mindful parenting
…come una barca in mezzo al mare
L’ABC della mindfulness
Lo shock di un figlio: 4 cambiamenti radicali
La nascita di un bambino rappresenta un punto di rottura rispetto al prima, una rivoluzione delle abitudini, una specie di shock. Diventare genitori è un passaggio solo lontanamente immaginabile prima che accada. La fame, il sonno, i pannolini e i pianti ci costringono fin da subito a rivedere completamente le nostre priorità, a regolarci su ritmi nuovi, che possono anche esasperarci. Qualsiasi fantasia si potesse avere inizialmente, viene spiazzata dalla realtà di quello che è e sarà sempre un segno indelebile nella nostra vita. Ma cosa cambia più di tutto? Si possono sfruttare questi cambiamenti radicali per stare meglio? Che opportunità ci sono dietro le nostre notti bianche?
Cambiare velocità – A ritmo con la vita
-Sono io!
-Io chi?
-Pinocchio.
-Chi Pinocchio?
-Il burattino, quello che sta in casa colla Fata.
-Ah, ho capito – disse la lumaca. – Aspettami costì, che ora scendo giù e ti apro subito.
-Spicciatevi, per carità, perché io muoio dal freddo.
-Ragazzo mio, io sono una lumaca, e le lumache non hanno mai fretta.
Intanto passò un’ora, ne passarono due, e la porta non si apriva: per cui Pinocchio, che tremava dal freddo, dalla paura e dall’acqua che aveva addosso, si fece cuore e bussò una seconda volta, e bussò più forte.
A quel secondo colpo si aprì una finestra del piano di sotto e si affacciò la solita lumaca.
-Lumachina bella – gridò Pinocchio dalla strada – sono due ore che aspetto! E due ore, a questa serataccia, diventano più lunghe di due anni. Spicciatevi, per carità!
-Ragazzo mio – gli rispose dalla finestra quella bestiola tutta pace e tutta flemma – ragazzo mio, io sono una lumaca, e le lumache non hanno mai fretta.
La fretta ci accompagna per gran parte del nostro tempo. Ci arrabbiamo se in coda prima di noi c’è una persona tarda a capire, o se in macchina qualcuno dorme al semaforo: ci arrabbiamo nel nostro pieno diritto ad avere fretta. Sembra qualcosa di naturale e inevitabile.
Eppure un figlio è in grado di far dimenticare la fretta. Si fa aspettare per quasi un anno prima di essere pronto per uscire, poi si fa aspettare per quasi un altro anno prima di iniziare a camminare… Ancora un altro per iniziare a parlare. E noi, in tutto questo tempo, non abbiamo nessuna fretta. Impariamo a stare nel ritmo naturale delle cose, così come sono, nel loro naturale progredire.
Il figlio è uno specchio della realtà così com’è, del momento presente da cui spesso siamo lontani.
La sua imprevedibilità costringe a vivere momento per momento, sincronizzandosi con i suoi bisogni.
Con un figlio possiamo non essere più “quelli al semaforo”, quelli di fretta, che pensano solo al futuro, a quello che li aspetta dopo, ma imparare a sincronizzarci con la realtà come ci si presenta.
Cambiare direzione – Essere presenti per qualcun altro
Nei primi tempi dopo la nascita di un figlio si vive in una sorta di simbiosi con lui, si sincronizzano i tempi e le abitudini. Si sincronizza il respiro, il battito, le nostre emozioni. Lo teniamo in braccio, e mentre ci occupiamo di dare conforto e nutrimento, di prenderci cura di lui, ci accorgiamo che quello che viene fuori è la nostra parte più umana e più profonda.
Abituati a essere concentrati su noi stessi, ad essere noi la nostra direzione, ci troviamo a doverci concentrare su “altro da noi” in un modo nuovo e quasi totalizzante. La nostra presenza è fondamentale, se non ci siamo fisicamente manca il nutrimento e manca quella sicurezza che servirà al figlio per poter sviluppare un senso di fiducia e sicurezza verso il mondo esterno.
Richiede impegno questo passaggio dall’essere altrove, distratti dalle nostre preoccupazioni, all’essere presenti per qualcun altro. Camminando per strada ogni tanto vedo dei bimbi sul passeggino, che si guardano intorno curiosi o annoiati mentre le mamme e i papà sono completamente assorti dai loro cellulari. Se quando il genitore è intento a chattare il figlio inizia a piangere o chiamare, è possibile che l’adulto si spazientisca, che reagisca d’impulso: la sua risposta non sarà davvero connessa alla domanda – “Ci sei?”-, ma a qualcosa d’altro. In quel momento c’è una disconnessione.
