se me ne sono andata non è perché
avevo smesso di amarti
me ne sono andata perché più
restavo meno
amavo me.
Rupi Kaur
se me ne sono andata non è perché
avevo smesso di amarti
me ne sono andata perché più
restavo meno
amavo me.
Rupi Kaur
La paura è una birbona: si nasconde dentro alle cose e, a volte, abbiamo tanta paura che non ce ne accorgiamo nemmeno.
Una storia zen
C’è una storia zen piuttosto divertente che lo racconta molto bene. C’era stato un terremoto e il Roshi del monastero (l’abate) aveva portato tutti i suoi monaci, impauriti, nella cucina del monastero perchè era il luogo più sicuro. Finite le scosse aveva voluto riprendere l’argomento, perché li aveva visti troppo preoccupati. Vedete, aveva detto, è stato il fatto che ero calmo che mi ha permesso di portarvi al sicuro. Anch’io ho avvertito un po’ di tensione, ma non ho perso la testa. Mi sono limitato a bere un bicchiere d’acqua. Uno dei monaci a quel punto lo guardò sorridendo. Perché sorridi, chiese il Roshi, perché – rispose il monaco – non hai bevuto un bicchiere d’acqua ma un bicchiere pieno di salsa di soia (che ha un sapore francamente terribile bevuto così). Quella birbona aveva fatto un bello scherzo al Roshi del monastero!
Inconsapevoli della paura
Non è insolito essere inconsapevoli di aver paura e non è insolito vedere la paura degli altri e non la propria. Raramente abbiamo un dato così obiettivo da offrire alla nostra paura. Raramente è così evidente che la paura ci ha fatto prendere lucciole per lanterne. Molto spesso, se qualcuno avanza questa ipotesi, la nostra risposta è l’incredulità.
Ai terremoti, rispondiamo tutti così. Solo che i nostri terremoti non sono – fortunatamente – terremoti tellurici. Sono terremoti emotivi e niente, più delle relazioni, può essere un’area sismica. Perché qualsiasi relazione ha bisogno di movimento e qualsiasi relazione è imprevedibile. A volte lasciamo qualcuno o proviamo antipatia per qualcuno proprio per la sua imprevedibilità: non reggiamo il terremoto che provoca in noi.
La strategia: smettere di scappare
Eppure, di fronte a quella birbona della paura, non c’è che una strategia. Fermarsi, smettere di scappare, e guardarla in faccia. Solo così smetterà di bullizzarci.
La paura è una grande ingannatrice. Quando crediamo alle bugie che dispensa, ci sottrae tempo, speranza e forza vitale. Brenda Shoshanna
Pratica di mindfulness: La cura per ogni cosa
© Nicoletta Cinotti 2026 Il protocollo di mindfulness interpersonale
Veniamo da una cultura dell’empatia. Un’empatia portata all’estremo che ci spinge a trovare la soluzione ai problemi prima ancora di aver davvero ascoltato qual è il problema che l’altro sta vivendo. Forse sarà capitato anche a te di aver bisogno di parlare con una persona del momento difficile che stai attraversando ed esserti trovato o trovata impacchettata in una soluzione non richiesta che ti ha fatto solo sentire più sola e incompresa. Succede perché chi ci ha ascoltato non ha retto il nostro dolore ma, soprattutto, non ha retto la sua impotenza di fronte al nostro dolore. Questo è l’effetto collaterale – amaro come una scorza di mandarino – dell’empatia. Un effetto che è duplice: da una parte se siamo molto empatici finiamo per sentire, magari amplificati, tutti i dolori degli altri. Dall’altra per difenderci da questo contagio emotivo, abbiamo bisogno di entrare nel ruolo del “soccorritore”, di quello che aiuta, conforta, sostiene e fa “la qualunque” pur di portarci via dal nostro dolore. Fa la qualunque meno l’unica cosa di cui avremmo davvero bisogno: essere ascoltati. Essere ascoltati e tenere le nostre parole vicine al cuore di chi ci ascolta. Condividere il silenzio che nasce dal dolore e non ricoprirlo con parole inutili. Onorare e offrire il dono prezioso del silenzio che condividiamo solo con le persone con le quali c’è davvero intimità. E non importa se le abbiamo appena conosciute o le conosciamo da una vita: l’intimità ha un suono. Un suono che potremmo chiamare “il silenzio che parla” perché dice più di mille parole.
