendo a casa nostra, cioè dentro di noi. Non dobbiamo rivolgerci a qualche teoria sullo sviluppo infantile o adolescenziale. Sono teorie utili che diventano inutili se non guardiamo prima a cosa sta succedendo a noi. Se disattiviamo i nostri schemi relazionali difensivi possiamo evitare di farli interferire con la relazione reale che abbiamo con i nostri figli. Ma, soprattutto, possiamo entrare in una dimensioni diversa: poiché siamo stati tutti figli siamo anche tutti genitori. Genitori di noi stessi. E non è detto che questa sia una buona notizia.
Non possiamo essere amici di noi stessi o di qualcun altro quando non siamo veramente presenti. Non c’è amicizia senza un po’ di compassione. Thich Nhat Hanh
Genitori di sé stessi
Nei miei ritiri ho spesso lavorato su quello che Thich Nath Hanh chiama coscienza – radice ossia quegli aspetti irrisolti del passato che cerchiamo di evitare tenendoci occupati. Possiamo immaginarli come un bambino interiore a cui fare da genitore. Se ci teniamo occupati con altro disattendiamo i suoi bisogni non materiali magari occupandoci al meglio dei bisogni materiali. Per molto tempo mi sono occupata con cautela della mia bambina interiore: era troppo doloroso e mi sembrava inutile andare a ripescare il passato. Poi mi sono accorta che non si trattava di andare a ripescare il passato ma che il passato era nel mio presente, pronto a tendermi degli agguati nei momenti in cui meno me lo aspettavo. Era la coscienza radice che veniva risvegliata da qualche evento che accadeva e diventava una formazione mentale sotto forma di pensiero o emozione. In quel momento diventa centrale quello che scegliamo di fare perché non siamo andati a scavare nel passato ma il passato ci ha raggiunto. Cosa decidiamo di fare diventa rilevante per la felicità alla quale aspiriamo. Ho capito che dovevo fare l’unica cosa che non era davvero mai stata fatta prima: ascoltare.
La prima funzione della presenza mentale è riconoscere, non combattere. Thich Nhat Hanh
Ascoltare
Famiglie alternative: quelle che costruiamo con gli amici, mischiando insieme tutti i cerchi del cuore.
Ascoltare diventa un’azione principale benché sia apparentemente una non azione. È una azione perchè vorremmo scappare dal dolore e dalla sofferenza. oppure attaccare chi ci sembra sia la causa di quel dolore o di quella sofferenza. Ascoltando, ci prendiamo cura e offriamo attenzione affettuosa alla parte dolente di noi. Ascoltare è inevitabile: curiamo ferite già avvenute, niente le può cancellare ma ascoltando offriamo una possibilità: la possibilità che nasce dal rimanere intimi e dal consolare. Dimostriamo a noi stessi che quel dolore non ci ha uccisi e che non ci ucciderà ascoltarlo ma ci renderà semplicemente più liberi.
Thich Nhat Hanh suggerisce di richiamare volutamente quel bambino per confortarlo e confortare così tutte le generazioni precedenti che hanno concorso al suo dolore. Ho iniziato a farlo con trepidazione: ci vuole coraggio per credere che sia possibile curare nello stesso tempo il mio dolore e il dolore delle generazioni precedenti. Non so se davvero funziona ma so per certo che curarlo rende meno oscuro il mio tornare a casa. Rende più leggero il mio curare persone che ho creduto non mi avessero curato. Oggi vedo che i miei genitori sono stati bambini e che, semplicemente, non mi hanno dato quello che non avevano ricevuto. Così, nel fare pace con me stessa, faccio pace anche con loro.
