Non so se a te succede ma per me i litigi veri – quelli più dolorosi – non sono molti ma sono sempre con le persone che amo di più. Difficilmente ho discussioni con sconosciuti, in macchina o negli uffici.
In questo periodo i conflitti diventano ancora più difficili da sciogliere (e forse più frequenti perché quando siamo sotto stress litighiamo proprio con chi amiamo di più!).
Gli ostacoli alla risoluzione
Primo ostacolo: io so qualcosa che tu non sai.Tutti noi desideriamo sentirci conosciuti e compresi ma non amiamo chi guarda un passo oltre a dove siamo. Molti litigi iniziano così. Io sono sull’orlo di una buca ma non la vedo. Vedo solo il meraviglioso panorama che ho davanti e qualcuno mi vuole avvisare che sto per cadere, con il prossimo passo, in una buca. Non avvisiamo tutti. Avvisiamo solo le persone che amiamo e molto spesso non apprezzano l’avvertimento. Perché? Perché vogliamo sbagliare in prima persona e prenderci il tempo necessario per imparare dai nostri errori. Inoltre la previsione del futuro è un mestiere pericoloso. Non abbiamo mai la garanzia che le nostre previsioni siano efficaci. Come dimostrano le tragedie greche sapere prima cosa potrebbe succedere non ha mai impedito che l’evento si verificasse: Edipo docet! Così se per caso hai la frequente tentazione di fare come Cassandra – che prevedeva il futuro e non veniva mai creduta – non continuare a farlo e vedrai che la percentuale di conflitti si abbasserà clamorosamente.
Non ci consideravamo un esempio. Eravamo grate perchè era concesso proprio a noi di godere del massimo privilegio che esista, far avanzare una sottile striscia di futuro dentro l’oscuro presente che occupa ogni tempo. Cassandra di Christa Wolf
Secondo ostacolo: Sei sempre il solito pasticcione. Nel tempo finiamo per conoscere molto bene le persone che amiamo – o forse ne siamo convinti – e quindi tendiamo a cogliere più gli aspetti di ripetizione che quelli di cambiamento. In realtà sono gli aspetti di cambiamento quelli che potrebbero dirci davvero in quale direzione si sta muovendo la relazione ma, invece di vederli, siamo (o diventiamo) ciechi al cambiamento. Non è affatto insolito: si chiama changing blindness. Poiché spesso siamo più attenti ai problemi che alle novità positive, mettiamo tutta la nostra attenzione su quello che non funziona e non ci accorgiamo dei piccoli – o grandi – cambiamenti che stanno avvenendo. Questo produce tensione e scoraggiamento nella relazione. Le persone non hanno bisogno che il loro errore sia messo in evidenza ma hanno bisogno che sia messo in evidenza la loro capacità di cambiamento.
Terzo ostacolo: Meglio evitare di parlare. In molte coppie sentimentali o relazioni professionali di lunga durata ad un certo punto si inizia a tacere quello che pensiamo. Perché lo facciamo? Perché conosciamo fin troppo bene quello che fa piacere e quello che non fa piacere al nostro partner. Iniziamo così a trasformare la nostra relazione in un luogo di scambio di informazioni troppo povero di scambio di rivelazioni. Che differenza c’è tra informazioni e rivelazioni? Pensa a quello che raccontavi all’inizio della vostra relazione: a quanto dicevi di te, dei tuoi sogni, di come sei come carattere. E pensa alle vostre comunicazioni oggi: spesso sono una lista delle cose fatte e da fare. Una lista magari precisa e aggiornata ma diventa sempre più difficile mettere davvero qualcosa di noi e della nostra anima. E qui torniamo al primo impedimento: prevediamo il futuro degli altri ma ci dimentichiamo qualcosa di noi e giriamo in tondo senza offrire all’altro squarci della nostra essenza e mostrandogli invece proprio gli squarci della sua essenza che lui o lei non sono pronti a vedere. Cosa fare allora per uscire da questo circolo vizioso?
Gli antidoti
La prima cosa da fare – visto che abbiamo il desiderio di cambiare qualcosa – è partire da noi. Il nostro desiderio di cambiare gli altri è destinato a fallire e aumenta il tasso di conflitto in maniera esponenziale. Possiamo decidere di partire da qualunque punto: possiamo decidere di dire come ci sentiamo e smettere di evitare, tacendo, di affrontare argomenti delicati. Possiamo cercare di vedere gli elementi di novità della relazione e sottolineare gli aspetti che apprezziamo invece che quelli che disapproviamo, oppure parlare di noi anziché dell’altro. Tre passaggi semplici ma non banali che possiamo esplorare prima attraverso la pratica di meditazione.