Solo quando siamo davvero vicini ad una persona possiamo entrare in quel silenzio che non è né sordo né muto e che tutti noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare e la possibilità di riconoscere. Tutti noi lo desideriamo. Lo desideriamo più dell’aiuto concreto e spicciolo che, se necessario, sappiamo chiedere senza troppo affanno. Le soluzioni che ci vengono proposte spesso sono proprio quelle che ci rimproveriamo di non saper fare perché richiedono uno spostamento dell’asse interiore quasi impercettibile ma irrealizzabile. Altrimenti l’avremmo già fatto. La disperazione che ci spinge a parlare è il non essere riusciti a farlo e così spesso ci ritroviamo con il sovrapprezzo che un’altra persona ci dice ciò che non sappiamo fare!
L’empatia non sottrae solo il silenzio che nasce da un ascolto intimo. Ci sottrae il sorgere della tenerezza e della compassione verso di noi e verso l’altro. Ci sottrae la possibilità di sentire quali limiti sono necessari per noi, ci spinge a dare prestiti energetici che non potremmo permetterci. Ci porta ad una generosità che ha il prezzo dello sfinimento, della frustrazione e della stessa impotenza dalla quale tentiamo di sfuggire. E, in cambio, ci lascia un regalo: il senso di colpa per non essere riusciti nell’impresa che nessuno di noi può compiere: salvare una vita che non è la sua e che non ha chiesto di essere salvata ma solo di essere ascoltata. È una fine da super-eroi ma se vogliamo essere pienamente umani vogliamo qualcosa di diverso. Vogliamo lasciare che, nel silenzio, le parole dell’altro ci tocchino in profondità. Sentire dove si agganciano al nostro super-eroe, dove toccano il nostro personale dolore e consolarlo. Il nostro dolore, non quello altrui. Perché quando avremo consolato il nostro dolore anche quello altrui sarà sollevato e tutto il mondo avrà il peso di un dolore in meno. Tutto il mondo avrà la leggerezza della piuma
E guarda il mondo. E riposa
senz’altro impegno che aggiungere
la tua perfezione a un altro giorno.
Il tuo compito
è sollevare la tua vita,
giocare con lei, lanciarla
come voce alle nubi,
a riaffermare le luci
che ci hanno lasciato.Questo è il tuo destino: viverti.
Non devi fare nulla.
La tua opera sei tu, niente altro. Pedro Salinas da “La voce a te dovuta”Traduzione di Emma Scoles
Pratica di mindfulness: Verso la tenerezza
© Nicoletta Cinotti 2026 Il protocollo di mindfulness interpersonale
Mi appassionano le parole e le sfumature che portano con sé. Ci sono parole che sembrano simili ma non lo sono affatto.
Distacco e distanza sembrano simili eppure sono diversi. Nel distacco abbiamo tagliato fuori lo scambio emotivo con il mondo esterno. Nella distanza misuriamo quanto stare vicini e sperimentiamo le diverse sfumature della relazione in rapporto alla distanza che abbiamo dai nostri interlocutori. Ci sono momenti in cui la distanza è minima e momenti in cui abbiamo bisogno di una grande distanza e regolare la distanza spesso è un modo per regolare l’intensità emotiva e l’intimità. Nel distacco invece ci allontaniamo e basta, anche se rimaniamo vicini non siamo più sensibili all’aspetto emotivo della relazione. Ce ne siamo andati anche se siamo uno accanto all’altro.
Tra distacco e distanza c’è la stessa differenza che c’è tra guarire e venire curati. Avere una malattia non sempre significa guarire, sempre chiede di venir curati. A volte lo chiediamo a noi stessi. Altre volte lo chiediamo agli altri perché la nostra cura, da sola, non basta. Ma nel venir curati la distanza non è mai distacco. La cura presuppone un’attenzione e una qualità di affetto anche se avviene nel rapporto medico-paziente. Ci sono medici che curano proprio con il loro atteggiamento prima ancora che con le medicine. E altri che non curano – anche se hanno una competenza eccezionale – proprio perché mancano della qualità di affetto della cura. In entrambi i casi il risultato può essere guarire (e potremmo anche pensare che questa è l’unica cosa che conta) ma se ci siamo sentiti curati quella guarigione avrà un vantaggio in più. Ci avrà insegnato a rapportarci in modo diverso alla nostra malattia, alla nostra invalidità. L’avremo guardata con una qualità di affetto tenendola presente in modo diverso. Perché guarire è affrontare le cose così come sono.
