Nei tuoi occhi è il settembre
degli ulivi della tua cara
terra, la tua Liguria
di rupi e di dolcissimi
Frutti.
© Giorgio Caproni, Genova di Tutta la vita, Edizioni San Marco dei Giustiniani. Una bellissima raccolta di tutte le poesie “genovesi” di Giorgio Caproni
Tipologia
Se il mondo ti crolla addosso
Momenti salienti e interstizi
Pensiamo alle nostre vite ricordando soprattutto
l’eccezionale e i dolori. Il matrimonio lo ricordiamo
come figli, vacanze ed emergenze. Le parti meno comuni.
Ma il meglio è spesso quando non succede niente.
Come quando una madre prende in braccio la bambina
senza accorgersi e la porta attraverso Waller Street
mentre parla con l’altra donna. E se potesse
conservare tutto ciò? Le nostre vite accadono
negli intervalli tra cose memorabili. Io ho perso
due mille prime colazioni abituali con Michiko.
Ciò che più mi manca di lei è quella cosa
del tutto quotidiana che non riesco più a ricordare. Jack Gilbert
Un esperimento di arte performativa attraverso mindfulness e bioenergetica
“Ci guardiamo allo specchio del bagno, ed eccoci lì, con i nostri brufoli, la nostra faccia che invecchia, la nostra mancanza di gentilezza, la nostra aggressività e la nostra timidezza – tutta quella roba lì.” – Pema Chödrön
L’Arte di abitare il crollo
Lo specchio del bagno non mente mai. È spesso la prima cosa che vediamo di noi al risveglio, dopo aver lottato con la notte e mentre ci prepariamo a incontrare il giorno. Nello specchio del bagno non vediamo chi dovremmo essere. Vediamo chi siamo. E forse, per la prima volta, possiamo dirci: “Ciao, tu. Ti stavo aspettando.”
Quando il mondo ci crolla addosso, si aprono varchi inaspettati. Possiamo scegliere se rimanere tra le rovine o attraversare le aperture che il crollo stesso ha creato. A volte il mondo non ti crolla addosso. A volte sei tu che crolli nel mondo. E scopri che il mondo ti stava aspettando lì, nelle tue macerie, per mostrarti chi sei quando non devi più fingere di essere intero.
Il laboratorio del Vulnerabile Guerriero
Come vulnerabili guerrieri, “tutta quella roba lì” – le difficoltà che incontriamo – può diventare il nostro modo per crescere. Un approccio che sia realista e trasformativo insieme, che vede nelle difficoltà non solo il dolore ma anche l’apertura. Un modo per essere più autentici proprio perché impariamo la danza del “non so”: stare nell’incertezza come porta verso nuove possibilità. Questo è stato il primo virus che ho tenuto quest’anno al Il Lazzaretto a cui fa seguito quello del 28 settembre “Se il mondo ti crolla addosso”(non è necessario aver partecipato al precedente per iscriversi)
Nel buddhismo, chi si addestra al risveglio del bodhicitta è chiamato bodhisattva o guerriero – non un guerriero che ferisce e uccide, ma un guerriero della non-aggressione che ascolta le grida del mondo. Il bodhicitta è quel punto dolce, quel luogo tenero e vulnerabile come una ferita aperta che tutti possediamo.
La Performance Art come pratica spirituale
Oggi crolli e difficoltà sono materia di psicoterapia. Sono i momenti in cui chiediamo aiuto, un aiuto specialistico e professionale. ma se li guardassimo come eventi ineliminabili della vita. Se ci attrezzassimo sapendo che prima o poi incontreremo il crollo? Se considerassimo che la vita è fattta da momenti salienti e interstizi, come dice Jack Gilbert non considereremmo quei momenti di crollo i momenti in cui la nostra vita diventa arte?
“Quando resistiamo al cambiamento, si chiama sofferenza. Ma quando possiamo lasciarci andare completamente e non lottare contro di essa, quando possiamo abbracciare l’infondatezza della nostra situazione e rilassarci nella sua qualità dinamica, quella si chiama illuminazione”. Pema Chodron
Le performance di artisti come Marina Abramović non sono altro che laboratori di consapevolezza in azione, dove i principi del guerriero vulnerabile prendono forma attraverso il corpo e la presenza. Come la sua celebre “The Artist is Present” – 736 ore di presenza meditativa condivisa al MoMA – ogni momento di consapevolezza autentica è una performance che trasforma.
La vita stessa è un lungo percorso di arte performativa, dove ogni transizione – ogni bardo – diventa un’opportunità di presenza e trasformazione.