Molte famiglie diverse
Quest’anno ho avuto l’esperienza di molte declinazioni della parola famiglia. Una collega e amica si è ammalata e mi sono accorta di quanto era forte la sua famiglia fatta di amici. Una mia amica separata con figli è diventata una sorta di famiglia putativa in cui sperimentare la sorellanza. Un’altra amica sposata e non separata, coetanea, mi racconta ogni giorno le prodezze di chi attraversa 35 anni di matrimonio e tre figli, con vari problemi, rimanendo insieme. Potrei continuare ancora raccontandoti la famiglia d’intenti con la quale condivido la mia pratica e che per me è un sostegno fondamentale per stare con la mia famiglia d’origine e con la mia famiglia attuale. Mio figlio sta per sposarsi e io non ho ancora capito a quale distanza stare e per non sbagliare sto distante ma forse dovrei stare vicino. Insomma famiglia è dove ci sono persone che hanno un legame affettivo e non solo figli condivisi. Molte persone separandosi non perdono il partner ma la famiglia: da soli non sanno più essere genitori: Altri sanno essere genitori solo da single. Altri ancora, pur non essendosi mai sposati, hanno un’ampia famiglia di amici e parenti. Oppure, sposati da una vita, sono soli anche se non lo sanno. Tutte queste famiglie esistono perché, inevitabilmente, il ruolo di genitori, figli, fratelli e sorelle, è continuamente attivo in noi. Ecco perché essere genitori di sé stessi è un passaggio inevitabile dell’intimità: l’unico che può dare risposta ai nostri bisogni più antichi.
La presenza mentale stimola e accelera la circolazione sciogliendo i nodi di dolore.Thich Nhat Hanh
Appena passato Natale: ogni anno diverso. Quest’anno avevo in mente la descrizione di Thich Nhat Hanh sulle formazioni mentali per cui sono arrivata a Natale curiosa di vedere che cosa sarebbe venuto su dal magazzino della memoria. Perché Natale è un giorno pieno di ricordi. E, proprio per la sua natura, pieno di ricordi infantili. Thich Nhat Hanh spiega che la nostra consapevolezza è sia presente che storica. La consapevolezza del presente ci può permettere di osservare ciò che emerge dai magazzini della memoria e, riconciliarci così con il nostro passato.
Ogni Natale il mio regalo è questo: scartare un pezzo di passato. Per tanto tempo ho lasciato questo regalo ben chiuso. Evitavo di aprirlo per paura che venissero fuori brutte sorprese. La mindfulness mi ha insegnato a non aver paura delle formazioni mentali. Mi ha insegnato ad essere fedele all’imparare. Questa fedeltà all’imparare mi permette di guardare gioia e dolore con una attenzione affettuosa che scioglie la paura e la trasforma in compassione.
Il regalo di quest’anno però non riguardava il passato. Per la prima volta non c’era nessuna bambina delusa da consolare. Davanti a me c’era solo il bordo del presente, uno spiraglio di futuro e la cura. Forse, mi sono detta, ho svoltato l’angolo e il passato dorme tranquillo. Mi sono sentita libera, di quella libertà che ha la vita quando ti sembra di non avere conti in sospeso. Forse è una libertà transitoria e questo la rende ancora più preziosa.
La nostra stessa consapevolezza ha la capacità di liberarci, almeno temporaneamente, dagli elementi tossici del pensiero e da quell’abitudine alla sofferenza che generalmente emerge quando non è esaminata e accolta con consapevolezza. Jon Kabat-Zinn
Non conoscete la vera origine dei vostri figli.
Li chiamate vostri
Ma appartengono a un Mistero più grande.
Non conoscete il nome di questo Mistero,
Ma è la vera Madre e il vero Padre dei vostri figli.
Alla nascita i figli sono pieni di possibilità.
Non è compito vostro limitare queste possibilità.
Non dite, ‘Questo o quello è possibile per te.
Le altre cose non sono possibili.’
Scopriranno da soli cosa è possibile e cosa non è possibile.
Il Vostro compito è solo aiutarli a restare aperti
ai meravigliosi misteri della vita.
Può essere interessante chiedersi
‘Quali limiti ho imposto a me stesso, senza accorgermene?”
È molto difficile che gli orizzonti dei vostri figli
siano più ampi dei vostri.
Oggi, fate qualcosa che va contro i vostri preconcetti.