Può essere possibile o meno curarci per una certa malattia o invalidità; ma è sempre possibile guarire. Guarire, in questo senso, significa rapportarci in modo diverso alla nostra malattia, alla nostra invalidità, perfino alla nostra morte, imparando a guardarla con gli occhi della totalità. Guarire è affrontare le cose così come sono. Jon Kabat Zinn
Pratica di mindfulness: La consapevolezza del respiro
© Nicoletta Cinotti 2026 Il protocollo di Mindfulness interpersonale
Molto di quello che diciamo ha il fine principale di alleviare lo stress. Riveliamo ai nostri colleghi aspetti intimi di noi per poter sentire sollievo. Raccontiamo aspetti della nostra vita per alleggerire i pesi che portiamo. Oppure, viceversa, se scegliamo la strada del silenzio, spesso la sentiamo come se fosse un macigno posto all’entrata della nostra vita. Un macigno che oscura la prospettiva e la visuale.
Perché parlare, malgrado la sua natura insostanziale, comunque ci offre uno spiraglio di libertà. Questo è vero anche per gli altri: la maggior parte delle cose che ascoltiamo ci vengono dette nel tentativo di alleggerire lo stress che l’altra persona sta vivendo. Il problema è che le parole dette per alleviare lo stress sono, molto spesso, parole che producono altro stress. Proprio come tutte le azioni che facciamo per scaricare lo stress che finiscono per aggiungere problemi su problemi. Perché per scaricare dobbiamo diventare reattivi e la nostra reattività alimenta lo stress, anche se, sul momento, può farci provare un senso di maggiore leggerezza.
Lo stress non si cura con parole reattive: non si cura con il biasimo, con la disapprovazione, con la rabbia. Quando lo stress che ci opprime si alleggerisce le parole che emergono sono parole fresche, nuove, fuori dai binari dell’abitudine. La differenza tra le parole reattive e le parole non reattive sta nell’identificazione. Quando siamo reattivi tra noi e lo stress che viviamo non c’è distanza: siamo totalmente identificati con la tensione che proviamo e quello che esprimiamo – attraverso i gesti e attraverso le parole – racconta quella identificazione. Siamo come il pesce impigliato nella rete che, nel vano tentativo di liberarsi, si avvolge sempre di più in quello che lo trattiene.
Per uscire dallo stress abbiamo bisogno di uscire dalla identificazione, abbiamo bisogno di quello spazio che ci offre la consapevolezza: uno spazio in cui possiamo guardare con un po’ di distanza quello che ci affligge. È questo il miracolo che porta nella nostra vita la pratica di mindfulness. Porta la capacità di coltivare una distanza che non è distacco ma possibilità di vedere le cose e sentirne l’energia senza essere totalmente identificati con quello che viviamo. Perché siamo molto di più dei nostri problemi e in noi ci sono molti più aspetti che funzionano che aspetti che non funzionano. La differenza tra distacco e distanza è fondamentale. Nel distacco non siamo più in grado di provare empatia nei nostri confronti: possiamo andare oltre la nostra soglia di tolleranza senza percepire nessun pericolo. Nella distanza vediamo quello che sta succedendo ma lo guardiamo con gli occhi del cuore. E allora possiamo anche parlarne con le parole del cuore: parole che non feriscono perché contengono tenerezza per la nostra vita.
La mente non è mai totalmente contaminata dalla nevrosi. La bontà delle cose è sempre presente. Afferratela al volo. Sintonizzatevi sul senso di gioia che deriva dal fondamentale stato di vigile presenza. Chogyam Trungpa
Pratica di Mindfulness: Addolcire, confortarsi, aprire
© Nicoletta Cinotti 2026 Il protocollo di Mindfulness interpersonale
Qualche anno fa una paziente mi disse una cosa che non ho mai dimenticato. Eravamo nel mezzo di una seduta, lei parlava di quanto fosse stanca di sentirsi sempre inadeguata, e a un certo punto si fermò e disse: “Sa qual è la cosa peggiore? Non è che gli altri mi critichino. È che io sono d’accordo con loro.”
Quella frase mi colpì perché conteneva, in poche parole, il cuore di ciò che rende la relazione con noi stessi così pericolosamente disfunzionale: non è la critica che ci arriva da fuori — è il fatto che dentro di noi c’è qualcuno che annuisce. Qualcuno che conferma. Qualcuno che dice “sì, hanno ragione, non vali abbastanza.”
Nei due articoli precedenti abbiamo esplorato il cuore chiuso nelle relazioni con gli altri e la consolazione che ci siamo dimenticati di darci. Oggi entriamo nel territorio più vicino e più difficile: la relazione con noi stessi. Quel dialogo interiore costante che per molti di noi non è un dialogo — è un processo.