Sette domande da farsi in meditazione
Nella pratica di Metta – o Meditazione di Gentilezza amorevole – ad un certo punto siamo invitati a praticare ripetendo degli auguri rivolti a qualcuno con cui abbiamo una relazione difficile. Come farlo con sincerità? Possiamo prima invitarci a rispondere a queste sette domande:
- in quali situazioni si verifica il conflitto?
- cosa sento nel corpo?
- che emozioni sono presenti? posso notare tutto lo spettro emotivo riconoscendolo e nominandolo oppure una sola emozione offusca tutto?
- quali sono i pensieri che mi passano per la mente?
- quali impulsi ad agire noto?
- posso prendermi un momento per darmi self-compassion riconoscendo che questo è un momento difficile per me?
- puoi sospendere la reattività o è impossibile ?
Queste domande potrebbero essere utili anche nel momento in cui abbiamo uno scambio relazionale con la nostra”persona difficile” ma, in ogni caso, sono domande che potremmo utilizzare per esplorare la nostra relazione durante la pratica di Metta.Quando siamo arrabbiati con qualcuno domandarsi qual è l’oggetto della nostra rabbia, dove lo sentiamo nel corpo non è un esercizio sterile. Ci permetterebbe di avere maggiori elementi di “rivelazione” da comunicare al nostro interlocutore. Non a caso nella pratica di Metta l’augurio rivolto alle persone difficili arriva dopo che abbiamo “saturato” la nostra mente di buoni sentimenti nei confronti di noi stessi, delle persone che amiamo e degli sconosciuti. Se il nostro vaso è vuoto è difficile poter dare acqua proprio a quella relazione che in questo momento è secca
Siamo tutti bambini feriti
In fondo siamo tutti bambini feriti. Non solo perché magari la nostra infanzia non è andata nel migliore dei modi ma perché quando ci ferisce una persona che amiamo tendiamo a reagire come bambini feriti. E quando un bambino è ferito non è il momento di fare tanti discorsi. Il dolore, la delusione, la rabbia possono portarci fuori dalla nostra finestra di tolleranza. E quando siamo “al vento” abbiamo bisogno prima di calmarci, possibilmente in modo salutare, e solo dopo esserci calmati possiamo provare a riguardare la situazione per vedere se le cose stanno proprio come ce le siamo raccontate. Forse sì, forse no. In ogni caso parlare di noi, delle nostre “rivelazioni” è sempre più sicuro del rivelare all’altro com’è! Se te lo dico è perché anch’io ho fatto questo errore e, alla fine, ho imparato! (Forse)
© Nicoletta Cinotti 2023

La gentilezza si può imparare. Richard Davidson, dell’Università del Wisconsin, responsabile del
Ci sono situazioni in cui la psicoterapia – la cura vera e propria – è necessaria o indispensabile. È quando il dolore o il disagio che stiamo vivendo va oltre la nostra soglia di tolleranza e ci sentiamo sopraffatti. Attenzione però: questa valutazione non va fatta sulla base della gravità oggettiva della situazione ma soggettiva. Ci sono persone che possono sentirsi sopraffatte anche in situazioni non gravi e altre che reggono bene anche in situazioni molto difficili. Questa differenza è fatta dall’integrità dell’Io e del Sé: tanto più il nostro sviluppo e la nostra crescita sono state buone – o ci hanno fornito resilienza – tanto più abbiamo una naturale capacità di tollerare le situazioni difficili o sfidanti.
In genere noi siamo “smaniosi della fretta”: ci mettiamo anni a stare male e poi pretendiamo di guarire in un attimo. In realtà quando una persona arriva da noi psicoterapeuti in questa situazione la prima cosa da fare è trovare un modo per dare conforto ai sintomi. Perché è necessario? Perchè il nostro organismo è basilare: fino a che non sta meglio non riprende la funzione riflessiva che è quella funzione in cui corpo, mente e cuore si incontrano. Quando stiamo male abbiamo tutte le nostre funzioni cognitive – magari sono anche iper-attivate – ma capiamo razionalmente senza cambiare praticamente. Quindi il primo step è calmare le acque e il secondo step è comprendere come mai si sono agitate tanto…ma non è compito di questo articolo spiegare questo passaggio.