Poi prendete per mano i vostri figli
e incoraggiateli con gentilezza a fare lo stesso. Susan Bögels dal libro in corso di pubblicazione Mindful parenting
Confesso che non faccio liste. Evito di farle perché mi mettono ansia: le trovo preoccupanti. Preferisco procedere a mente. Tranne che quando le cose da fare sono tante. Allora ripiego sulla lista e cerco di smarcarle appena possibile come forma di incoraggiamento sul futuro. Ora son giorni che procedo sempre con la lista alla mano. Così ho scoperto diverse cose interessanti che ti annoto a mò di lista:
La realtà e la mia mente non vanno d’accordo sul tempo che ci vuole a fare le cose. Per la mia mente tutto procede piuttosto semplice e spedito. Poi, realisticamente ci metto il doppio, a volte il triplo, di quello che credevo. Non ho spiegazioni e nemmeno teorie a riguardo: ho solo capito che non sono realistica sul tempo.
Sulla mancanza di realismo ho capito che si tende a considerare facilmente i fatti della vita come ostacoli. Non sono ostacoli perché impediscono il rispetto della nostra tabella di marcia. Sono semplici e inevitabili fatti della vita.
Più cose abbiamo da fare e più ne perderemo. L’illusione di arrivare a fare tutto si nutre dell’idea che l’importante sia non esistere.
Accettare di esistere comporta il bisogno di lunghi periodi di vuoto e riposo.
Tra la nostra mente e la realtà vince sempre la realtà: tanto vale cedere prima.
Quello che mi manca di fare è sempre la stessa cosa: accettare di esistere così come sono. Provo ogni giorno e trovo sempre aree lasciate incontaminate dall’esistenza.
Il reale si incarica di istruirci: a forza di cozzare contro di esso non sarà il reale a cedere, ma noi. E il Lamento si infiltra là dove siamo andati a sbattere. Marion Muller-Colard
Se pensi di essere illuminato, passa una settimana con la tua famiglia. Ram Dass
La scorsa settimana mi è capitato di essere testimone di una scena piuttosto toccante. Un bambino in passeggino, attorno ai due anni, per una strada del centro che piangeva a dirotto. Due eleganti genitori probabilmente entrambi superata la trentina. La madre sembrava essere la fonte delle lacrime e camminava avanti come se fossero estranei. Il padre ha fatto scendere il bambino dal passeggino, l’ha piazzato a terra e si è mosso, come se andasse via. Il bambino ha continuato ad urlare disorientato, girando su sé stesso mentre i genitori facevano finta di lasciarlo lì da solo. Poi, dopo aver fatto qualche metro avanti, con il bambino totalmente sconvolto dalle lacrime, il padre è tornato indietro e l’ha preso in braccio.
Non penso che fossero due persone cattive ma sicuramente, in quel momento, facevano davvero fatica ad essere in sintonia con il loro bambino. Che aveva solo bisogno di essere calmato: perché quando un bambino è nel mezzo di una crisi così qualsiasi ragionamento è perfettamente inutile. Soprattutto se ha due anni.
Se Dio viene al mondo come un neonato, il suo progetto non può essere quello di preservarci dal rischio e dalle preoccupazioni. Marion Muller-Colard
Certamente, mi sono detta, quei genitori saranno stati stressati da quel pianto. Altrettanto certamente quel bambino aveva solo un desiderio: essere amato.
Le lamentele
Se c’è un luogo che suscita lamentele questo è la famiglia. I genitori non vanno mai bene e i figli non sono mai come vorremmo. Ma le lamentele non sono uguali al Lamento. Il Lamento è un grido profondo che arriva da lontano. Le lamentele sono quelle piccole scomodità che ci infastidiscono senza fare troppo danno. Il Lamento invece è diverso e insegna che l’impotenza non sopporta alcuna ricetta, come dice Marion Muller-Colard. Abbiamo bisogno di risalire il fiume e di arrivare al luogo originario del Lamento. Perché il Lamento, quello con la maiuscola, che ognuno di noi conosce e tutti noi evitiamo, ha un principio: ci isola dagli altri anche quando siamo in loro compagnia. Ci rimette in un universo in cui i suoni arrivano filtrati. E i dati di realtà sembrano insignificanti. Il Lamento è autonomo e svincolato dalla realtà. Quello di quel bambino per strada era un Lamento: non so se fosse il primo Lamento della sua vita: temo che non sarà l’ultimo.