Al cuore della depressione — e di molte forme di sofferenza psichica — sta un’idea semplice quanto pericolosa: “il mio Sé è difettoso. Privo di valore. Indegno. E va riparato.”
È un’idea che non nasce dal nulla. Ha una storia, e quella storia quasi sempre inizia nell’infanzia. Non servono traumi eclatanti — a volte basta uno sguardo deluso, una frase ripetuta (“se fai così non ti voglio più bene”), un genitore troppo impegnato a rincorrere le proprie illusioni per accorgersi del bambino che ha davanti. Il bambino, che ha bisogno del contatto con il corpo della madre per funzionare normalmente, fa una cosa straordinaria nella sua intelligenza e devastante nelle sue conseguenze: sviluppa una compensazione mentale. Si dice: non tutto è perduto, se provo ad essere diverso, tutto tornerà come prima.
Nasce così l’illusione che ci accompagnerà per decenni. L’illusione che se ci sforziamo abbastanza, se siamo abbastanza bravi, abbastanza produttivi, abbastanza amabili, qualcuno — finalmente — ci vedrà e ci amerà come avevamo bisogno di essere amati. È un’illusione generosa nella sua origine e spietata nei suoi effetti, perché trasforma la vita intera in un esame permanente.
Nel protocollo MBCT parliamo di un meccanismo mentale che chiamiamo il “rilevatore di discrepanza.” È un sistema automatico che fa una cosa molto semplice: confronta dove siamo con dove dovremmo essere. Se la distanza è piccola, ci sentiamo bene. Se la distanza è grande, si attiva un sentimento avversativo — dolore, rabbia, paura — e la mente inizia a cercare soluzioni per colmare il divario.
Per molte cose della vita, questo sistema funziona benissimo. Se devo arrivare in stazione e sono in ritardo, il rilevatore di discrepanza mi spinge a camminare più in fretta. Se un progetto di lavoro non sta andando come previsto, mi aiuta a correggere la rotta. È il motore della modalità del fare, ed è prezioso.
Il problema è quando questo stesso sistema viene applicato al Sé. Quando il divario non è tra me e la stazione, ma tra chi sono e chi dovrei essere. Perché in quel caso il rilevatore non si spegne mai. La discrepanza tra il nostro Sé reale e il nostro Sé ideale è, per definizione, incolmabile — nessuno è mai esattamente chi vorrebbe essere. E così la mente continua a cercare soluzioni, a misurare la distanza, a produrre giudizi. “Non basta.” “Devi fare di più.” “Guarda gli altri come ci riescono.”
È una macchina che gira a vuoto, consumando un’energia enorme e producendo un unico risultato: la sensazione di essere fondamentalmente sbagliati.
Come suona, concretamente, questa macchina? Suona come una voce. Una voce interna che molti dei miei pazienti conoscono intimamente, anche se non sempre la riconoscono come tale. È la voce che dice:
“Avresti dovuto fare di più.”
“Non sei capace.”
“Tutti ci riescono tranne te.”
“Se ti vedessero davvero, saprebbero quanto sei inadeguata.”
Questa voce ha una caratteristica insidiosa: parla con il tono della razionalità. Non urla — ragiona. Non insulta apertamente — analizza. E proprio perché sembra ragionevole, le crediamo. Pensiamo che stia dicendo la verità. Pensiamo che i suoi giudizi siano fatti.
Ma come abbiamo visto nell’articolo precedente, i pensieri non sono fatti. Sono eventi mentali, spesso condizionati dall’umore e dallo stato fisico. E il critico interiore non è la voce della verità — è la voce della paura. La paura di essere rifiutati, abbandonati, non amati. La stessa paura che, da bambini, ci ha fatto costruire l’illusione di poter diventare abbastanza bravi da meritare l’amore.
Il problema è che questa voce, a furia di ripetere il suo messaggio, ha creato quello che potremmo chiamare un “abito mentale” — un vestito che indossiamo talmente spesso da confonderlo con la nostra pelle. Non ci accorgiamo più di portarlo. Pensiamo che quella voce critica siamo noi.
Ecco la parte che è più difficile da accettare, e che nel lavoro terapeutico richiede tempo e molta gentilezza: l’autocritica non è solo un’abitudine. È una protezione.
