
Il tema della sofferenza e della felicità occupa le mie giornate. Forse la ricerca della felicità occupa tutte le nostre giornate. Che spesso passano a fare i conti con qualche forma di sofferenza.
Soffriamo quando siamo separati da ciò che desideriamo e amiamo e quando non riusciamo ad ottenere ciò che vogliamo. Soffriamo quando non vorremmo essere nella situazione in cui ci troviamo.
In fondo tutte le forme di sofferenza possono essere riunite in queste tre grandi categorie: separazione, assenza e presenza non desiderata. Lo sappiamo, sappiamo che non possiamo trattenere la felicità, scacciare il dolore e conoscere tutto. Sappiamo bene che anche quello che possediamo non è completamente nostro e che potremmo perderlo. Ciononostante ci comportiamo come se fossimo padroni e la perdita fosse un’offesa. E tutto questo è una continua fonte di sofferenza. La realtà è più instabile di quello che vorremmo. Noi stessi siamo più instabili di quello che vorremmo e il nostro tentativo di renderci più solidi incontra tantissimi ostacoli ed è, in fondo, fonte solo di guai. Ecco perché saper lasciar andare è, contemporaneamente, una protezione dall’eccesso di dolore e un modo per accettare e accogliere quello che è, in sé e per sé, inevitabile.
Da questo punto di vista quindi la sofferenza è un segnale: ci avvisa che ci stiamo aggrappando a qualcosa e ci offre due opportunità: lottare o lasciar andare, aprendoci alla realtà. Ci mette di fronte ad un bivio in cui possiamo scegliere se lottare contro i mulini a vento o diventare noi stessi mulino della nostra farina.
Quello è l’interruttore della felicità: lasciar andare quell’aggrapparsi, quel pretendere che le cose siano diverse da come sono.
E quando troviamo quell’interruttore siamo andati più in profondità nella nostra vita. Perchè abbiamo avuto la pazienza di esplorare e la saggezza di non lottare.
Quando sei infelice domandati a cosa ti stai aggrappando. Jan Chozen Bays
Pratica di mindfulness: Lasciar andare
© Nicoletta Cinotti 2024 Autunno:Lasciar andare