I lavori più importanti di Marina Abramovich
- Performance come laboratorio di presenza: “The Artist is Present” (736 ore al MoMA) come pratica meditativa condivisa
- Vulnerabilità estrema come forza: “Rhythm 0” dove si offre passivamente al pubblico con 72 oggetti, incarnazione fisica del “guerriero vulnerabile”
- Stare con il disagio: “The House with the Ocean View” (12 giorni in isolamento)come pratica di abitare il bardo
- Pratiche spirituali nell’arte: La performance con lo scheletro che richiama gli esercizi dei monaci tibetani
- Il pubblico come sangha: Come la comunità completa la pratica spirituale
- Il “Metodo Abramović”: Un vero sistema di consapevolezza che include respirazione, meditazione e tecniche di presenza Il Sole 24 OREINSIDEART
Il metodo: tra Mindfulness e Bioenergetica
Io non sono Marina Abramovich è un’affermazione inutile eppure sia la bioenergetica che la mindfulness non si accontentano del racconto ma ci invitano a ritornare nell’esperienza, a stare nell’esperienza così come la viviamo nel momento presente. In un equilibrio delicato tra piacere e disagio – i due piatti della bilancia che disegnano il peso che diamo agli eventi della nostra vita – scopriamo che la forza non sta nell’evitare il dolore, ma nel danzare con esso. La forza non sta solo nel passo che abbiamo già fatto ma nel riconoscere gli elementi della transizione e nel riconoscere che siamo sempre in una transizione.
“Quando ci proteggiamo in modo da non provare dolore, quella protezione diventa come un’armatura, come un’armatura che imprigiona la morbidezza del cuore”. Pema Chodron
Stati intermedi di transizione
Siamo continuamente in uno stato di transizione che, nella tradizione buddista, viene definito bardo – uno stato intermedio. Ogni momento che viviamo ha una qualità irripetibile che trasforma continuamente l’esperienza presente in un ricordo. Le transizioni possono sconvolgere la vita ma sono anche un terreno fertile e promettente.
Come dice Pema: “Se il mondo ci crolla addosso e siamo sull’orlo di non si sa cosa, la prova che ciascuno di noi deve affrontare consiste nel restare su quell’orlo senza precipitare nel baratro.”
La rivoluzione dell’hopelessness
La parola tibetana per speranza è “rewa”, quella per paura è “dokpa”, ma più comunemente si usa “re-dok” che le unisce entrambe. Speranza e paura sono un unico sentimento a due facce: finché ci sarà l’una, ci sarà anche l’altra.
La fiducia, invece, ha radici nelle risorse e nelle capacità personali. Come dice Pema: “Vuoi guarire? Scegli cose che ti diano fiducia e metti, in ognuna di queste cose, il tuo impegno. Vuoi cambiare? Scegli di partire esattamente da dove sei e da come sei.”
La tenerezza come Self-Compassion
Nel percorso di Pema, la self-compassion “parla italiano: si chiama tenerezza”. La tenerezza non è debolezza, ma il fondamento della vera forza interiore. Quando cadiamo, la tenerezza ci aiuta a rialzarci senza il peso della vergogna.
Come pratica: “La prossima volta che commetti un errore, prova a posare una mano sul cuore e dirti: ‘Questo è un momento difficile. La sofferenza fa parte della vita. Posso essere gentile con me stesso in questo momento.'”
L’arte del fallire meglio
“Fail. Fail again. Fail better” (Fallisci. Fallisci ancora. Fallisci meglio) – così Samuel Beckett, citato da Pema nel suo discorso di laurea alla Naropa University. Nessuno parla mai della sottile arte del fallire, eppure è un invito a tenere la crudezza della vulnerabilità nel tuo cuore. È questa consapevolezza che ci può aiutare a stare sull’orlo del. baratro e a non caderci dentro, perché caderci sarebbe perderci mentre accettare di non sapere significa saperci stare dentro.
L’incertezza ha una spinta evolutiva: ci da il coraggio di cambiare in una direzione che, senza quella sonora sospensione, non avremmo saputo percorrere. Come insegna Pema: “La perfezione non è umana. La perfezione umana è imperfezione, nei nostri cuori magnifici che hanno la capacità di amare nonostante.”
Il corpo come strumento di consapevolezza
La bioenergetica ci insegna che il corpo mantiene la memoria delle nostre esperienze. Quando integriamo mindfulness e consapevolezza corporea, creiamo uno spazio dove le difese possono ammorbidirsi, dove “tutta quella roba lì” può essere accolta senza giudizio.