Saper rispondere a questo bisogno di essere presenti, e non solo reagire d’impulso quando viene richiamata la nostra attenzione, è alla base dell’empatia. E’ come essere pronti per l’altro, essere in ascolto.
Un figlio può davvero far cambiare direzione al nostro sguardo, spesso concentrato altrove e chiuso ad ogni imprevisto. Ci fa voltare verso di lui, non solo parzialmente, per entrare in contatto con il “dare” nel suo senso più autentico, con la nostra capacità più autentica di amare.
Cambiare linguaggio – La voce del corpo, i codici della fantasia
C’è un altro stravolgimento che la nascita di un figlio porta con sé. Nelle prime fasi della vita il rapporto è soprattutto fisico, il contatto è fondamentale. Il corpo e la comunicazione non verbale si trovano ad avere, come raramente accade, un ruolo chiave. Perché i bambini non imparano subito a usare le parole.
Così diventa importante, più delle parole che pronunciamo, come li abbracciamo, come li guardiamo, il modo in cui sorridiamo o facciamo loro il solletico, la calma che può infondere la nostra voce. Siccome siamo abituati a dare molta importanza alle parole, ci troviamo quasi a riscoprire un nuovo linguaggio.
Allo stesso modo, mano a mano che i bimbi crescono, impareremo a capire e parlare la loro lingua, mantenendoci sul loro stesso livello. Per esempio, usando il linguaggio della fantasia: facendo arrivare i nostri messaggi attraverso storie, personaggi fantastici, usando codici a loro familiari. Impareremo ad ascoltare le loro passioni e le loro sensibilità, a vedere la loro immaginazione come un aiuto in più per noi, anche per insegnare loro passaggi utili e quotidiani. Per comunicare in modo creativo con loro, come per riuscire ad andare oltre le parole,vengono prima di tutto l’ascolto e l’osservazione del mondo misterioso che portano con sé.
Cambiare intensità – la forza delle piccole cose
Per un bimbo è tutto radicalmente nuovo, un bimbo è in grado di renderti partecipe della novità di ogni cosa, così come della grandezza delle cose più piccole. Un sorriso, un gesto, acquistano un’intensità completamente diversa. Tutto ciò che consideriamo ovvio, un bambino lo deve ancora imparare.
Mi ricordo ancora una delle prime volte che assistetti mia cugina nel fare il bagnetto al suo bimbo. Quel giorno fui testimone di alcune piccole scoperte, o progressi importanti. Ricordo il mio grandissimo stupore nel vedere quella scena. Mia cugina chiedeva: “Ale, dov’è il piedino?”, e lui rispondeva sorridendo e toccandosi un piede. Chiedeva: “Ale, e l’orecchio? Dov’è l’orecchio?” E lui ci pensava un po’, poi si toccava l’orecchio. Lo trovai meraviglioso.
I bambini, con i loro tempi “da lumaca”, sono la prova vivente che niente si può dare per scontato.
Tutto è cambiamento
Ogni età porta con sé le sue sfide e i suoi cambiamenti. I primissimi sconvolgimenti – e insegnamenti – sono semplicemente i primi di un percorso unico e imprevedibile. I figli crescono, cambiano e ci trasformano. Iniziano ad esplorare la loro individualità. In poco tempo, dal soddisfare ogni bisogno, ci troviamo a dover fare i conti con ogni capriccio. Quegli esserini che dormivano sempre diventano vulcani di energie che non dormirebbero mai. Da lì in poi saranno sempre diverse le situazioni in cui imparare ad andare a ritmo con la vita, ad andare oltre noi stessi, a imparare nuovi linguaggi e a riconoscere la grandezza di ciò che apparentemente è minuscolo.
E noi siamo chiamati a stare nel cambiamento, a riconoscerlo e a prenderne parte.
© Silvia Cappuccio 2016 tratto da
Foto di ©simply.present ©redwaves ©Out of the Blue Photography
Eventi correlati
https://www.nicolettacinotti.net/training-internazionale-in-mindful-parenting-con-susan-bogels-3-8-marzo-2022/
Genitori tra maschere e specchi
Il legame – imprescindibile – tra un genitore e un figlio è qualcosa di estremamente prezioso, e come tutte le cose preziose, va curato con cautela. E’ un rapporto tanto naturale quanto difficile. Complicato per la sua naturalezza.