Ci critichiamo per non essere criticati. Ci puniamo per non essere puniti. Arriviamo prima degli altri a dire “lo so, non sono abbastanza” perché il dolore autoinflitto è, in qualche modo, più sopportabile del dolore che arriva dall’esterno. Almeno lo controlliamo noi. Almeno non ci coglie di sorpresa.
È lo stesso meccanismo che Lowen descriveva parlando della compensazione mentale del bambino: se il contatto con la madre manca, il bambino ritira l’energia dalla periferia del corpo — dalle braccia che si tendevano, dagli occhi che brillavano — e la sposta al centro, nella mente. Sviluppa la volontà, l’insistenza, la determinazione. Pensa: se mi sforzo abbastanza, ce la farò. E se non ce la faccio, è perché non mi sono sforzato abbastanza.
Da adulti, questa strategia diventa il terreno fertile dell’autocritica cronica. Ci attacchiamo per motivarci. Ci critichiamo per migliorarci. Ci puniamo per proteggerci. E non ci accorgiamo che stiamo facendo al nostro Sé adulto esattamente ciò che il nostro caregiver ha fatto al nostro Sé bambino: condizionare l’amore alla performance.
Una paziente, tempo fa, mi disse con lucidità disarmante: “Ho paura della profondità.” Aveva ragione. Sotto l’autocritica, sotto la voce del giudizio, sotto la macchina del rilevatore di discrepanza, c’è qualcosa di molto semplice e molto vulnerabile: un bisogno di amore che non ha trovato risposta. E andare lì, in quella profondità, fa paura perché significa smettere di combattere e iniziare a sentire.
Mentre la mente costruisce le sue storie di inadeguatezza, il corpo racconta un’altra verità. La racconta attraverso le spalle che si alzano come per proteggere il collo. Attraverso la mandibola serrata che trattiene le parole non dette. Attraverso il respiro corto che tiene il diaframma bloccato. Attraverso la stanchezza eccessiva che arriva senza aver fatto nulla — quella stanchezza che è il prezzo energetico della repressione.
In bioenergetica sappiamo che i muscoli servono sia per esprimere che per reprimere. Se non vogliamo lasciar uscire un’emozione, dobbiamo fare un’azione repressiva di forza uguale e contraria. Questo avviene senza la nostra consapevolezza — ed è il motivo per cui possiamo essere esausti pur non avendo “fatto niente.” In realtà, abbiamo fatto moltissimo: abbiamo tenuto sotto controllo un vulcano.
La consapevolezza corporea del protocollo MBCT ci offre una strada diversa: non reprimere, non agire, ma sentire. Portare l’attenzione al corpo quando il critico interiore parla e notare: dove si colloca questa voce nel mio corpo? Cosa fa il mio petto quando mi dico “non sono abbastanza”? Cosa succede alle mie mani? Ai miei piedi? Al mio radicamento a terra?
Spesso, quando portiamo l’attenzione al corpo durante l’autocritica, scopriamo qualcosa di sorprendente: il corpo si contrae, si chiude, si rimpicciolisce. È come se cercasse di occupare meno spazio possibile. Di diventare invisibile. Di non disturbare. È il corpo di un bambino che ha imparato che protendersi è pericoloso — perché protendersi significa esporsi al rifiuto.
Se l’autocritica è un abito mentale, allora possiamo cambiarci d’abito. Non è semplice — ci siamo affezionati a quel vestito, lo conosciamo bene, ci sembra l’unico possibile. Ma il protocollo MBCT ci mostra che abbiamo un armadio con almeno due vestiti: l’abito del fare e l’abito dell’essere.
L’abito del fare è quello che conosciamo meglio: misura, confronta, giudica, corregge. L’abito dell’essere è diverso: accoglie, osserva, lascia fluire, rimane presente. Nell’abito dell’essere, il pensiero “non sono abbastanza” non è una sentenza da eseguire — è una nuvola che attraversa il cielo. Posso vederla, riconoscerla, e lasciarla passare. Perché passerà. Come ogni pensiero, come ogni emozione, come ogni stato mentale — è impermanente.
Non si tratta di sostituire l’autocritica con l’autocompiacimento. Si tratta di qualcosa di molto più sottile: sviluppare la capacità di stare con noi stessi senza l’urgenza di ripararci. Di osservare i nostri pensieri senza crederci ciecamente. Di sentire il dolore senza trasformarlo immediatamente in un progetto di miglioramento.