L’invito alla performance
Questo seminario è concepito come un esperimento collettivo, dove ogni partecipante diventa performer della propria vulnerabilità e testimone di quella altrui. Non cerchiamo di evitare il crollo, ma di abitarlo con presenza e compassione.
La meta che ci poniamo è “arrivare a conoscere la paura, farla diventare qualcosa a noi familiare, guardarla dritto negli occhi: non un modo per risolvere i problemi, ma un totale smantellamento dei vecchi modi di vedere, sentire, odorare, gustare e pensare.” Pema Chodron
Informazioni Pratiche
Secondo dei due VIRUS realizzati insieme a Nicoletta Cinotti Attraverso i confini del binomio Potere-Piacere
- Dove: Milano, Fondazione il Lazzaretto, Via Lazzaretto 15
- Quando: 28 Settembre 2025 dalle 10 alle 17
- Livello: Per tutti
- Contributo: A partire da €50
- Sconto 50% per iscritti al Club dei Pestiferi
Come partecipare
Evento organizzato dalla Fondazione Il Lazzaretto di Milano. Clicca qui per iscriverti
“Possiamo essere aperti e allo stesso tempo mettere dei limiti, perché essere aperti significa permettere alla vita di toccarci senza rimanere incellofanati nelle nostre difese.”
© Nicoletta Cinotti 2025
La pigrizia che ci rende iperattivi
Spesso identifichiamo la pigrizia con il desiderio di non muoversi: rimanere fermi a guardare il mare o sdraiati sul divano a sorseggiare un tè.
Esiste però un tipo di pigrizia molto più diffuso: quella che nasce dal bisogno costante di provare piacere e divertimento. È la pigrizia verso ciò che dobbiamo fare, verso il quotidiano.
Questa pigrizia ha un effetto paradossale: ci porta a correre incessantemente da una cosa piacevole all’altra, alla ricerca di sollievo e novità. Non la riconosciamo come pigrizia perché si traduce in un’attività frenetica, ma è in realtà un modo per evitare il presente, per non vedere il piacere in quello che abbiamo davanti. Convinzioni che la felicità sia sempre altrove, è un modo per sfuggire alla noia.
I social sono strumenti neutri fino a quando non vengono animati dalle nostre intenzioni.
Ieri sera, facendo la spesa, ho osservato una scena che mi ha colpito: in coda alla cassa, nella fila accanto alla mia, una madre con due bambini. Uno seduto nel carrello, l’altro fuori. Giocavano insieme e ridevano di gusto, attirando l’attenzione di tutti. Tutti tranne la madre, che scorreva lo smartphone cercando qualcosa. Cosa? Piacere, divertimento, novità.
Per lei quel gioco era forse troppo consueto? Cercava qualcos’altro, desiderava “staccare”, come diciamo spesso. Era la ricerca di sollievo dal proprio quotidiano, da trovare altrove.
La colpa non è dei social. È della nostra pretesa di avere una sequenza ininterrotta di momenti piacevoli e nuovi. Quando non ci sono, li ricerchiamo attivamente per mantenere sempre alto il nostro livello di comfort.
Questo comporta un assorbimento in noi stessi: in quel momento siamo dominati da uno stimolo interno di ricerca che ci isola da ciò che ci circonda.
A questo punto potrebbe scattare facilmente la riprovazione verso quella madre. Ma lei era giovane, carina, e se i suoi bambini giocavano così bene insieme significava che era senz’altro una buona madre.
Stava semplicemente facendo quello che facciamo tutti continuamente: “staccare”, guardare altrove per tenere alto il livello di piacere.
Ed è questa la pigrizia che ci rende iperattivi. La pigrizia che nasce dal voler mantenere sempre un livello di comfort costante. Quella pigrizia attiva che ci fa perdere il gusto di quello che abbiamo davanti ai nostri occhi.
La confusione tra piacere e divertimento nasce proprio, dal pretendere di divertirsi facendo cose serie e dal fare troppo seriamente quello che dovrebbe essere un gioco, come accade in molti sport. Quella serietà non è il coinvolgimento dei bambini nel gioco: è il desiderio di ottenere un risultato che soddisfi le nostre aspettative. Dalla recensione di “Il piacere: un libro di A. Lowen”
Pratica del giorno: Protendersi
©Nicoletta Cinotti 2025 Se il mondo ti crolla addosso. Laboratorio di mindfulness e bioenergetica
Prima di andarmene
Prima di andarmene, vorrei avere gli zigomi alti.
Vorrei parlare meno come una del New Jersey e più come Claire Bloom.