Il bambino interiore
Ognuno di noi porta con sé questo Lamento sotto forma di bambino. Nasce, dice Thich Nhat Hanh, dal magazzino della nostra coscienza e contribuisce alle nostre formazioni mentali. Non dobbiamo però guardare nel passato per trovarlo: basta guardare in profondità perché emerga e dia voce alla nostra sofferenza, proprio nel presente. Non è mai in una reggia. Proprio come Gesù bambino porta in sé tutta la grandezza e tutta la povertà in un solo istante. La grandezza del cambiamento e la povertà della crisi.
Abbiamo due tipi diversi di consapevolezza: la consapevolezza del presente, che alimentiamo con la pratica e il magazzino della consapevolezza che è la fondamenta della nostra casa. Il magazzino della consapevolezza è la nostra “radice” della consapevolezza”. Thich Nhat Hanh la descrive come la mente inconscia dove sono immagazzinate tutte le nostre memorie. Memorie che emergono quando la mente non è sincronizzata con il corpo.
La consapevolezza è come una casa in cui il seminterrato è il magazzino della nostra coscienza dove, sotto forma di semi, riposano le formazioni mentali della rabbia, del dolore o della gioia.Thich Nhat Hanh
Le formazioni mentali
Queste formazioni mentali rimangono semi fino a che qualcosa nella nostra realtà non le risveglia manifestandosi a livello della coscienza, nel soggiorno della nostra casa. A quel punto non è più un seme quello che abbiamo di fronte ma una formazione mentale. Non è più una lamentela ma un Lamento. È allora che è necessario invitare il seme della mindfulness. Non per scacciare le formazioni mentali ma per diventarne consapevoli. La mindfulness non è una lotta ma un modo per riconoscere e prendersi cura del Lamento: è un modo per entrare nel processo di guarigione.
Ora potremmo farci la domanda più ovvia: perchè è un modo per entrare nel processo di guarigione? Perché il Lamento nasce dall’esperienza del dolore solitario. Un dolore in cui l’altro non c’era. Avrebbe dovuto o potuto esserci ma era assente. Qualsiasi fosse la ragione la verità è che era assente. È quello che trasforma le nostre lamentele in un Lamento: il senso di isolamento e di mancanza. Le lamentele le facciamo sempre a qualcuno e sono roba di poco conto. il Lamento invece chiede qualcosa di superiore che non c’è stato. Chiede presenza. Una presenza che possiamo darci, finalmente. Senza aspettare altro.
La mindfulness stimola e accelera la circolazione attraverso i blocchi di dolore. Thich Nhat Hanh
Tornare in famiglia
Spesso il nostro Lamento ha un luogo d’origine familiare. Spesso tornare a casa è la gioia e la difficoltà maggiore che incontriamo nella nostra vita: incontriamo la ripetizione e il risveglio dei semi che dormono nel seminterrato della nostra coscienza. Per questo il Natale è bellissimo e difficile. È bellissimo perché offre una possibilità di riconciliazione. È difficile perchè può essere il fallimento – l’ennesimo fallimento – della riconciliazione. Così lo descrive Ester Viola, acidamente realista?
<<Non lo sopporta quasi più nessuno, a parte i bambini. I regali, le città impazzite, le metro che scoppiano, le cene di saluto con l’ufficio, le cene di saluto con gli amici manco stessimo partendo per la guerra, <<anche a te e famiglia>>, e i biglietti per tornare a casa il 24, e i biglietti per ripartire il 30, e i <<che fai a Capodanno>>, e il Capodanno mio è più intelligente del tuo.
E ti dici che vuoi riposare, poi però resti a casa da solo e alla fine ti viene da piangere perché ogni fine è tempo di bilanci. Drammatizziamo di più: e resti in città e ti senti straniero, torni al paese e ti senti inghiottito un’altra volta da quella vita che ci hai messo una vita a dimenticare e lasciare lontana…Io gli spiriti festosi a Natale davvero li vorrei capire e non li capisco.>> Ester Viola
La riconciliazione
Quando nei monasteri buddisti si verifica un conflitto i monaci sono incoraggiati a fare una pratica formale di riconciliazione che comincia con una affermazione interiore “Non importa che cosa ci ha ferito, possiamo sempre cercare la riconciliazione”. Cercare la riconciliazione non ha condizioni: non significa che gli altri devono cambiare, né che potrebbero farlo. È un invito che facciamo a noi stessi. È l’invito a smettere la guerra dentro. L’invito a permettere che prevalga il senso della cura.