Lowen diceva che la reazione depressiva si verifica quando un’illusione crolla di fronte alla realtà del presente. E l’illusione più resistente di tutte è quella che ci dice: “se divento abbastanza bravo, sarò finalmente degno di amore.” Quando questa illusione crolla — e prima o poi crolla — possiamo crollare con lei. Oppure possiamo scoprire, sotto l’illusione, qualcosa che era sempre stato lì: un Sé che non ha bisogno di essere riparato. Che non è mai stato rotto.
Come quel Buddha di terracotta che per cinque secoli aveva nascosto, sotto le sue crepe, un Buddha d’oro.
—
*Tempo: 25-30 minuti*
*Cosa ti serve: un luogo tranquillo, un quaderno, una penna*
Parte A — Radicamento e respiro (5 minuti)
In piedi, senti il contatto dei piedi con il pavimento. Lascia che le ginocchia siano leggermente piegate, morbide. Senti il peso del corpo che scende verso terra attraverso le gambe. Non devi reggere il tuo peso con lo sforzo — la terra lo regge per te.
Ora porta l’attenzione al respiro. Non cambiarlo — seguilo. Nota come entra e come esce. Nota la pausa tra l’inspiro e l’espiro. In quella pausa, c’è uno spazio di silenzio. Quello spazio è già consapevolezza.
Se vuoi, oscilla leggermente avanti e indietro sui piedi, trovando il punto in cui ti senti più radicata. È da qui che partiamo.
Parte B — Mappare la voce del critico (10 minuti)
Siediti comodamente. Porta alla mente una situazione recente in cui ti sei criticata — qualcosa che non hai fatto bene, un errore, una mancanza.
Lascia emergere la voce del critico interiore. Cosa dice? Ascoltala come ascolteresti una persona che parla in un’altra stanza — senza entrare nella conversazione. Solo ascoltando.
Ora porta l’attenzione al corpo. Mentre il critico parla, cosa succede? Dove senti tensione? Cosa fa il respiro? Le spalle si alzano? Lo stomaco si chiude? I piedi perdono il contatto con il pavimento?
Rimani con queste sensazioni per qualche respiro. Non combatterle. Non cercare di rilassarti. Semplicemente nota come il corpo risponde alla voce del critico. Questa è un’informazione preziosa.
Ora chiediti, con curiosità e senza giudizio: questa voce, a chi assomiglia? È la tua voce, o ricorda qualcuno? Ha il tono di un genitore, un insegnante, una figura del passato? Non è necessario trovare una risposta. È sufficiente fare la domanda e lasciare che risuoni.
Parte C — Scrittura: la lettera al critico (10-15 minuti)
Prendi il quaderno. Scrivi una lettera al tuo critico interiore. Non per cacciarlo — non funzionerebbe — ma per conoscerlo. Parti da questa frase:
“Caro critico, so che sei qui per proteggermi. Ma quello che mi dici mi fa sentire…”
Scrivi senza fermarti. Digli cosa provi quando parla. Digli cosa avresti bisogno di sentire al suo posto. Digli che lo vedi, che sai da dove viene, che capisci la sua paura.
E alla fine, se te la senti, scrivi una frase che inizi con:
“La verità sotto i tuoi giudizi è che ho bisogno di…”
Non censurare la risposta, qualunque essa sia.
—
Il critico interiore non se ne andrà. Non è un nemico da sconfiggere — è una parte di noi che ha imparato a proteggerci nell’unico modo che conosceva. Ma possiamo cambiare la relazione che abbiamo con lui. Possiamo ascoltarlo senza credergli. Possiamo riconoscere la paura sotto il giudizio. Possiamo, piano piano, offrirgli quello che ha sempre cercato di procurarci attraverso la critica: la sicurezza di essere degni di amore. Non perché ce lo siamo guadagnato. Ma perché è la nostra natura.
Nel prossimo articolo esploreremo i trigger della depressione — quelle situazioni, quelle parole, quei momenti in cui il vecchio film si riaccende e ci ritroviamo dentro una storia che credevamo finita. Capire come funzionano i trigger è il primo passo per smettere di esserne prigionieri.
Quello che condivido qui è un’anteprima del lavoro che faremo insieme nel protocollo MBCT. Durante il percorso avremo lo spazio e il tempo per abitare davvero queste esplorazioni, con il supporto del gruppo e delle pratiche. Fino al 15 Marzo è possibile iscriversi in early bird
© Nicoletta Cinotti 2026
Progetto finanziato con il contributo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR)
Programma Regionale Liguria 2021–2027 – Azione 1.2.3 “Supporto allo sviluppo di progetti di digitalizzazione nelle micro, piccole e medie imprese”.
CUP: G34E24003120005

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