E ogni volta che entro in una stanza, vorrei che un’orchestra intonasse la mia colonna sonora.
Vorrei avere una colonna sonora prima di andarmene.
Prima di andarmene, vorrei imparare a ballare il tip tap.
Vorrei giocare a poker a sette carte come una professionista, non come una dilettante.
E vorrei che Robert Redford, solo per una volta, mi accarezzasse la schiena con le dita,
dal collo fino alla vita.
Vorrei avere una vita prima di andarmene.
Prima di andarmene, vorrei vincere il premio della lotteria.
Vorrei essere considerata coraggiosa, brillante e magra.
E vorrei, quando mi viene offerta una scelta tra il dovere e il peccato,
non scegliere immediatamente il dovere.
Vorrei un paio di offerte prima di andarmene.
Prima di andarmene, vorrei migliorare le cose.
Vorrei che mi dicessero che sono stata più una gioia che un peso.
E vorrei che le persone che amo sapessero che sono loro quelle con cui,
se potessi rifare tutto, rifarei tutto.
Vorrei rifare tutto prima di andarmene.
©Judith Viorst Forever fifty
Le mine nascoste della mente
L’eredità invisibile del dolore
Più di 100 milioni di mine antiuomo giacciono sepolte nei terreni di tutto il mondo. Testimoni silenziose di conflitti conclusi, continuano a mietere vittime innocenti molto tempo dopo che le armi sono state deposte e i trattati di pace firmati. Non discriminano: esplodono sotto i piedi di chiunque abbia la sfortuna di calpestarle – bambini che giocano, contadini che lavorano i campi, famiglie che cercano di ricostruire le proprie vite.
Questa immagine, per quanto cruda, offre una metafora straordinariamente accurata di come funziona la nostra mente. Anche noi portiamo dentro mine invisibili: schemi di pensiero negativi, ferite emotive non guarite, convinzioni limitanti che si sono radicate durante i “conflitti” della nostra vita. E proprio come quelle vere, queste mine interiori continuano a esplodere molto tempo dopo che le battaglie esterne sono finite.
Questo è il modo in cui il passato diventa futuro: lasciando che i semi della distruzione dormano dentro di noi, dimenticandoci di coltivare i semi della compassione.
I campi minati della quotidianità
“Sono così inadeguata/o”, ci ripetiamo durante una giornata di lavoro difficile. All’inizio sembra un pensiero innocuo, quasi naturale. Ma giorno dopo giorno, questa frase diventa un sentiero battuto nella nostra mente, una strada che percorriamo automaticamente ogni volta che incontriamo una sfida.
Come le mine nel terreno, questi pensieri distruttivi non richiedono energia per rimanere attivi. Anzi, sembrano autoalimentarsi, diventando più forti e più facilmente accessibili con il tempo. “Non ce la farò mai”, “Gli altri sono migliori di me”, “Non merito di essere felice” – ognuno di noi ha il suo arsenale personale di mine mentali, forgiate dalle nostre esperienze uniche e dalle interpretazioni che ne abbiamo dato. Queste convinzioni aprono il tema della verità, perché non è la menzogna la vera nemica della verità ma le convinzioni che abbiamo alle quali diamo statuto di verità anche se non sono vere
Il paradosso del costo
L’ironia amara è che costa molto di più bonificare un campo minato che non lasciarlo così com’è. Allo stesso modo, affrontare i nostri schemi mentali negativi richiede sforzo, energia, coraggio. È più facile convivere con le nostre mine interiori, evitare accuratamente certe aree della nostra psiche, vivere una vita più piccola ma apparentemente più sicura.
La paura di questo sforzo è comprensibile. Significa sconvolgere le nostre routine, anche quando queste routine non ci fanno stare bene. Significa guardare in faccia parti di noi che preferiremmo ignorare. Significa accettare che il cambiamento è possibile, il che paradossalmente può spaventarci più della sofferenza familiare.
La medicina della consapevolezza
Ma qui sta la differenza fondamentale tra le mine reali e quelle interiori: le nostre non ci uccideranno se le avviciniamo con consapevolezza. Anzi, è proprio nell’avvicinamento consapevole che troviamo la chiave per disinnescarle.
Come diceva Thich Nhat Hanh abbiamo tre strade per coltivare la felicità: coltivare stati mentali salutari, imparare a rispondere e non a reagire e, metaforicamente, disinnescare intenzionalmente le nostre mine mentali andando a sciogliere il punto in cui il dolore è diventato sofferenza
La tradizione buddista ci insegna che la liberazione dal dolore non passa dall’evitarlo, ma dall’attraversarlo con presenza e compassione. Quando portiamo la luce della consapevolezza sui nostri angoli più bui, quando guardiamo le nostre mine interiori con occhi gentili anziché giudicanti, qualcosa di magico accade: il dolore si trasforma in comprensione, la ferita in saggezza, la paura in forza.