In fondo il Natale è un invito: per questo ci disturba. Per questo può realizzare un miracolo: essere presenti senza essere identificati con quello che ci ha ferito. Il miracolo del Natale è lo sciogliersi – possibile ma non certo – del nostro Lamento.
Ieri sera c’era la pratica gratuita “Mettere le intenzioni”. C’era anche l’allerta rossa ma io sapevo che non potevo mancare. Non potevo mancare perché quello è il mio Natale. Ogni anno è così: la pratica di Dicembre è il mio Natale in famiglia. Non con la famiglia reale ma con quella famiglia con la quale condivido la pratica tra gioia e dolore, tra fiducia e speranza. Io a questa famiglia mobile, nobile e variegata – con contorni sempre in trasformazione – che ogni anno mi dimostra che cambiare è possibile, devo tantissimo. Forse sembrerà strano ma quasi tutto quello che so l’ho imparato da te, da voi.
Così ho scritto a tutti dicendo che ci sarei stata. Sarei stata lì per mettere le mie intenzioni e coltivarle. Anche da sola sapendo che da sola non è la stessa cosa. Nel mio dire che ci sarei stata dicevo quanto siete importanti per me e come, senza di voi, la mia pratica non sarebbe la stessa.
Sono fiorita di gioia, man mano che il campanello suonava e arrivavano tante persone: contente, bagnate, con un sogno da portare dentro di sé e coltivare in quest’anno. Qualcuno con i biscotti fatti in casa. Qualcun altro con il panettone. Qualcuno con il cellulare ancora in mano per gli ultimi saluti. Poi abbiamo iniziato a praticare e, nel bel mezzo della prima pratica è suonato il campanello: un ritardatario. Tutti sanno che non interrompo la pratica per aprire la porta, che basta aspettare e prima o poi apro ma ieri sera qualcuno si è alzato ed è andato ad aprire. Ecco – mi sono detta – questa è l’inclusione di cui parliamo tanto. A volte siamo fuori – fuori regola, fuori tempo, fuori per qualche misteriosa ragione – ma qualcuno ti apre. Nessuno aveva chiesto di aprire ai ritardatari ma qualcuno ha aperto. E nel sentire la porta che si apriva ho pensato che questa è la mia intenzione: aprire la porta al non conosciuto, al fuori regola, allo straordinario nell’ordinario.
In quella sera, in quella pratica, tutta la fiducia che riserviamo al Natale era lì, non come buone parole ma come buon silenzio e buona intenzione: ecco perché per me quello è Natale. Ognuno di noi è lì con il suo impegno, la sua intenzione di coltivarlo, la sua speranza. E ognuno di noi sa che abbiamo bisogno del sostegno reciproco per farlo.
Una persona che non poteva venire mi ha scritto ringraziandomi perché l’incontro con me aveva reso la sua vita migliore. È assolutamente reciproco con ognuno di voi.
Così sono tornata a casa, piena di gratitudine. Ricchissima di gratitudine.
Appena arrivata mio marito mi ha fatto vedere un’infiltrazione di acqua. Mi ha ricordato che l’amministratore di condominio non risponde. Che abbiamo sollecitato inutilmente. Che i lavori al terrazzo soprastante sono stati malfatti. Io lo guardavo e sorridevo. Va beh, mi ha detto, io vado a letto, un po’ perplesso sulla mia non reattività. E io mi sono detta, ecco, sono tornata a casa. A quella famiglia reale che curo tutti i giorni e che passa attraverso bollette, condomino, amministratori, infiltrazioni, piccoli e grandi guai, piccole e grandi gioie. È perché ho l’altra famiglia che posso affrontare anche questa famiglia. Da sola non potrei.
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