Una donna, in molti casi, sceglie di diventare madre per una sorta di “desiderio di completamento”. Basta fare un piccolo sondaggio ad aspiranti papà e mamme, per scoprire che i principali motivi per cui si vuole diventare genitori sono legati all’immagine che abbiamo di noi stessi. E spesso anche a un vuoto da colmare. Con un figlio da accudire ci si sente più utili, competenti rispetto a un ruolo. Si alimenta il nostro ego.
Per questo il ruolo genitoriale porta con sé una serie di dinamiche particolari, che è importante iniziare a riconoscere. Una di queste è la dinamica dello specchio, la tendenza ad identificarsi nei propri figli dimenticando la loro imprevedibilità e unicità.
Il meccanismo dello specchio
Le scelte dei nostri figli – la scuola, il lavoro, il matrimonio -, tutto quello che fanno e l’immagine che hanno, ci tocca sempre molto personalmente. Vediamo un figlio come qualcosa di “nostro”, una questione personale, in cui proiettiamo paure, speranze e aspettative.Un figlio è come uno specchio in cui ritroviamo parti di noi stessi.
Questo è il motivo per cui molti genitori prendono le difese dei figli anche quando hanno torto.
Nel contesto scolastico è una dinamica sempre più frequente: l’insegnante dà una punizione, il genitore veste i panni dell’avvocato, rifiutandosi di credere che suo figlio possa aver sbagliato.
Il motivo per cui molti genitori hanno questa predisposizione a difendere “a spada tratta” il proprio figlio, anche quando commette un errore, sta in questo meccanismo dello specchio. Il figlio ha sbagliato? Ci si sente attaccati personalmente, come se lo sbaglio fosse nostro. Così non vediamo la persona di per sé, con i suoi bisogni, le sue paure, la sua voglia di sperimentarsi, ma noi stessi.
Questo atteggiamento “difensivo” nasce principalmente dalla paura. Una paura che è sempre legata all’ego – all’immagine che abbiamo di noi – ed è quella di uscire dal modello che ci siamo costruiti, modello “che non ammette errori”. Allora si nasconde tutto sotto il tappeto: se noi non vogliamo vedere certe debolezze, anche gli altri non le devono vedere.
La maschera del supereroe
Se ci pensiamo, in generale sono rare le persone che non nascondono sotto il tappeto le proprie debolezze, specialmente davanti ai figli. Sembra che ci sia una regola, per cui la mamma o il papà, che devono dare l’esempio, debbano essere infallibili in ogni situazione. Così pensiamo di dover sapere tutto, di aver potere su tutto, davanti ai figli, anche se sappiamo che non è così.
La conseguenza è che ci si allontana, invece di avvicinarsi.
Il figlio si sente piccolo, l’immagine del genitore è qualcosa di irraggiungibile. Vede così amplificate tutte le sue piccolezze: si concentra sul “di meno” e non sul “di più” che ha, sul suo valore.
Se non siamo a nostro agio con le nostre imperfezioni e debolezze, il figlio sentirà di dover nascondere le sue, di dover essere anche lui invincibile.
Una piccola arma: l’umorismo
Un metodo per tirar fuori i nostri lati deboli è imparare a riderne. Lo scrittore Kahlil Gibran scriveva che “il senso dell’umorismo è il senso della proporzione, dell’armonia e dell’equilibrio”. L’umorismo può essere un bel modo per alzare il tappeto e vedere cosa c’è sotto.
Utilizzato con consapevolezza e rispetto, permette di giocare coi propri difetti, di vedere il loro aspetto creativo, di osservarli a distanza e come parte di un contesto.
Un rapporto autentico
Se siamo a nostro agio con le nostre debolezze, se siamo in grado di prendere i nostri difetti come dati di fatto e di vederli nella giusta proporzione, si crea la vicinanza.
Solo quando ci sentiamo tranquilli nelle nostre competenze e incompetenze, sappiamo andare oltre a quello che pensano gli altri e prendere le cose con la giusta leggerezza, diventiamo un esempio reale, tangibile. Non siamo più un modello lontano e irraggiungibile.
Per un rapporto autentico, diventa quindi sempre più fondamentale alzare il tappeto, vedere oltre lo specchio e oltre alle maschere che indossiamo. Mostrare noi stessi per come siamo. E fare uno sforzo di separazione tra la nostra identità e quella dei nostri figli.
Se si impara –come genitori e come figli- ad accogliersi nella propria interezza, nella propria imperfezione -come individui a sè, eppure in rapporto con l’altro- solo allora ci si può specchiare l’uno nell’altro. E vedere qualcosa di diverso, di completo.
“Mamma I tuoi occhi sono anche specchi perché io mi vedo.”Robinson, 7 anni.
© Silvia Cappuccio 2016
Foto di ©Rosheart, ©stampmoments