Il coraggio della compassione
Neutralizzare le mine della mente richiede gli strumenti giusti: la paziente consapevolezza di ciò che accade dentro di noi, la compassione verso le nostre fragilità, l’accettazione del nostro essere umani e quindi imperfetti. Non è un processo rapido o lineare, ma ogni piccolo passo conta.
Quando riusciamo a fermarci un istante prima di seguire automaticamente un pensiero distruttivo, quando riconosciamo con gentilezza “Ecco, sto di nuovo facendo quella cosa”, quando scegliamo di parlarci come faremmo con un caro amico che sta soffrendo: in quei momenti stiamo facendo il lavoro di bonifica più importante della nostra vita.
L’integrazione della totalità
Il processo di guarigione non significa eliminare completamente le nostre zone d’ombra, ma imparare a riconoscerle e integrarle. Significa accettare che la nostra esperienza umana include sia la gioia che il dolore, sia la luce che l’ombra. È questa accettazione totale di ciò che siamo che ci rende “interi” e ci permette di riconoscerci profondamente negli altri.
Le nostre mine interiori, una volta disinnescate attraverso la comprensione, diventano spesso le nostre più grandi fonti di empatia e compassione. Chi ha attraversato la depressione può accompagnare altri in quel buio tunnel. Chi ha lottato con l’inadeguatezza può tendere una mano a chi si sente piccolo. Le nostre ferite, una volta guarite, diventano le nostre più potenti medicine.
Un invito al viaggio
Tutti portiamo mine nascoste dentro di noi. Tutti abbiamo aree della nostra psiche che preferiremmo evitare, pensieri che ci fanno male, schemi che ci limitano. Ma la buona notizia è che, a differenza delle mine nel terreno, le nostre possono essere trasformate attraverso l’amore e la consapevolezza.
Il viaggio verso la liberazione interiore non è facile, ma è forse il più importante che possiamo intraprendere. Perché ogni mina che disinnescamo dentro di noi rende il mondo un posto leggermente più sicuro, non solo per noi, ma per tutti coloro che incontriamo lungo il cammino.
In quel dolore c’è presenza, rinnovamento e amore. E forse, alla fine, è proprio questo l’obiettivo: non una vita senza dolore, ma una vita in cui il dolore diventa maestro, guaritore, ponte verso una comprensione più profonda di ciò che significa essere umani.
“La vera rivoluzione inizia dall’interno, dal coraggio di guardare le nostre mine nascoste e trasformarle in semi di compassione.”Sharon Salzberg
Nicoletta Cinotti 2025 Se il mondo ti crolla addosso. Laboratorio esperenziale, Fondazione Il Lazzaretto 2025 28 settembre
Ispirato dalle riflessioni di Sharon Salzberg*
Avvicinarsi, allontanarsi, evitare
Quando ci allontaniamo da qualcuno o da qualcosa facciamo una doppia azione: da una parte ci proteggiamo da una esperienza che può essere stata sgradevole e dall’altra evitiamo di incontrare le emozioni che, tornando in intimità, l’altro susciterebbe.
L’efficacia di questa azione è tale che la mettiamo in pratica moltissime volte durante la nostra giornata. Prendiamo le distanze dal collega fastidioso, rimandiamo di telefonare all’amico nei guai, allontaniamo gli impegni difficili e così via in una serie lunga di piccoli e grandi allontanamenti ed evitamenti. Allontanare ci permette di riprendere il controllo. E poi, quando saremo di nuovo pronti, potremo sempre tornare indietro.
Cosa perdiamo in termini di intimità rimarrà un mistero. Per non perdere anche l’intimità con noi stessi potremmo almeno domandarci cos’è che temiamo. Quale terrorizzante vulnerabilità allontaniamo da noi, allontanando l’altro? Spesso è rabbia, altre volte paura e, infine, il dolore. Quell’emozione a cui, correndo il rischio di amare, ci apriamo.
Se sopprimiamo la nostra paura, sopprimiamo la nostra rabbia. Il risultato della soppressione della rabbia è la soppressione dell’amore. Alexander Lowen
Pratica del giorno: Self compassion breathing
© Nicoletta Cinotti 2025 Mindful aging: invecchiare con grazia e grinta
